Leone Sinigaglia pioniere dell’etno musica, di Nunzio Dell’Erba
«Un giorno d’estate, sui colli di Cavoretto, udii da una contadina cantare una canzone così bella che ne rimasi colpito e pensai che un’accurata ricerca potesse rivelare insospettate ricchezze nel campo del folklore musicale piemontese. Il libro di Costantino Nigra (1888) mi riuscì di molto aiuto in questa indagine».
È questo uno dei tanti appunti che si ritrovano fra le carte di Leone Sinigaglia (1868-1944), cultore della musica popolare e pioniere dell’etnomusicologia: una disciplina poco coltivata in Italia. Più noto al di là che al di qua delle Alpi, Sinigaglia legò il suo nome ad un lavoro durato mezzo secolo e inteso come espressione delle tradizioni canore e ricerca dei vecchi canti del Piemonte. Una passione e un aiuto alla loro raccolta che gli vennero dalla lettura del libro «Canti popolari del Piemonte» di Nigra e dalla lezione di Giovanni Bolzoni, direttore del Teatro Regio di Torino e poi del Conservatorio di Musica.
Da Bolzoni apprese le prime nozioni al Liceo Musicale di Torino, dove accanto alla passione per la musica coltivò quella per l’alpinismo. In un suo scritto ricorda:
«Per conto mio, lo confesso, andai alle Dolomiti con un grano di scetticismo; ne tornai non solo convertito, ma entusiasta. E quando, dopo due mesi di soggiorno, sulla fine di settembre, partii dalla bella e ospitale Cortina d’Ampezzo, e lasciai dietro a me la nobile porte dell’Antelao e del Pelmo, che schiude al visitatore la magica regione Dolomitica, provai un senso di vero stringimento, perché sentii allora più che mai quale e quanto veramente fosse il fascino che emana da questo gioiello di montagne, uniche forse nel loro genere, impavide di confronti perché forti della loro superba originalità: le Dolomiti!» (cfr. L. Sinigaglia, Climbing Reminiscens of the Dolomities, T. Fisher Unwin, London 1896).
Sinigaglia, oltre alla musica e all’alpinismo, fu un appassionato lettore dei classici e delle opere di Antonio Fogazzaro, con cui ebbe una fitta corrispondenza tra il 1883 e il 1903, come si ricava dalle lettere conservate nella «Biblioteca Bertoliana» di Vicenza. Il sodalizio culturale fra il giovane musicista torinese e il famoso romanziere vicentino si sviluppò su uno scambio di esperienze, che culminò nella «Montanina» composta proprio su un testo di Fogazzaro.
Il soggiorno a Vienna e a Praga, dove Sinigaglia si recò per perfezionare le sue doti compositive, fu decisivo per l’amicizia con Johannes Brahms, a cui aggiunse quella di Eusebius Mandyczewski e di Antonín L. Dvořák. Fu proprio con quest’ultimo che poté approfondire la funzione musicale e il valore dei canti popolari.
Nel 1901, dopo il suo ritorno a Torino, Sinigaglia avviò una instancabile ricerca che confluì nella raccolta di 497 canti popolari arcaici, opera che rivelano un amore profondo per la musica del Piemonte. Del 1900 è la «Rapsodia piemontese», del 1905 le due «Danze piemontesi» e del 1909 «Piemonte», dirette a Torino dal celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini. Alcune composizioni furono da grandi direttori come John Barbirolli, Victor De Sabata e Gustav Mahier. L’esito editoriale ebbe invece inizio nel 1914 da Breitkopf & Härtel con il titolo «Vecchie canzoni popolari del Piemonte», poi proseguite e arricchite nel 1921 e nel 1927.
La raccolta fu eseguita nella zona di Cavoretto, dove Sinigaglia era solito trascorrere le vacanze per poi arrangiare alcuni di essi in una versione di canto e pianoforte. L’imponente lavoro, reso noto nel 1998 e nel 2003 da una équipe di studiosi, aggiunge altre melodie seguite da schede analitiche, note e fotografie rare con un corredo di notizie, che stabiliscono anche in Piemonte la presenza di canti e ballate, originarie della Francia, della Spagna e della Provenza, fino ad allora ravvisabili solo in Lombardia e in Veneto. Ogni canto è un quadretto, che rappresenta con vivacità il vissuto quotidiano dei torinesi, siano essi operai che si recano al lavoro, soldati che controllano le vie cittadine, monache che assistano al Santo Natale oppure sfaccendati che si recano all’osteria per ubriacarsi.
Con la Grande Guerra Sinigaglia non interrompe la sua ricerca, che rimane ancora il suo principale interesse per la collaborazione con la principessa Maria José, figlia di Elisabetta di Baviera e brava violinista e promotrice di un concorso musicale. Con l’introduzione delle leggi razziali, introdotte dal Regime fascista nel 1938, le sue opere sono vietate dall’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR) per l’appartenenza alla «razza ebraica», ma vengono trasmesse da radio estere belghe, inglesi, svizzere e persino americane. Comincia così il suo calvario persecutorio con la «spoliazione» dei suoi beni e il sequestro della radio. Per alleviare le sue sofferenze il 12 dicembre 1941 Sinigaglia, già in età avanzata, chiede direttamente al Ministero dell’Interno l’autorizzazione a continuare a possedere una radio: «l’apparecchio radio – scrive in quell’occasione – costituisce la sola possibilità per il sottoscritto di tenersi in contatto col mondo musicale e un conforto spirituale». Il 25 dicembre del 1941 è rilasciato il nulla osta, ma la pesantezza della legislazione antiebraica compromette il suo organismo per le frequenti incursioni della polizia fascista nella sua villa di Cavoretto. Rifugiatosi sotto falso nome in una camera dell’ospedale Mauriziano, Sinigaglia ha un infarto a causa della presenza di due miliziani fascisti, e il 16 maggio del 1944 muore per una sincope cardiaca.



