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Landolina-Nava, l’architetto sconosciuto, di Nunzio Dell’Erba

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In questi giorni tristi per i cittadini di Niscemi circola sulla stampa il nome di Saverio Landolina-Nava, che nel lontano 1792 diede alle stampe una «Relazione della rivoluzione accaduta in marzo 1790 nelle terre vicine a S. Maria di Niscemi nel Val di Noto in Sicilia», pubblicata ad Amburgo su iniziativa di Giovanni Enrico  Bartels. Di questo personaggio, nato il 17 febbraio 1743 a Catania e morto a Siracusa nel 1814, si hanno pochi saggi che riscostruiscono la sua attività scientifica di studioso e di archeologo. Nipote per via materna del principe catanese Ignazio Paternò-Castello, egli studiò nel collegio di Monreale, dove acquisì vaste conoscenze che dopo la laurea utilizzò nello studio del papiro e poi dei dissesti idrogeologici. Nel 1780 ottenne dal re Borbone anche «la custodia e la conservazione del papiro, di regola tagliato dai pescatori che cresceva lungo le sponde del fiume Anapo». Su incarico del sovrano Ferdinando I fu nominato «Regio custode delle antichità di Val di Noto e di Val Demone», dove eseguì ricerche archeologiche, grazie alle quali divenne membro dell’Accademia reale delle Scienze e delle Arti di Napoli. Come studioso di scienze naturali, Landolina-Nava si interessò delle eruzioni vulcaniche ed eseguì ricerche nella zona di Niscemi.

     Nel 1792 diede infatti un resoconto minuzioso nella relazione su Niscemi, quando a sud della cittadina si ebbe una violenta attività sismica. Ristampata due anni dopo a Napoli presso la tipografia Tardano con titolo diverso (il termine “rivoluzione” fu sostituito con “casma”), Landolina-Nava descrisse con dovizia di particolari la sciagura che si abbatté sulla zona a causa della «terra argillosa» per gli «indizj ben fondati di antichi vulcani». L’11 maggio 1790 egli ricevette l’incarico dal re e attese la cessazione delle «continue pioggie», che avevano reso «impraticabili le vie», per recarsi «nelle terre vicine a S. Maria di Niscemi». «Quelle terre – scrive egli – erano ancora traballanti per riconoscerne l’ultimo stato». Lo scopo era quello di «informarlo distintamente di ciò che avrei creduto degno di osservazione, per accorrer   poi sull’esempio del nostro beneficientissimo Monarca colle ulteriori providenze, quando lo stato delle cose richiesto le avesse, ad ajutare i bisognosi».

     Nella sua preziosa relazione Landolina-Nava accenna al cambiamento climatico («cambiamenti di tempo» per poi rendersi conto che le cause erano da ricercare altrove, onde «evitar le funeste conseguenze». Il 28 giugno si mette in viaggio e due giorni dopo arriva a Niscemi, dove trova gli abitanti impauriti di fronte allo sprofondarsi delle terre e all’«alzarsi delle colline». Le persone atterrite fuggono, temendo una «maggiore rovina» e invocano l’«aiuto dei Santi». Dopo la descrizione del territorio e un excursus storico, meritevole di essere approfondito, Landolina-Nava lascia ricche testimonianze per capire la situazione odierna, dimostrando una vasta conoscenza del territorio acquisita con le persone più ragguardevoli del posto. «Le terre – scrive egli – sono fertilissime, quantunque nella parte superiore di ghiaja abbondino. Da un taglio perpendicolare di settanta palmi circa cagionato dall’abbassamento delle terre, che prima del 19 marzo formavano parte del lato della montagna esposta all’Oriente, osservai che per l’altezza di palmi quaranta circa, toltane la superficie glareosa, è una massa di sottilissima sabbia bionda framischiata di vetrificazioni. La stessa sabbia petrificata forma uno strato di un palmo, conservando lo stesso colore, sotto di cui evvi uno strato della sabbia sudetta grosso circa venti palmi». La conclusione della relazione riguarda una sciagura imputabile alla «terra argillosa» determinata dalla forte pioggia che determina «casmansi o precipitansi», che provocano l’abbassamento della collina.  

     Dopo quella relazione Landolina-Nava ottenne nel 1804 grandi elogi per la scoperta della Venere anadiomene, una replica romana del II secolo d.C., oggi visibile nel Museo Archeologico di Siracusa con il suo nome. L’opera ritrae Venere al bagno, che si copre con la mano destra il seno per pudicizia, mentre con la sinistra tiene in mano un panno caldo sui fianchi. Sicuramente per il suo carattere riservato e schivo di ogni notorietà, Landolina-Nava lasciò poche opere, alcune ancora inedite, tra le quali liriche e descrizioni di reperti (vasi, lucerne, monete ecc.), che sono la parte più ricca del museo.   

4 Febbraio 2026/da Redazione
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