La vita e la prova, di Marco Calzoli

         Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 18, leggiamo:

1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8Gesù replicò: “Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”, perché si compisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato”. 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?”.

Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono 13e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo”.

           Siamo catapultati dalla comunione con i suoi discepoli all’assalto del Male. Gesù si consegna nel “giardino”, così come Adamo ha incontrato la prima donna nel giardino dell’Eden. Il luogo dell’arresto si trasforma nel paradiso perché Dio riesce a scrivere diritto anche sulle righe storte degli uomini.

           Il giardino si trovava oltre il torrente Cedron e Giovanni specifica che era un luogo frequentato da Cristo con i suoi discepoli.

            La comunità giudeo-cristiana, che è stata la prima, ha tenuta viva la memoria di questo giardino, infatti san Girolamo (IV secolo) parla già di una chiesa ai piedi del Monte degli Ulivi, fatta erigere da Teodosio I.

             Questo luogo dell’arresto richiama la debolezza degli apostoli, che fuggono di fronte al pericolo, ma anche la misericordia di Cristo, che ha potere di dare e riprendere la propria vita (Giovanni 10, 18). Infatti in Giovanni Cristo non è mai una vittima, in quanto le tenebre “non vincono” la luce (Giovanni 1: c’è il verbo greco ou katalambanein, che vuol dire anche “non accettare”). Per questo Gesù stende a terra i soldati manifestando la propria divinità (“io sono” è il nome di Dio di Esodo 3), manifestando una Gloria onnipotente che tuttavia si fa limite, almeno all’apparenza.

            Nel 1955 ci fu un’alluvione nel sito, quindi i padri francescani iniziarono gli scavi archeologici e portarono alla luce importanti scoperte, tra cui una necropoli, le tracce di un frantoio delle ulive, una cisterna, il vecchio ingresso alla grotta ornata di mosaici e affreschi. Per questo discorso, i primi cristiani hanno venerato il luogo, segno di ciò che è il Dio cristiano: qui c’è tutto il cristianesimo, rinnegamento, misericordia, travisamento (Pietro che tira fuori la spada).

           Nel cuore della notte vanno ad arrestare Cristo con le lanterne, lui che è la luce del mondo, come dice Giovanni nel prologo. Qui abbiamo un caso di “ironia giovannea”.  

            Sono due le tipologie di uomini incaricati di prendere Cristo: la coorte, il gruppo di soldati (speira) e i servi mandati (ek) dai sommi sacerdoti e dai farisei. Gli studiosi discutono sull’esatto significato delle parole. Riguardo il primo gruppo, si tratta della coorte romana (600 uomini) che era accasermata alla torre Antonia (o di un manipolo, 200 uomini) oppure si tratta della polizia giudea del tempio, composta di leviti?

             Comunque è difficile che sia avvenuto un tale dispiegamento di forze romane (600 o 200 uomini) per un solo uomo. È difficile anche che i romani abbiano portato Cristo dall’ex sommo sacerdote Anna, che era stato da loro deposto.

              Gesù dimostra di avere un amore smisurato per l’umanità, egli è il buon pastore che dà la vita per le sue pecorelle. I santi riferiscono di aver incontrato un Dio “pazzo di amore” per gli uomini, il quale, pur non violando la libertà delle sue creature, fa di tutto per richiamarle a sé e per renderle felici.

              I cristiani sono chiamati ad un amore altrettanto smisurato. Lo diceva sant’Agostino: “Ama e fa’ ciò che vuoi” (Epistolam Ioannis ad Parthos, Tractatus VII, 8). Non si tratta di una affermazione che vuol spingere a non assoggettarsi alle norme religiose e morali, infatti Agostino era un vescovo. Ma si tratta di un amore totale, infatti sempre sant’Agostino scriveva che “la misura dell’amore è amare senza misura” (Sermone 336, 1).

             Nella storia del cristianesimo ci sono innumerevoli santi che hanno imitato Gesù Cristo persino nel martirio. Il termine “martire” deriva dal sostantivo greco martus, che significa “testimone”. Paolo VI diceva che oggi nel mondo non sono necessari tanto i maestri quanto piuttosto i testimoni, che con l’esempio danno prova di aver incontrato Dio nella propria vita e così lo donano ai fratelli.

           Giovanni 13, 34-35:

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri.

           Ma come possiamo amare gli altri? Morendo a noi stessi impariamo il valore del servizio. Certamente l’amore non si impone, ma si scopre. Sono le buone azioni che ce lo fanno scoprire in quanto nel bisognoso vi è Cristo stesso, il quale ci apre gli occhi del cuore nel riconoscerlo. La virtù è detta dai Padri della Chiesa habitus, termine latino che ha a che fare con “abitudine”: si impara a servire servendo, si impara ad amare sforzandoci ogni giorno a servire il prossimo e soprattutto Dio.

           Ma affinché Dio ci apra gli occhi del cuore, il cuore deve essere puro. Sempre sant’Agostino scriveva: “Solo Dio, che la ha concessa, custodisce la verginità, e Dio è amore. Il custode della verginità è l’amore e il luogo in cui l’amore la custodisce è l’umiltà” (La verginità consacrata 51, 52).

            Ogni cristiano è chiamato alla castità: solo alcuni alla castità perfetta, come i consacrati, gli altri cristiani devono essere casti nella misura che conviene, come gli sposi che non devono concedersi al di fuori del matrimonio oppure i non sposati.

              Il dono totale di sé a Dio e agli altri non si esprime unicamente nel martirio, ma anche nella purezza del cuore, esattamente come puro era Cristo (non si era sposato).

               Nel mondo di oggi la purezza sembra attaccata da tutte le parti, ma si tratta di una prova (e non di una tentazione – che è diverso) che Dio mette sul nostro cammino per saggiare la nostra fede e insegnarci la virtù.

             La prova è occasione di crescita nella fede. Infatti Isaia 1, 25-26 scriveva: “Stenderò la mia mano su di te, purificherò come in un forno le tue scorie, eliminerò da te tutto il piombo. Renderò i tuoi giudici come una volta, i tuoi consiglieri come al principio. Allora sarai chiamata Città della giustizia, Città fedele”.

              Pertanto la prova è ordinata alla salvezza. In 1Maccabei 2, 51-52 è scritto: “Ricordate le gesta compiute dai padri ai loro tempi e traetene gloria insigne e nome eterno. Abramo non fu trovato forse fedele nella tentazione e ciò non gli fu accreditato a giustizia?”.

             La prova si situa molto convenientemente (ma non esclusivamente) nella concezione lineare del tempo, tipica della Bibbia e quindi del cristianesimo. In base ad essa, c’è un inizio e c’è una fine. Creazione e fine del mondo. Pertanto la prova è un modo consentito da Dio tra i due estremi per imparare delle lezioni che ci serviranno per la fine, cioè la salvezza.

              Invece in Oriente vi è prevalentemente una concezione ciclica del tempo: un ritorno su sé stesso, come indicavano i greci con la immagine dell’Ouroboros, il serpente che si morde la coda. Laozi, eminente filosofo cinese, scriveva che “il ritorno è il movimento caratteristico del Tao” e che “andare avanti significa andare lontano. Andare lontano significa tornare” (Tao Te King 40 e 25).

            Nel simbolismo indiano, il tempo viene rappresentato come il potere ingannevole della Nera Kali, e poi vi è il seducente potere di Eva, Mara e le Vergini Nere, il femminile, Yin, misuratore delle fasi lunari e controllore dei ritmi di nascita, crescita, morte e rinascita, che, nel suo altro aspetto, è anche il fondamentale potere salvifico della sapienza, la Kali dispensatrice di grazie, Maria e la Tara bianca.

            Per il pensiero cinese il Tao è costituito di due poli opposti: Yin e Yang. Pertanto il ciclo è l’alternarsi di Femminile (Yin) e Maschile (Yang), se vogliamo usare questa immagine imperfetta, meglio sarebbe dire Ricettivo e Attivo.

            Ma le due concezioni del tempo, lineare e ciclico, trovano in qualche maniera una loro unione. Per la prima si arriva ad un fine, per la seconda si arriva al Centro.

          Cosa è il Centro? È un concetto espresso da tutte le religioni orientali, fatta eccezione per lo zoroastrismo. Il Centro è la base comune che trascende la polarità degli opposti. Giovane e vecchio sono due opposti: il Centro è la natura individuale che non muta. Donna e Uomo sono due opposti: il Centro è l’essere umano identico a sé stesso, nella sua “sostanza”, direbbe la filosofia aristotelica. 

             Per la concezione lineare, la prova serve a strappare via il superfluo e a farci rendere conto dell’insegnamento religioso. Invece per la concezione del Centro, la prova serve a scartare dalla nostra mente (manas) l’illusione (Maya) e a farci rendere conto che la nostra individualità (Atman) è senza tempo e senza spazio, indivisa e beata, solo che l’illusione ce lo fa scordare.

              È da come intendiamo la prova che deriva il senso della nostra esistenza terrena. Le religioni vi vedono un modo per imparare, per togliere la “ignoranza” che ci spara da Dio o dal Tutto.

              Invece i greci hanno fatto qualcosa di sui generis. Essi hanno certamente elaborato una visione religiosa, quella olimpica, ma non solo. Secondo Nietzsche, alcuni greci hanno guardato in faccia il dolore, ma senza velarlo di illusioni ultraterrene, ma per vivere e sopportarlo crearono forme, riti e miti sublimi, capaci di rendere visibile il mondo. Non negarono la ferita: la trasformarono in figura, facendo nascere dall’ordine minaccioso dei Titani un orizzonte apollineo di misura e straordinaria bellezza. Infatti il grande filosofo scriveva: “In quanto veramente sani, hanno giustificato una volta per tutte la stessa filosofia, col loro filosofare”.  

               Quello che Nietzsche voleva dire è che le religioni conciliano il tragico (che è la contraddizione nel reale: dolore-felicità, morte-vita, prova-pace), cioè danno delle soluzioni, forgiano dei santi, invece alcuni greci non risolvono il tragico ma sublimano la prova in arte, generando una filosofia. Il caos viene cancellato dal santo che si aspetta una vita ultraterrena felice. Invece il sapiente greco lo sublima in ordine apollineo.

              Se ci pensiamo bene, secondo la visione di Nietzsche, i greci hanno trovato una soluzione senza trovarla. In definitiva, anziché tentare di risolvere la questione della prova immaginando un altro mondo, hanno cercato di giustificarla in questo stesso mondo. Perciò il loro atteggiamento non è religioso bensì sapienziale.

               Brelich notava che le religioni si caratterizzano per almeno due elementi:

  • Dicotomia tra mondo terreno e mondo ultraterreno;
  • Istanza soteriologica.

         Invece i greci hanno cercato la salvezza non ricorrendo alla bellezza di una vita ultraterrena, bensì filosofando sulla bellezza in sé stessa, che è l’arte. 

           Ma secondo i filosofi cristiani, come Guardini, la contraddizione della prova si sana unicamente in Cristo. È l’amore di Cristo, che dà la vita per i peccatori, che costituisce la risposta più grande al dolore e a ogni altro tipo di prova.

            Sapere che Dio stesso è venuto sulla terra a soffrire e a morire fa accendere di Luce tutto quanto. Per questo i santi consigliano di pregare Dio e Maria affinché le persone possano comprendere con l’anima (anziché con la fredda ragione) che “tutto è grazia”.

             Le porte dell’inferno insinuano continuamente dubbi fino alla disperazione e al suicidio. Padre Pio chiamava il Santo Rosario alla Beata Vergine: l’Arma contro gli assalti del male.

             Maria Santissima in persona ha fatto 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che muore nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:

  • Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
  • Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
  • Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
  • Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
  • Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
  • Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
  • I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
  • Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
  • Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
  • I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
  • Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
  • Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
  • Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
  • Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
  • La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.

         Il diavolo gioca le sue carte sulla apparente contraddizione tragica del nostro esistere terreno per allontanare l’anima da Dio e dalla sua chiesa.

          L’accidente è contraddittorio: ogni cosa che appare (mondo fenomenico) è in sé limitato e il limite coincide con l’assenza di senso compiuto, perfetto, totale, quindi è lacerato in sé.

           Gesù Cristo ha mostrato al mondo che la lacerazione del suo corpo altro non è che porta per il paradiso. È questa l’Unità che sana ogni contraddizione del mondo! La vera sapienza è la croce di Cristo (Edith Stein). Carotenuto ricorreva ad un gioco di parole: ferita-feritoia (dalla quale passa la luce).

            Lo Zohar, il più importante testo cabalistico, diceva che Dio ha creato solo sé stesso. Altri cabalisti insegnavano che il mondo è il Velo Nero che ci nasconde la Luce di Dio.

            Il diavolo si serve di sofismi, basati sulla conoscenza sensibile del mondo fenomenico, per nascondere, alla nostra mente e soprattutto alla nostra anima, la Luce. Per questo in un cammino iniziatico si insegna “a vedere”, cioè a scorgere i segni soprannaturali che sono da per tutto.

            Il problema è quindi il senso del tragico: la contraddizione, la lacerazione della realtà, almeno nella sua apparenza.

           Da dove deriva il termine “tragico”? Dalla tragedia greca, una rappresentazione scenica, che faceva evolvere in teatro situazioni per l’appunto contraddittorie, come la non sanata tensione tra pretese divine e pretese umane.

           L’importante filologo Untersteiner dava una interessante interpretazione del tragico. Egli partiva dall’idea che la scena era vista: “vedere” in greco si dice theaomai, che poi è passato ad indicare anche “contemplare”. Donde la parola “teatro”.

            Untersteiner rilevava come la theoria, “visione”, “contemplazione”, aveva un significato prettamente religioso: gli antichi greci erano detti theoroi quando frequentavano una festa, e le feste greche erano tutte religiose. Apollo che da lontano visita le proprie feste era detto theoros. Quindi Aristotele paragonava la “contemplazione” dei filosofi alla visione delle feste.

         Le feste religiose erano fruite mediante la “visione” festiva-religiosa perché per i greci vi era una unità corporeo-spirituale, ragion per cui oggetto naturale della visione sono le forme, anche quando si tratta di divinità. Nei santuari il fedele, il theoros attuava una contemplazione (theoria) di quel mondo festivo creato dalla poesia greca (basata sui miti), la quale gli conferiva durata elevandolo a una festa al di fuori del tempo.

           Secondo Untersteiner, nel passaggio dalla religione mediterranea (caratterizzata da divinità femminili) alla religione ellenica, indoeuropea (caratterizzata da divinità maschili), il mito divenne in sé contraddittorio. Il mito infatti trasse origine dal mondo mediterraneo per poi trasformarsi in quello indoeuropeo senza però cancellare del tutto il passato anellenico. Pertanto il mondo concettuale greco, dalla poesia alle saghe degli eroi, e quant’altro, si velava di una contraddittorietà sempre più crescente.

            Allora la tragedia greca, che rappresentava sulla scena episodi desunti dal mondo concettuale, esponeva gli spettatori alla contraddizione. E il dio Dioniso, centrale nella tragedia, sarebbe stato il rappresentante ideale di questa contraddizione. Dioniso infatti è il dio più antinomico della grecità, perché incarna sia l’estasi che il terrore, la liberazione e la frenesia, l’ebbrezza e la follia. La sua contraddittorietà deriva dalla sua natura polimorfa: è il dio dell’abbandono a un istinto primordiale e irrazionale, ma la sua accettazione porta dolcezza e liberazione, mentre il suo rifiuto porta alla follia distruttiva. È il dio che scioglie dai vincoli dell’identità personale, mettendo in crisi l’ordine razionale per rivelare la fragilità della ragione umana di fronte alle forze irrazionali e misteriose della vita.

             Quindi Untersteiner si allacciava a un passo di Aristotele della Politica (per cui “la contemplazione ha la potenza di produrre catarsi”) e ad un altro celebre della Poetica (per cui gli spettatori della tragedia provavano “catarsi”, cioè purificazione). Pertanto Untersteiner concludeva che tale purificazione era causata non dall’impatto emotivo delle vicende narrate, bensì dalla contraddizione presente nel mito stesso, alla cui rappresentazione assistevano i greci durante il dramma.   

            Quindi, secondo noi, abbiamo qui un’altra possibile soluzione (o tentativo di soluzione) della contraddittorietà della prova. Vedere sulla scena la contraddizione serve ad abolirla, così da purificare lo spettatore?

             La grecità avrebbe sviluppato un sistema di purificazione dalla contraddizione che ci arriva fino ad oggi? Anche se, ricordiamo, Steiner parlava di una “morte della tragedia” nel mondo attuale. 

             Che la visione sia importante preso i greci è fuor di dubbio. La parola “idea” deriva da un verbo greco che significa “vedere”. E il verbo greco oida, “io so”, significa letteralmente “ho visto”. Qualcosa del genere avviene anche in egiziano antico, dove il passato del verbo reck si traduce generalmente come “io so” (nel momento presente).

             Tuttavia osserviamo come il contemplare con gli occhi qualcosa di negativo non può costituire la soluzione. Vedere che una persona soffre non allontana da noi il male.

             È necessario qualcosa di più. È necessaria la grazia di Dio, che cura i nostri cuori. Questa grazia viene concessa con il battesimo, che ci fa figli adottivi di Dio e eredi del Regno.  

             Per il cristianesimo la grazia è “il sangue e l’acqua” (Giovanni 19) che sgorgano dal costato di Cristo in croce trafitto dalla lancia del soldato romano. È dalla sua vita, donata per tutti noi, che ci vengono tutti i beni materiali e spirituali.

            Per questo la Santa Messa, nella quale si rinnovano la morte e la resurrezione di Cristo, è la fonte e il culmine della vita cristiana.

Bibliografia

  • A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Roma 2003;
  • J. C. Cooper, Yin e Yang. L’armonia taoista degli opposti, Roma 1982;
  • F. Nietzsche, La filosofia nell’età tragica dei Greci, Roma 2018;
  • R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, vol. 3, Brescia 1981;
  • M. Untersteiner, Le origini della tragedia e del tragico, Milano 1984.