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L’intelligenza che si ritira: perché il cervello umano rischia di diventare pigro, di Mara Antonaccio

Domani

Dalle visioni futuristiche degli anni ‘90 all’era dei social e dell’intelligenza artificiale: non stiamo evolvendo, stiamo delegando.

C’era un tempo in cui il futuro dell’uomo veniva immaginato come una traiettoria di potenziamento intellettivo continuo, quasi inevitabile, come se l’evoluzione avesse deciso di accelerare proprio nel momento in cui l’uomo aveva preso coscienza di sé. Ricordo ancora un convegno universitario, uno di quelli che allora si ascoltavano con una sorta di fiducia ingenua nella scienza, in cui alcuni Fanta biologi descrivevano l’essere umano del futuro: alto, magro, glabro per adattarsi al calore eccessivo degli ambienti artificiali, alimentato da cibi standardizzati e poveri di nutrienti, ridotti a pappette pronte, che gli avrebbero fatto perdere i denti e dotato di un cervello enorme, finalmente capace di utilizzare quelle porzioni che per secoli aveva lasciato dormienti.

Era un’immagine quasi poetica, più che scientifica, ma rifletteva una convinzione diffusa: che l’intelligenza umana fosse destinata ad espandersi, a raffinarsi, a sviluppare nuovi “poteri”, come un muscolo che, sollecitato, non può che crescere.

Oggi, a distanza di pochi decenni, quella visione appare non solo superata, ma quasi invertita: non si parla più di cervelli più grandi per aumento delle capacità cognitive, ma di fertilità in calo, di maschi sempre più fragili dal punto di vista riproduttivo, con il rischio tra 5 generazioni di sterilità, di un organismo esposto a inquinanti, interferenti ormonali, radiazioni diffuse, alimentazione povera di qualità e ricca di cibi spazzatura. Non si parla più di espansione delle capacità cognitive, ma di riduzione dell’attenzione, di difficoltà di concentrazione, di memoria delegata.

Il punto, però, non è solo biologico, è culturale, ed è qui che la questione diventa inquietante: per la prima volta nella storia, l’uomo non è più costretto a usare il proprio cervello per sopravvivere!

Per millenni pensare è stata una necessità: ricordare, orientarsi, risolvere problemi, prendere decisioni rapide, costruire relazioni complesse; l’intelligenza non era un valore astratto, ma uno strumento che garantiva sopravvivenza.

Oggi, invece, una parte crescente di queste funzioni viene delegata alla tecnologia, non perché non siamo più in grado di svolgerle, ma perché non è più necessario farlo.

La memoria non è nelle più solo nell’Ippocampo o nella Corteccia Prefrontale,  è nei dispositivi informatici; il calcolo è automatizzato, la scrittura è assistita, il pensiero stesso comincia a essere suggerito, completato, anticipato dall’uso sconsiderato dell’Intelligenza Artificiale. Non è un impoverimento immediato, visibile, è qualcosa di più sottile, quasi impercettibile: una progressiva rinuncia all’esercizio.

Il cervello, come ogni organo, segue una regola semplice: ciò che non si usa, si riduce, non in senso anatomico immediato, ma funzionale; le connessioni si semplificano, i percorsi si accorciano, la profondità lascia spazio alla velocità. E la velocità, oggi, è diventata il parametro dominante.

Scorriamo, non leggiamo; reagiamo, non elaboriamo, accumuliamo informazioni senza trasformarle in conoscenza, e soprattutto, perdiamo l’abitudine alla complessità, che è la vera palestra dell’intelligenza.

In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta un ulteriore passaggio, forse il più radicale, non perché sia una minaccia in sé, ma perché rende ancora più facile delegare anche le funzioni più alte: l’analisi, la sintesi, la creatività.

Il rischio non è che le macchine diventino più intelligenti di noi, ma che noi smettiamo di esserlo nel senso pieno del termine. Non è una regressione biologica nel senso classico dell’evoluzione, ma una forma di adattamento; se l’ambiente non richiede più certe capacità, quelle capacità tendono a ridursi.

È sempre stato così, solo che oggi l’ambiente siamo noi stessi a costruirlo, e lo stiamo rendendo sempre meno esigente nei confronti del nostro cervello.

E allora la domanda non è più: come diventerà l’uomo del futuro? ma: che cosa sceglierà di non usare più?

Perché l’intelligenza non si perde all’improvviso, si abbandona lentamente, ogni volta che rinunciamo a ricordare, a capire davvero, a dubitare, a costruire un pensiero che non sia immediatamente disponibile, già pronto, già semplificato. Gli studiosi stanno analizzando la rarefazione del linguaggio parlato, siamo passati dai 1500 lemmi usati nella quotidianità negli anni ’70-’80 ai 650 di adesso: non si sarà più capaci di elaborare pensieri complessi e si finirà per non concepirli più per la mancanza di capacità di esprimerli.

Forse i Fanta biologi avevano torto sulle forme del corpo, ma avevano intuito qualcosa di giusto: il futuro dell’uomo dipende da come userà il proprio cervello, solo che non avevano previsto una cosa: che avremmo potuto smettere di usarlo, non per incapacità, ma per comodità.

A questo si aggiunge un elemento che fino a pochi anni fa era completamente fuori dal dibattito e che oggi invece rappresenta uno dei punti più interessanti della ricerca: il ruolo del microbiota intestinale nella modulazione delle funzioni cognitive. Non si tratta più soltanto di digestione o metabolismo, ma di un vero e proprio asse intestino–cervello, in cui miliardi di batteri partecipano alla produzione di neurotrasmettitori, regolano l’infiammazione sistemica e influenzano umore, memoria e capacità di apprendimento. Se questo è vero, allora anche la qualità della nostra alimentazione diventa un fattore diretto di costruzione o di impoverimento delle capacità cognitive.

Una dieta ricca di zuccheri raffinati e grassi saturi, tipica di molti modelli alimentari contemporanei, non agisce soltanto sul peso o sul rischio metabolico, ma altera profondamente l’equilibrio del microbiota, favorendo stati infiammatori cronici a bassa intensità che hanno un impatto anche sul cervello.

È una forma di interferenza silenziosa, che non si manifesta con sintomi immediati, ma che nel tempo modifica il terreno su cui si sviluppano attenzione, memoria e plasticità neuronale, e questo processo inizia molto prima di quanto si pensi.

Lo sviluppo del cervello non è un evento che si compie nell’età adulta, ma un processo lungo e delicato che ha una delle sue fasi più cruciali già nell’infanzia, quando avviene la cosiddetta potatura sinaptica: una selezione progressiva delle connessioni neuronali, in cui quelle più utilizzate vengono rafforzate e quelle meno stimolate vengono eliminate. È un meccanismo straordinario di ottimizzazione, ma anche estremamente sensibile all’ambiente.

Se in quella fase il bambino è esposto a stimoli frammentati, rapidi, poco profondi, se l’alimentazione è povera di qualità e ricca di elementi pro-infiammatori, se il tempo di attenzione viene continuamente interrotto e sostituito da gratificazioni immediate, il rischio è che il cervello si organizzi secondo schemi meno complessi, meno resilienti, meno capaci di sostenere il pensiero articolato: non è una perdita visibile, ma una diversa configurazione.

Ed è forse per questo che in alcuni Paesi del Nord Europa, spesso considerati laboratori avanzati di innovazione educativa e sociale, si sta assistendo a un fenomeno interessante e, per certi versi in controtendenza: una parziale marcia indietro rispetto all’uso massiccio degli strumenti digitali nelle scuole. In alcune realtà tablet e dispositivi sono stati ridotti o eliminati nelle prime fasi dell’apprendimento, per tornare alla scrittura manuale, alla carta, alla costruzione lenta del pensiero attraverso la parola scritta e il tempo dell’attenzione. Non si tratta di nostalgia, ma di una scelta pedagogica precisa, che riconosce come il gesto della scrittura, il ritmo della lettura e la linearità del ragionamento siano strumenti fondamentali per strutturare il cervello in modo più solido.

In questo senso, il declino dell’intelligenza non è un destino inevitabile, ma una conseguenza di scelte — alimentari, educative, culturali — che iniziano molto presto e che, sommandosi, disegnano il tipo di mente che saremo in grado di sviluppare.

9 Aprile 2026/da Redazione
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