Piero Gobetti e il Centenario della morte, di Nunzio Dell’Erba

Da quasi un secolo la figura di Piero Gobetti gode di un’attenzione quasi ossessiva. Eppure si tratta di uno scrittore molto studiato e poco compreso per l’eccessiva mole di ripetizioni, prive di contributi originali. La molteplicità di saggi e libri sembra aver nociuto ad un’equa conoscenza del Personaggio, di cui quest’anno ricorre il Centenario della morte.

     Gli anni compresi tra 1918 e il 1926 sono fra i più drammatici nella storia d’Italia. Conclusasi la Grande guerra ed esauritesi le illusioni del cosiddetto «biennio rosso», i partiti democratici sono sconfitti e i fascisti si preparano ad insediarsi nei gangli vitali dello Stato. È in questi anni che si colloca la precoce esperienza di Piero Gobetti (19 giugno 1901 – 15 febbraio 1926), un giovane torinese destinato a passare come una meteora, ma a lasciare un’impronta duratura nella cultura politica del nostro Paese.

     L’opera di Gobetti, fatta di saggi storici e letterari, si rivela in tutto il suo spessore culturale nel periodo tra la pubblicazione del periodico «Energie Nove» (1° novembre 1918 – 12 febbraio 1920) e quello de «La Rivoluzione Liberale» (12 febbraio 1922 – 8 novembre 1925). Quel periodico con la copertina grigio-azzurra come sostiene Gaspare De Caro nel saggio introduttivo a «La Rivoluzione Liberale» – ruota intorno a temi come la critica al liberalismo di Giovanni Giolitti, le velleità militari della borghesia siderurgica, la questione meridionale, la rappresentanza proporzionale, la burocrazia, il socialismo.

     Sono temi già presenti nella rivista «L’Unità» di Gaetano Salvemini (1873-1957), a cui il giovane Gobetti si sente vicino come promotore di cultura per il suo «antigiolittismo» e per il suo interventismo democratico. La Grande Guerra è infatti considerata come un evento eccezionale in grado di infondere nella coscienza degli Italiani una nuova forza spirituale.

     L’altro elemento può essere colto nell’anti-protezionismo che trae spunto dalla lezione di Luigi Einaudi (1874-1961), un altro suo maestro a cui riesce a «strappargli» un articolo per il suo primo periodico (cfr. L. Einaudi, «Il socialismo e il risparmio», in «Energie Nove», 20 giugno 1919, pp. 77-82). In un recente dibattito, tenutosi sull’inserto domenicale del «Corriere della Sera» «La Lettura» (25 gennaio 2026, pp. 42-43), Ersilia Alessandrone Perona dà un’interpretazione semplicistica del pensiero di Gobetti, sostenendo che egli trae dalla lezione di Einaudi il suo anelito alla «necessità che le parti antagoniste si confrontassero anche ferocemente» (p. 42). Lo deduce dal libro «Le lotte del lavoro» che Gobetti pubblica nel 1924 con una prefazione critica verso il collettivismo e l’esperimento sovietico. Einaudi riconosce alla contesa «una benefica spinta verso nuovi equilibri tra forze imprenditoriali e forze del lavoro», ma è lontano mille miglia dalla lotta di classe e dall’antagonismo tra proletariato e borghesia che giudica «un sogno di mente inferma» (Torino 1924, p. 123) per il legame inseparabile tra liberismo e liberalismo. Più che un libro, è una raccolta di articoli scritti in occasione degli scioperi dei tessitori biellesi (1897, pp. 23-68), dei metallurgici liguri (1900, pp. 69-104), del «reato di crumiraggio e lo sciopero obbligatorio» (1904. pp. 105-120), dell’«utopia socialistica» (1911, 1918, 1919, pp. 119-171), del «Governo sindacale» (1906, 1910, 1911,1919, pp. 175-217, «Gli ideali del lavoro» (1917, 1918, 1919, pp. 219-267).  

     Uno «scivolone» che prende pure[u1]  Paolo Soddu, il quale riconduce alla lezione di Einaudi «la dimensione del conflitto» come «fonte primaria dello sviluppo sociale» (p. 42). «Il richiamo al primato della lotta» del giovine torinese, che «scambia Torino per l’Italia», è fuorviante se si pensa al giudizio critico verso i socialisti e verso Filippo Turati (1857-1932), considerato un personaggio «mediocre» che «di fronte alla grande importanza del comunismo critico e della disciplina da esso instaurata, il (suo) riformismo si rivela sterile e diseducatore» (cfr. P. Gobetti, «La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia», a cura di E. Alessandrone Perona, Torino 1995, p. 86). Le simpatie di Gobetti vanno ai comunisti e al movimento torinese dei consigli operai, come scrive Antonio Gramsci nel saggio «Alcuni temi della questione meridionale», edito nel 1930 quando gli attribuisce il merito di aver «capito la posizione sociale e storica del proletariato» (cfr. «La costruzione del partito comunista 1923-1926», Torino 1974, p. 156).

     Un aspetto messo in rilievo anche da Giuseppe Bedeschi («La Lettura», 25 gennaio 2026, p. 42), che sottolinea le simpatie di Gobetti verso Lenin e Trotzki con ripetizioni pedisseque che vanno dal suo libro «Liberalismo vero e falso» (Le Lettere, Firenze 2008, p. 173) alla presentazione sul quotidiano «il Giornale» (4 dicembre 2025, p. 26) del libro «Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente» (Milano 2025) di Paolo di Paolo: vere e proprie copiature che lasciano tramortito il lettore più benevolo. La ripresa del riferimento ai due rivoluzionari russi non è l’unica che si ritrova nell’articolo uscito sul quotidiano milanese, ma altri brani (p. 178 e p. 180) sono travasati pari pari nell’articolo che si presenta come una presentazione o una recensione del volumetto di Paolo di Paolo sotto la supervisione di Alessandro Gnocchi.

     Del pensiero di Benedetto Croce (1866-1952), il giovane Gobetti assume una posizione contraddittoria, come si ricava dalle poche lettere scambiate con l’illustre filosofo, là dove dice di non essere crociano (cfr. lettera datata 27 novembre 1918, in «Il Mondo», 23 ottobre 1962, p.10, cit. in N. Bobbio, «Trent’anni di storia della cultura a Torino 1920-1950)», Torino 1977, p. 6). Nel secondo numero di «Energie Nove» egli lo difende dai «botolini ringhiosi» con una evidente allusione al nazionalista Vittorio Cian (1862-1951) (P. Gobetti, «B. Croce e i pagliacci della cultura», in «Energie Nove», 15-30 novembre 1918, p. 26). Così, senza avere una conoscenza della concezione filosofica di Hegel, Gobetti afferma che quella di Croce è «l’opera più italiana (cioè più seria) che noi abbiamo dato alla civiltà negli ultimi anni». Paolo Vita-Finzi (1899-1986), testimone delle «bravate» di Gobetti, racconta come, insieme alla fidanzata Ada Prospero, irrompe nell’aula di Cian e lo copre di insulti (P. Vita-Finzi, «Giorni lontani. Appunti e ricordi», Bologna 1989, p. 142).  

     Su «La Rivoluzione Liberale» Gobetti analizza l’atteggiamento dei partiti politici (popolari, repubblicani, socialisti), ma non cela il suo pensiero intorno all’indirizzo che bisogna imprimere alle forze politiche per abbattere l’apparato statale del fascismo. In una sua postilla all’articolo «Come abbattere il fascismo» («La Rivoluzione Liberale», 2 settembre 1924, p. 131) di Guido Mazzali, egli considera il «movimento operaio come la sola forza» capace di «liquidare il fascismo». E sottolinea la tattica proposta sulla «Rivoluzione Liberale», che vuole coniugare libertà e rivoluzione intesa come processo di liberazione umana. Con la sua rivista Gobetti, più che rivolgersi agli operai, guarda agli intellettuali con lo scopo precipuo di formare una «nuova classe dirigente» (cfr. N. Bobbio, «Trent’anni di storia della cultura a Torino 1920-1950)» cit., p. 6).  

    In quest’àmbito si inserisce il suo discorso sul Risorgimento, moto fallimentare estraneo alla maggioranza degli Italiani. Le aspirazioni di emancipazione sociale non sono mantenute a causa delle «cricche», rimaste immutate e «sempre pronte a patteggiare» a detrimento della ripresa operaia e della sua «inesorabile intransigenza». Questa visione della lotta politica contro il fascismo, sottolineata nell’articolo «Gobetti la morale dell’intransigenza» «La Stampa, 21 gennaio 2026, p. 23» da Pietro Polito, si ritrova «in un appunto inedito del 1925 intitolato Il nostro antifascismo»: «Il nostro antifascismo non vuole resuscitare il passato. Noi siamo i nati del 1922. Possiamo esaminare spegiudicatamente la crisi italiana». Il direttore del Centro Gobetti presenta l’appunto come inedito, senza precisare che si tratta di un pensiero espresso in molteplici scritti da Piero Gobetti sull’antifascismo. Sul medesimo giornale è intervenuta Miriam Massone («La Stampa, 23 gennaio 2026»), la quale presenta un ritratto agiografico del Personaggio, che per la sua «straordinaria personalità» «riuscì a tenere sempre accesa la volontà costruttiva di cambiare il mondo» (p. 24). Nel suo farraginoso articolo la giornalista auspica addirittura che il percorso intellettuale di Gobetti «sia d’ispirazione per le nuove generazioni» e «(ri)torni tra noi, a teatro, nei simposi, nei libri, nelle case-studio».  

     I modelli della «Rivoluzione Liberale» sono così inclusi nel programma presentato il 22 gennaio scorso e comprensivo di argomenti già noti e privi di attualità.  Il primo tema sul «protestantesimo» è già esposto da Robert Paris e da Giorgio Spini, entrambi autori di due saggi esaustivi, ai quali è difficile aggiungere altre notizie (cfr. «Gobetti tra Riforma e rivoluzione», Milano 1999, pp. 25-58). Il secondo tema, intitolato «Giornalismo e libertà di stampa da Gobetti a oggi», rientra in una dimensione culturale generica e impossibile ad essere esposta in un saggio complessivo.

     Medesimo discorso può essere fatto sul terzo tema «La Rivoluzione liberale da Alfieri a Gobetti», le cui caratteristiche non rientrano nell’opera dello scrittore astigiano, lontano dall’«eroe moderno» raffigurato da Gobetti nell’«operaio della grande fabbrica». Da Gioele Solari (1872-1952) ad Adolfo Omodeo (1889-1946) si può confezionare una collezione di giudizi negativi sulla tesi di laurea: se per Solari essa è il prodotto di un giovane «baldanzoso» preoccupato «assai meno della verità storica e assai più di far servire l’Alfieri a dimostrazione di un suo credo filosofico-politico» («Piero Gobetti e il gobettismo, Torino 2014, p. 172), per Omodeo il saggio sulla filosofia politica di Alfieri è «un ghirigoro incomprensibile; senza fisionomia, pur con tutti gli sforzi del Gobetti, rimangono il Berti e l’Ornato» ((«Leonardo», 20 dicembre 1926, p. 326).

     Il quarto tema su «Gobetti e la Repubblica» fuoriesce dal contesto storico e non può che confluire in osservazioni fantasiose e prive di agganci attuali. Il quinto tema su «Gobetti e la letteratura italiana» è una riproposizione del terzo e presuppone il contributo di specialisti capaci di spaziare in analisi di «lungo periodo».

     Il sesto tema sull’«antifascismo» non presenta tratti di originalità, perché – come afferma Pier Giorgio Zunino – può essere considerata «portatrice di futuri impacci ideologici e politici di ardua rimozione» (cfr. «La Repubblica e il suo passato» (Bologna 2003, p. 462). Per lo storico lombardo e docente dell’Ateneo torinese, scomparso il 20 dicembre scorso la formula dell’«autobiografia della nazione» è fuorviante in quanto, «seguendo rigidamente quella cifra di lettura, si sarebbe anche potuto giungere a guardare al fascismo come al frutto immodificabile di un cinico destino nazionale, una maligna e quasi irreversibile condanna storica alla quale sarebbe stato in fin dei conti inutile tentare di opporre qualsiasi resistenza (p. 463).

     Il settimo tema «Risorgimento senza eroi, eroi senza Risorgimento» è presentato in modo vago, quasi incomprensibile, nonostante i numerosi studi sull’argomento. Pagine ponderate scrive Walter Maturi (1902-1961), che riprende e discute le critiche di Adolfo Omodeo alla visione di Gobetti sul Risorgimento come «opera di una minoranza» ed espressione negativa della mancata riforma protestante in Italia (cfr. W Maturi, «Interpretazioni del Risorgimento» (Torino 1962, pp. 544-548). In realtà il giudizio di Omodeo è molto più aspro se si pensa ciò che scrive all’uscita del libro: «per quanto metafisico sia il concetto della rivoluzione liberale», esso appare inficiato del «pregiudizio satanico-luciferiano che il ribelle sia più bello e più degno del conservatore, un amore della rivoluzione per la rivoluzione che dal romanzesco victorhughiano e dalla nostalgia carducciana per le età eroiche si viene degenerando nella gesticolante cinematografica» («Leonardo», 20 dicembre 1926, n. 12, p. 325). Nell’opera «Risorgimento senza eroi», pubblicata postuma nel 1926, si avverte l’eco della diagnosi di Alfredo Oriani (1852-1909), che considera il «popolo» estraneo al Risorgimento e alle strutture politiche dello Stato liberale.

     Di fronte a queste tematiche, presentate in modo approssimativo si trascurano argomenti di grande spessore culturale, tra le quali le posizioni di Gobetti sul liberalismo, su «Marx e Mazzini», sul sodalizio culturale con Gramsci, con Dorso, sulle scaturigini del concetto di «rivoluzione liberale», sul legame teorico con Georges Sorel, sul teatro e sulla «severa critica» di Gioele Solari, relatore della sua tesi discussa il «14 luglio 1923» (?) (G. Bergami, «Piero Gobetti e il gobettismo cit., p. 172). Una sistemazione concettuale che – secondo Pier Franco Quaglieni – corre il rischio di tradursi nelle solite «messe cantate» per un personaggio come «Gobetti che meriterebbe di essere storicizzato» (cfr. «Gobetti e la storia», in «il Torinese», 26 gennaio 2026)