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Nell’ex capitale Almaty si sentono ancora spari e si assiste a qualche scontro sporadico tra gruppi di manifestanti e truppe governative. Le proteste contro il caro-gas dei giorni scorsi sono sfociate in veri e propri disordini, con molti manifestanti che chiedevano a gran voce che l’ex presidente Nursultan Nazarbayev, dimessosi nel 2019 e poi nominato padre della patria, esca definitivamente di scena. In conseguenza dei tafferugli e degli oltre 150 morti, il suo successore ha assunto la carica di capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ruolo che in realtà veniva ancora ricoperto dal precedente leader e che lo rendeva reggente occulto. Le autorità non parlano esplicitamente di golpe, ma a far propendere le convinzioni in questo senso va l’arresto dell’ex capo dell’intelligence del Kazakistan e alleato dell’ex presidente per «alto tradimento», con l’accusa di aver provato a rovesciare il governo proprio nell’ambito delle proteste provocate dal caro-gas. Vi direte ma che cosa c’entrano i disordini con le cripto valute? Ora vi spiego. Negli ultimi 12 mesi, secondo un calcolo fatto dal Financial Times, circa 88.000 macchine di criptomining sono state spostate in Kazakistan dalla Cina, perché le società di quel paese cercano di allentare le crescenti pressioni di Pechino sul settore, ma anche per i bassissimi costi dell’energia elettrica nell’ex repubblica sovietica e per via delle basse temperature che lì il clima regala, poiché gli immensi server che vengono usati per minare i bitcoin devono essere refrigerati, oltre a consumare molta energia. Questa attività è una delle cause dell’aumento del costo dell’energia elettrica e delle proteste divampate, scatenate dalla crisi dell’elettricità e del gas, che hanno un filo diretto con l’estrazione di cripto valute, come Bitcoin e Ethereum. Il ministero dell’Energia kazako aveva già lanciato l’allarme lo scorso novembre, registrando un aumento della domanda dell’energia elettrica pari all’8% annuo: il numero crescente di società che estraggono Bitcoin che hanno deciso di spostare l’attività nel Paese nel 2021, hanno aumentato i consumi. Il costo dell’energia è uno dei fattori principali che consentono la profittabilità delle attività estrattive di criptovalute. La soluzione degli algoritmi che ‘proteggono’ i bitcoin e che consente la loro emissione avviene attraverso l’azione di migliaia di processori che elaborano le monete. È un’attività considerata altamente energivora e dannosa per l’ambiente. Il Kazakistan ha sofferto per mesi di gravi carenze elettriche a causa di questa attività. Lo ha ammesso il governo, che ha promesso un giro di regolamentare più strettamente le attività di criptomining e di istituire una tassa per le società del settore che hanno sede legale nel Paese. La situazione, insomma, è incandescente. E sul fronte delle cripto valute, il Kazakhstan non è un posto qualunque. Il Paese asiatico, è appena dietro agli Stati Uniti in termini di quota del mercato globale del mining di Bitcoin, con il 18,1% di tutto il mining; di fatto è diventato l’eldorado dei minatori di cripto valute, Le miniere di carbone del Paese asiatico infatti forniscono un approvvigionamento energetico economico e abbondante. Ora il rischio crollo per la potenza di calcolo è reale, sarà interessante tenere d’occhio l’hashrate, termine tecnico usato per descrivere la potenza di calcolo di tutti i minatori nella rete bitcoin. Se questo crollasse o anche solo si abbassasse in modo importante, potrebbe darci contezza di cosa sta succedendo in Kazakistan. Proprio ieri, come riporta Cointelegraph, la società di mining Canaan ha annunciato di aver da poco ingrandito la sua attività nel paese con oltre 10mila Avalon Miner (estrattori di cripto valute). Le proteste divampate nel Paese potrebbero cambiare le carte in tavola, soprattutto le reazioni governative. Non per niente la questione ha mobilitato la Russia e la Cina, che ha appoggiato le scelte sovietiche di appoggiare il governo e fatto scendere il valore di Bitcoin e Co, il dubbio che sorge dell’ennesima speculazione, è legittimo?