Essere tonde è una colpa? di Mara Antonaccio
Viviamo in una società profondamente schizofrenica, che da un lato ci spinge a consumare, a mangiare di più, a desiderare cibo come conforto, premio, compensazione emotiva di una vita stressata e perennemente volta alla performance; dall’altro pubblicità continue, porzioni sovradimensionate, zuccheri ovunque e ritmi di vita che rendono difficile cucinare, fermarsi, ascoltare il corpo ci fa prendere peso. Ingrassare, in questo contesto, non è una colpa individuale: è spesso la conseguenza fisiologica del sistema in cui siamo immersi. La schizofrenia sta proprio in questo: la stessa società che ci ha fatto ingrassare ci vende la soluzione! Farmaci dimagranti, integratori “miracolosi”, cosmetici rassodanti, trattamenti estetici, diete lampo: prima si crea il problema, poi lo si medicalizza e, soprattutto, si colpevolizza. Questa contraddizione è ancora più violenta quando riguarda il corpo femminile, perché le donne sono le vittime eccellenti e i bersagli di tutto il meccanismo.
A noi il sovrappeso non viene perdonato, perché è vissuto come una mancanza morale prima ancora che estetica: mancanza di controllo, di volontà, di disciplina. Una donna che ingrassa “ha sbagliato qualcosa”, un peccato che ci portiamo appeso al collo come una condanna. Un uomo che ingrassa, molto più spesso, “sta invecchiando”, “lavora troppo”, “se lo può permettere”, poi li perderà e un po’ di pancetta fa maschio vero. Lo si vede chiaramente anche nel linguaggio della moda, che da decenni prova a mascherare il giudizio senza mai davvero metterlo in discussione.
Per anni si è parlato di “taglie conformate”: conformate a cosa, esattamente? A un modello che escludeva, a una norma arbitraria che stabiliva quale corpo fosse quello “giusto” e quale no? Ghettizzante. Poi è arrivato il termine “plus size”, apparentemente più neutro, ma che continua a definire un corpo solo per eccesso, per scarto rispetto a uno standard implicito, insomma speciale come le tute dei palombari. Oggi va di moda dire “curvy”, parola morbida, esotica, accattivante, quasi seducente, ma la sostanza non cambia: si continua a nominare il corpo femminile come un’eccezione da addolcire linguisticamente, non come una variante naturale e motivata della realtà. È un’ipocrisia elegante, ben confezionata, si cambia il nome per non cambiare lo sguardo, si aggiorna il vocabolario, ma non il pensiero. Perché se davvero quei corpi fossero accettati, non avrebbero bisogno di categorie speciali, di etichette rassicuranti, di reparti separati. Ricordate che una donna non amerà mai vedersi così, di sicuro la maggioranza di noi patirà vedere il suo corpo alterato dai chili di troppo, e anche chi dice che si sente bene così, non è del tutto sincera o si sta raccontando una favoletta per non sentirsi peggio. Eppure i dati – quelli veri, non quelli delle copertine patinate – raccontano un’altra storia; numerose statistiche e studi di psicologia sociale mostrano che a una larga fetta della popolazione maschile piacciono le donne tonde, morbide, reali. Corpi che parlano di fertilità, di presenza, di concretezza, corpi che non sono linee squadrate, ma materia viva. Il paradosso è che mentre il desiderio maschile reale è spesso più inclusivo di quanto si voglia far credere, l’immaginario dominante continua a proporre un modello femminile irraggiungibile, asciutto, quasi disincarnato. Il risultato è una tensione continua; le donne mangiano in una società che le invita a mangiare, ma lo fanno sentendosi in colpa; si allenano non per stare bene, ma per espiare; assumono farmaci non per salute, ma per adeguamento; usano i cosmetici come armature: il corpo diventa un campo di battaglia, non una casa. Il punto, allora, non è dimagrire o non dimagrire, il punto è smettere di trattare il corpo femminile come un problema da correggere. Occorre recuperare il concetto di salute, che non coincide con la magrezza, e di benessere, che non coincide con l’approvazione sociale. Imparare a mangiare, sì, ma anche imparare a guardarsi senza disprezzo, a distinguere ciò che fa bene da ciò che serve solo a conformarsi. Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è perdere peso, ma sottrarsi a questa schizofrenia collettiva. Mangiare con consapevolezza, curarsi senza punirsi, abitare il proprio corpo senza chiedere scusa. Perché un corpo non è mai un errore, è semmai un racconto. E merita rispetto.



