L’educazione affettiva non risolverà il problema, di Mara Antonaccio

Ci sono omicidi che non hanno bisogno di trovare spiegazioni in statistiche, grafici o slogan; l’omicidio di Federica Torzullo è uno di questi. È uno di quei fatti che ti si incollano addosso, che non riesci a liquidare come “un altro caso di femminicidio”, perché dentro c’è tutto: la violenza, l’assurdo, l’impotenza, e soprattutto una vita spezzata insieme a quella di un bambino che crescerà con un’assenza irreparabile dei due genitori, uno vittima e l’altro carnefice. Da anni ripetiamo giustamente che serve educazione al rispetto, alla parità di genere, all’affettività, è sacrosanto, ma sarebbe disonesto dire che questo basti. Non basta. Non può bastare. Perché esisteranno sempre uomini che, pur istruiti, inseriti socialmente, lontani da qualsiasi marginalità economica o culturale, compiono atti orribili. Non per ignoranza, non per miseria, non per “mancanza di strumenti”, ma perché in loro qualcosa non funziona.
Ci sono relazioni aberranti vissute come possesso, come controllo, come ossessione, rapporti malati, in cui l’altro non è una persona ma una proiezione delle proprie fobie o delle proprie idealizzazioni, un territorio da occupare, un oggetto che non può sottrarsi al controllo. In questi casi l’educazione si infrange contro una struttura psichica fragile, distorta, incapace di accettare il limite, il rifiuto, la separazione. È un cancro silenzioso, e credo che non riusciremo mai davvero a estirparlo del tutto. La domanda allora diventa ancora più dolorosa: che cosa si può fare? Forse l’unica strada possibile è tentare di leggere i segnali: la gelosia patologica, l’isolamento imposto, il controllo, la paura che cresce, le giustificazioni che si accumulano: è questa l’educazione che può salvare vite, imparare a pensare che quei comportamenti non sono amore ma pericolose avvisaglie della tragedia pendente. Ma anche questo è terribilmente difficile, perché quei segnali spesso si confondono col sentimento, vengono minimizzati, normalizzati, tollerati: chi di noi non ha pensato: lo cambio, è solo nervoso, smetterà. Inoltre intervenire per tempo significa esporsi, denunciare, rompere equilibri precari quando ancora non c’è “nulla di concreto” da dimostrare e la paura delle ritorsioni vince. È un terreno scivoloso, doloroso, senza risposte semplici. Parlare di prevenzione è giusto, ma non basta riempirsi la bocca di buone intenzioni. Serve anche il coraggio di ammettere che esistono zone d’ombra dell’essere umano che la società fatica a intercettare, e che talvolta riesce a vedere solo quando è ormai troppo tardi. Dopo restano solo il silenzio e l’incredulità, il vuoto incolmabile; restano una donna che non c’è più e un bambino che pagherà per colpe che non gli appartengono. E allora sì, povera Federica e povero quel bambino. Il resto, per quanto necessario da discutere, oggi sembra insufficiente.