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La passione per la libertà, di Maurizio Ceccon

Libri

Pier Franco Quaglieni, La passione per la libertà, Buendia Books, 2021 (15,00 euro)

Già solo scorrendo l’indice del libro, il lettore può farsi un’idea della sua natura. Apprende, infatti, immediatamente che si compone di cinque parti: Profili – Memoria storica – Istantanee – Sull’onda dei ricordi – La libertà responsabile.

Sono raccolti in questo volume scritti di vario genere: accanto a saggi pensati appositamente per il libro, figurano articoli già apparsi su testate giornalistiche e debitamente riveduti e rielaborati in vista di questa nuova pubblicazione, testi di interviste come quella a Nicola Matteucci, oppure di conferenze tenute in varie circostanze, come quelle tenute a Pollone e a Palazzo Cisterna in commemorazione rispettivamente di Alfredo Frassati e di Giampaolo Pansa. Lo stesso Quaglieni, nella breve Introduzione, dà di questo suo nuovo lavoro la definizione più puntuale: “Una miscellanea che passa dal saggio all’osservazione breve e perfino fugace” (p. 13). Va a merito della Dott.sa Francesca Mogavero, giovane e intraprendente editrice, aver voluto che scritti così diversi confluissero sotto un’unica copertina. Ne risulta un libro avvincente innanzitutto e soprattutto per la sua varietà, un libro che non va necessariamente letto dalla prima pagina all’ultima, ma lascia al lettore la libertà di costruirsi un suo percorso di lettura, vario a seconda del variare di sensibilità, interessi, passioni, o anche semplicemente della curiosità del momento.

  Scegliere la varietà non significa, ovviamente, “andare a ruota libera”. Tutti questi scritti sono attraversati e tenuti insieme da un “filo rosso” enunciato nel titolo: “La passione per la libertà”. La Quarta di copertina ci avvisa che questo titolo echeggia quello di un libro di Pannunzio, per la precisione Le passioni di Tocqueville. Non si tratta semplicemente di un bel gioco erudito: coltivare la passione per la libertà, richiamandosi a Mario Pannunzio, giornalista e intellettuale liberissimo, e a Tocqueville, uno dei padri del pensiero liberale, significa innanzitutto per l’A. non piegarsi “al conformismo imperante” (p. 13), perché “scrivere non significa mirare al consenso, ma deve essere un modo per agitare le acque morte e suscitare dibattiti” (p. 14). Non a caso, già nella pagina di risguardo figura una citazione di Orwell che mette sull’avviso il lettore: “Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentire”.

 Coerente con queste enunciazioni di principio è la scelta operata nella sezione dei Profili, in cui l’A., recuperando la formula della “galleria di ritratti” già sperimentata in Figure dell’Italia civile e in Grand’Italia, presenta personalità indipendenti, spesso scomode e poco amate, se non addirittura detestate, perché capaci di “steccare nel coro” (p. 68), non uniformandosi a opinioni vulgate o stereotipate. Come esempi di indipendenza di giudizio, l’A. addita giornalisti come Arturo Diaconale e Piero Ostellino, l’uno definito nel sottotitolo di presentazione “Un giornalista senza collare”, l’altro portato a modello di “giornalismo libero e liberale”. Tra i ritratti di personalità scomode, meritano una menzione quelli di Massimo Mila, di Guido Ceronetti e di Giampaolo Pansa. Di Mila, l’A. ricorda, tra le altre cose, il rifiuto di firmare, nel 1971, il manifesto contro il commissario Calabresi; Ceronetti, invece, viene ricordato come un “eccezionale testimone di verità scomode”, che proprio per questo “ha saputo farsi sentire in tutte le occasioni in cui altri tacevano o dicevano banalità” (p. 42). Più complesso è il discorso su Giampaolo Pansa, la cui monografia Il sangue dei vinti sugli eccessi della Resistenza scatenò al suo apparire forti polemiche, attirando sul suo autore non solo l’accusa di “revisionismo”, ma anche aggressioni verbali che Quaglieni denuncia e condanna (p. 86). Questa presa di posizione a favore di Pansa, peraltro, non impedisce all’A. di individuare criticamente il limite delle sue ricerche: “Forse Pansa” – scrive Quaglieni – “non seppe contestualizzare quei fatti, spiegandoli – senza giustificarli, come vorrebbero alcuni faziosi – anche con i misfatti di fascisti e nazisti commessi durante la RSI. Il sangue chiama sempre sangue” (p. 84). È una valutazione sostanzialmente identica a quella che mi diede Gianni Oliva, il quale, richiesto da me di un parere su Il sangue dei vinti, mi scrisse: “Dice cose vere, ma non fa capire perché sono accadute.” Cogliere lucidamente e onestamente esplicitare questo limite delle ricerche di Pansa, come fanno Quaglieni e Oliva senza faziosità né risentimenti, significa operare nel rispetto della verità. Quello stesso rispetto, però, avrebbe dovuto indurre certi studiosi a prendere atto delle verità dette da Pansa e a completare il suo lavoro contestualizzando meglio i fatti da lui raccontati: demonizzare il personaggio e impedirgli con la violenza di parlare e di presentare i suoi libri, come è accaduto, ad esempio, a Reggio Emilia il 16 ottobre 2006, non contribuisce né al dibattito storico né al confronto democratico, che si alimentano sempre dell’opposizione di argomento ad argomento.

  La sezione che segue i Profili, significativamente intitolata Memoria storica, contiene brevi saggi in cui la passione politica dell’A. si fa tutt’uno con i suoi interessi storici.

  Due di essi meritano particolare attenzione: quella sui professori che dissero no al fascismo e quella sulle celebrazioni del 25 aprile.

  Nel primo, l’A. rievoca un episodio assai poco glorioso della storia culturale italiana, quando, nell’ottobre del 1931, la “Gazzetta Ufficiale” pubblicò il Decreto-legge che imponeva a tutti i professori universitari di ruolo e incaricati di giurare fedeltà al regime fascista, pena la rimozione dall’insegnamento. Su più di mille professori universitari, solo in tredici non giurarono: con grande onestà intellettuale, Norberto Bobbio, che pur essendo antifascista prestò giuramento, salvo poi pentirsene amaramente, ricorda che in quella circostanza al Regime “non fu necessario il bastone, perché bastò l’aggrottamento di ciglia.”  

  Dalla rievocazione di Quaglieni, emerge che dei tredici professori che non si piegarono, ben undici appartenevano all’Università di Torino, che anche in questa circostanza si rivelò città di salde convinzioni antifasciste, non solo in quanto “città operaia”, ma anche in quanto culturalmente “città più crociana d’Italia” (p. 109).

  Degli undici professori torinesi dissidenti, l’A. traccia un breve profilo e racconta anche sinteticamente le vicende successive alla loro rimozione dall’insegnamento. In più, aggiunge un dodicesimo personaggio, allontanato dall’insegnamento già nel 1926 “per incompatibilità tra il suo pensiero e quello del PNF” (p. 116), e successivamente condannato a cinque anni di confino ad Ustica: si tratta del Prof. Umberto Cosmo, insegnante al Liceo “d’Azeglio” e dantista di chiara fama, cui si deve, tra l’altro, una lettera di solidarietà a Benedetto Croce dopo gli insulti di Mussolini, che nel 1929, in un discorso al Senato, aveva definito Croce “imboscato della storia” per la sua presa di posizione contro i Patti Lateranensi. Tutti meritano di essere ricordati per l’alto valore morale della loro scelta di opposizione a un regime totalitario, che negava i diritti umani fondamentali.

  Nella riflessione dedicata al 25 aprile, intitolata Un 25 aprile tricolore?, l’A., soffermandosi sulle commemorazioni correnti “spesso troppo ideologizzate, troppo celebrative ed acritiche, troppo rosse e troppo poco tricolori” (p. 123), giustamente ricorda che “la Resistenza fu opera di partigiani di ogni orientamento politico, di militari inquadrati nel Regio Esercito ricostruito al Sud agli ordini del principe Umberto di Savoia, degli internati militari in Germania” (p. 124), cui si deve quella che Alessandro Natta, anch’egli internato, definì “l’altra Resistenza.” Di conseguenza, l’A. conclude che di tutti, e non solo di qualcuno, si dovrebbe parlare: “Molti antifascisti vorrebbero sentir parlare di Montezemolo, di Perotti, di Fusi, di Martini Mauri, di Luraghi, di Cadorna, di Mattei, di Pannunzio e non solo dei capi comunisti.” (p.126)

  L’A. fa riferimento a Mario Pannunzio. Vale la pena ricordare in questa sede una lettera da lui inviata a Benedetto Croce il 12 aprile 1950, in cui, in occasione di un “pubblico convegno” commemorativo della Resistenza, Mario Pannunzio, ringraziando Benedetto Croce di avervi aderito dietro sua richiesta, denuncia “la manovra, da parte comunista, di monopolizzare l’antifascismo.” A questa “manovra”, però, Pannunzio oppone un antidoto: quello della partecipazione alle celebrazioni del 25 aprile e alle commemorazioni della Resistenza di tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’antifascismo. Egli scrive: “Era necessario che tutti coloro che avevano lottato contro il fascismo, e oggi lottano contro il comunismo, si dichiarassero pronti a partecipare alla manifestazione per rivendicare il carattere fondamentale della lotta contro il fascismo, che è stata ed è ancora oggi lotta per la libertà.”

  Sono parole che stimolano una riflessione sulla nostra attualità. Anche oggi si sente spesso parlare di monopolizzazione della Resistenza da parte delle Sinistre e, in particolare, dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), un’organizzazione “oggi formata e diretta in larga parte non da partigiani, ma da attivisti politici della sinistra, soprattutto la più estrema” (p.124). Anche volendo ammettere che ciò sia vero, resta pur sempre da capire a che cosa si debba questa “monopolizzazione”, se essa non sia anche il frutto della rinuncia, da parte di altre forze, a “marcare il territorio”, a far sentire la loro presenza. L’A. stesso, pur ricordando l’esistenza di altre associazioni partigiane alternative all’ANPI, ammette poi che fanno poco, che “non sono in grado o non vogliono steccare nel coro” (p. 126). Se è così, però, non ci si può poi lamentare dell’invasività, reale o presunta, di chi occupa spazi lasciati liberi da altri. Sul problema, ha ragione Gianni Oliva che, prendendo posizione proprio su questo argomento in una delle sue “Pillole di Storia”, afferma: “Anche a me dà fastidio che il 25 aprile ci siano tante bandiere rosse nelle piazze, ma non perché ci sono le bandiere rosse: mi dà fastidio perché non ci sono le altre bandiere.” È una riflessione che si colloca sulla linea di quanto Pannunzio ha scritto a Croce.

  Nella terza e nella quarta sezione – Istantanee, Sull’onda dei ricordi – accanto a brevi saggi e riflessioni “istantanee”, figurano anche brevi ed incisivi schizzi, in cui con pochi tratti l’A. rievoca vari personaggi da lui conosciuti. Due di loro vorrei qui ricordare: Giovanna Garbarino, che fu mia insegnante di Letteratura Latina all’Università, studiosa di valore, sulla cui Letteratura latina si sono formate e continuano a formarsi generazioni di studenti di Liceo e dell’Università di tutta Italia. A questo suo libro, Giovanna Garbarino, insieme ai suoi collaboratori, ha instancabilmente lavorato per trent’anni, fino a poco prima della sua morte, per aggiornarne costantemente i contenuti alla luce non solo delle sempre nuove esigenze didattiche, ma anche degli esiti più recenti della ricerca scientifica sugli autori della letteratura latina. In questa sede, però, vorrei ricordare non solo la studiosa instancabile, ma anche la persona schiva e discreta, che non amava gli esibizionismi culturali. L’altra personalità è quella di Giovanni Ramella, prima insegnante di Italiano e poi leggendario Preside del Liceo Classico “Massimo d’Azeglio”. Da insegnante, teneva gratuitamente lezioni di approfondimento di Letteratura Italiana aperte a tutti i maturandi torinesi: da Preside, conosceva per nome tutti gli studenti del suo Liceo, cui per rispetto dava rigorosamente del “Lei”, consapevole che la forma è anche sostanza. Ramella fu però anche personaggio di riferimento della cultura torinese, e rimane ancor oggi come esempio insuperato di Preside uomo di cultura, una genia di cui, purtroppo, si va perdendo lo stampo.

  Venendo alla quinta e ultima sezione del libro, già il solo titolo – La libertà responsabile – fa riflettere, perché ricorda una verità che oggi troppi hanno dimenticato, e cioè che la libertà obbliga. Libertà non è “fare ciò che si vuole”, e non è nemmeno “anarchia del diritto”. La libertà implica la conoscenza dei propri doveri e la consapevolezza che il bene comune conta più dell’interesse personale. Sono questi i temi conduttori delle riflessioni contenute in questa sezione, in cui l’A. si sofferma su vari problemi etici o culturali: sul problema dell’aborto, oppure sul rapporto tra laicità e religiosità, oppure ancora sulle nefaste ricadute del nichilismo attuale, oppure ancora su Cristianesimo, pauperismo e proprietà privata.

  Per concludere, l’intero volume testimonia la radicata fede liberale dell’A., che, pur prendendo sempre posizioni chiare e nette, mai vuole calar dall’alto verità assolute, ma sempre intende stimolare una discussione. L’A. è ben consapevole, e lo mette in conto a priori (p. 14), che il suo libro susciterà qualche polemica: succede a chi pratica quella che Mario Pannunzio chiamava la “scomodità della dissidenza”, scomodità di cui, peraltro, c’è un gran bisogno in questo nostro tempo narcotizzato dal perbenismo e dal conformismo ipocrita del politically correct.

Recensione di Maurizio Ceccon

4 Agosto 2021/da user-pannunzio
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