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Da svariati decenni ci siamo abituati tutti a considerare un formidabile punto di forza del nostro Paese la presenza di un rilevantissimo numero di piccole e medie aziende, come nessun altra nazione europea. Illustri economisti  e giornalisti economici ci spiegavano  che le PMI permettevano una grande flessibilità produttiva, con la capacità di mutare tipologia di produzione ed anche una più rapida ripresa dalle varie crisi settoriali, a differenza della grande industria più lenta e macchinosa. I politici poi della prima e seconda Repubblica , sia di destra che di sinistra, hanno sempre fatto a gara per magnificare la forza delle nostre PMI : “piccolo è bello “  era il motto di tutti. Spesso i politici lo dicevano per catturare il consenso dei tanti piccoli imprenditori,  senza mai porsi l’obiettivo di una vera politica industriale rivolta alla crescita dell’Italia . Nel 2017 si contavano circa 5,3 milioni di PMI con circa 15 milioni di occupati e rappresentavano il 92 per cento delle imprese attive in Italia. Per chiarimento va detto che per l’UE le PMI devono avere un fatturato inferiore ai 50 milioni di euro e non più di 250 occupati. L’estrema diffusione delle PMI in Italia rispetto alle grandi aziende si è, purtroppo, rivelato ,in questi ultimi anni, un fattore di criticità.

Il primo colpo alle PMI è stato dato dalla impossibilità di svalutare la moneta, dopo l’adesione al sistema euro. In passato con la lira , ad ogni crisi, si provvedeva a svalutare la nostra liretta attuando una sorta di concorrenza sleale nei confronti dei concorrenti esteri. Infatti grazie alla svalutazione le nostre aziende riprendevano a vendere sui mercati esteri , ma non sempre per la miglior qualità del prodotto, ma solo per il minor costo dello stesso a causa dalla svalutazione della lira.

Ciò ha impedito ,nel lungo periodo, che tante PMI migliorassero il proprio livello della produzione.

Poi la globalizzazione ha accentuato la debolezza del nostro sistema economico. L’entrata in scena di grandi paesi quali CINA,INDIA ecc.. ha messo in maggiori difficoltà il nostro tessuto economico , costituito in prevalenza da piccole aziende, incapaci spesso a competere sui mercati globali dove necessitano grandi capitali per effettuare spese di ricerca e sviluppo, che solo le grandi aziende possono attuare. La rivista economica Fortune nella statistica sulle grandi aziende mondiali del 2018, colloca la prima italiana al 19° posto nel mondo (EXOR) e nelle prime 500 compaiono solo 7 aziende italiane. Germania, Francia e U.K. hanno decine e decine di aziende in questa classifica.

Oggi dunque questa eccessiva frammentazione delle aziende costituisce un limite allo sviluppo del nostro Paese. L’azienda di grandi dimensioni infatti può maggiormente investire nei settori che generano crescita : ricerca e sviluppo, sistemi di produzione, logistica, presenza all’estero, marketing, risorse umane qualificate. La crescita a sua volta potrà aumentare i margini, spostare il break-even e creare la capacità di investire ulteriormente, innestando una spirale di crescita continua . Al contrario, le aziende più piccole possono investire in maniera ridotta e quindi possono crescere solo marginalmente. Ecco perché l’Italia, in proporzione al PIL, investe in R & S nettamente meno degli altri paesi industriali, con conseguenze negative per l’high tech italiano: meno dell’1,5% del PIL rispetto, per esempio, al 4,5% della Corea del Sud. La frammentazione dell’industria costituisce anche un limite alla internazionalizzazione. Le piccole aziende generalmente non possono premettersi una presenza diretta all’estero. La stessa logica vale anche per le spese di marketing e di pubblicità. Nel suo ultimo discorso il Governatore di Banchitalia Visco ha evidenziato il dato drammatico costituito dal fatto che dagli anni novanta l’Italia ha avuto la minore crescita rispetto a tutti gli altri grandi Paesi. Tra le cause principali di questo deficit di crescita , il Governatore ha indicato il nanismo del sistema produttivo italiano, cioè troppe piccole aziende e poche grandi aziende in grado di competere sui mercati globalizzati. Un nanismo che impedisce di sviluppare l’innovazione e dunque di aumentare la produttività. In definitiva per decenni ci siamo illusi che il nostro sistema economico fondato su milioni di partite IVA, potesse costituire  un valore aggiunto nella competizione internazionale.

Niente di più errato. Bisogna invece costituire e sviluppare grandi aziende e non milioni di partite Iva ! Ma è un compito che la politica non si pone e, credo, non voglia neppure affrontare.

D’altronde si parla di tutto nel dibattito politico italiano, meno che di questi problemi.

Dunque non dobbiamo illuderci. Manca , purtroppo, una politica industriale che permetta di affrontare i nodi del mancato sviluppo italiano.

Tra questi nodi uno è senz’altro il nanismo delle nostre imprese.

Piccolo , nel mondo globalizzato di oggi, non è bello , anzi ci penalizza molto.

Ma alla politica urlata dei nostri giorni interessano di piu’ i voti di tanti piccoli imprenditori , magari da  illudere con qualche contributo o facilitare con la diffusa evasione fiscale, piuttosto che favorire l’aggregazione e la formazione di grandi aziende competitive, in grado di assicurare il futuro economico dell’Italia.