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L’Unificazione ancora sotto accusa , di Marcello Mamini

Ieri

Anche quest’anno, per la celebrazione dei 160 anni dell’Unità d’Italia, si sono sollevate innumerevoli voci contrarie al Risorgimento e alla nascita del nostro Stato. Molti giornalisti, intellettuali e sedicenti storici del Meridione da tempo si spingono in vere e proprie crociate contro Cavour, contro Garibaldi, contro Vittorio Emanuele II, “carnefici” del popolo del Regno delle Due Sicilie. Stiamo parlando di una contro storia, che vede nell’unificazione un tentativo di genocidio da parte dei Savoia nei confronti dei meridionali. Uno dei massimi esponenti di questo revisionismo antirisorgimentale è il giornalista Gigi Di Fiore, che nei suoi saggi espone bizzarre tesi volte a riscrivere, per fini strumentali, la storia d’Italia. Di Fiore, sul Mattino di Napoli, è tornato pochi giorni fa sull’argomento, scrivendo che da sempre quello degli storici è «un grande fratello da visione unica», volto a eliminare la «storia locale, o di parte, le fonti e i racconti preunitari non funzionali al disegno di spiegare la bontà e la necessità del Risorgimento, inserendo nell’oblio le vicende scomode». Per il giornalista, «gli storici, in funzione di guardiani del sapere, difendono se stessi. Le ricerche e gli studi di “non storici” vengono respinti per lesa maestà». Dietro questo feroce attacco si cela un’immagine capovolta dell’Unità. Il regno borbonico, terra «prospera e rigogliosa» fino a quel momento, sarebbe stato vittima di un complotto massonico internazionale da parte delle potenze straniere, teatro di un sanguinoso sterminio e poi depredato dai piemontesi per sanare le casse del Regno di Sardegna. Autori come Di Fiore, Del Boca, De Sivo, sostengono che decine di migliaia di soldati borbonici sarebbero stati deportati e uccisi in dei “lager”, come quello di Fenestrelle, e che gli abitanti del Sud avrebbero dato vita al fenomeno del brigantaggio come fenomeno di liberazione nazionale contro “lo straniero”. Normali rappresaglie vengono dipinte come efferati eccidi contro una popolazione indifesa. Viene preso spesso come esempio l’episodio di Pontelandolfo, dove, in seguito al massacro di soldati dell’esercito sabaudo ad opera dei briganti, si ebbe l’incendio e il sacco del paese su volontà del generale Cialdini e del colonnello Negri. Le battaglie, del resto, si conducono con mezzi violenti, non con le margherite, ma il punto è un altro: nonostante fonti storiche documentino in quell’occasione la morte di 13 persone, questo revisionismo parla di migliaia di vittime basandosi su voci e testimonianze locali alquanto dubbie. È la «falsa storia» di cui parla Croce, ovvero l’uso “pubblico”, distorto, della storia per motivi politici, per alimentare una narrazione che giustifichi una realtà precostituita. Poco importa se uno studioso quale Alessandro Barbero ha più volte ricordato i fatti che accaddero: è stato perfino querelato. Barbero ha dimostrato che non vi fu alcun massacro, alcun eccidio. A Fenestrelle, luogo di tortura secondo i nostalgici dei Borbone, non furono in verità 50.000 i soldati deportati, ma poche centinaia. I morti furono solo 5 e non migliaia come si millanta. Infatti, dei 100.000 militari del Regno delle Due Sicilie, almeno 60.000 entrarono nell’esercito regio, gli altri divennero briganti o si ammutinarono. Dire quindi che l’Unità d’Italia è paragonabile a quanto accadde ad Auschwitz è una vergognosa menzogna sotto il punto di vista storico, oltre che etico e morale. Se la qualità della vita per molti meridionali andò a peggiorare non fu per l’unificazione, ma per colpa di una classe dirigente corrotta e inetta, per scarsi investimenti e per decenni di politiche assistenziali che hanno prodotto una cultura del sussidio. Da anni nel Sud si formano movimenti neoborbonici, gruppi culturali che ripropongono la questione meridionale, ricostruendo la storia dalla parte dei vinti. Ovviamente la politica ha cavalcato questa narrazione: quasi tutti i partiti presenti in Parlamento hanno strizzato l’occhio a questi movimenti. Si pensi al governatore della Puglia Michele Emiliano, che, grazie al Movimento Cinque Stelle, ha fatto approvare nel 2017 una legge che istituisce una giornata in memoria delle vittime meridionali del Risorgimento. La data è quella del 13 febbraio, che rievoca la presa di Gaeta, città in cui ogni anno si riuniscono i neoborbonici per commemorare i 100 giorni di resistenza “all’invasore sabaudo”. In molti comuni, le varie amministrazioni di destra e sinistra hanno eliminato le statue dei protagonisti del Risorgimento, come a Napoli dove, su volere di De Magistris, hanno rimosso il busto del generale Cialdini. Sembra che una parte del Sud sia destinata a rivivere un passato mitico, glorioso, ma inesistente, che non fa onore a chi lo celebra e a chi lo rivendica. Senza una seria e profonda consapevolezza degli avvenimenti storici, e delle loro ripercussioni, non sarà possibile per questa parte del Paese rimettersi in moto e poter contribuire al riscatto economico, sociale e morale dell’Italia unita. Vale in questo caso la preziosa lezione di Tucidide: «bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro». Pena l’irrilevanza del meridione e di tutta la nazione.

21 Marzo 2021/da user-pannunzio
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