Ritratto di Arrigo Cajumi, di Azzurra Frattegiani
Il volto di Arrigo Cajumi, a tutt’oggi in parte inesplorato, assomma in sé il profilo del critico letterario, del giornalista polemista, del lettore indefesso e del convinto liberale. Allievo del francesista Ferdinando Neri, da cui trasse l’abitudine comparatistica e il gusto per il ritratto insieme estetico e psicologico degli autori che lo condusse ad ammirare profondamente il critico romantico d’oltralpe Sainte-Beuve, conservò per tutta la vita una predilezione di sguardo per gli scritti francesi. Già dal primo dopoguerra Cajumi prestò la sua penna sferzante e acutissima a diffondere sul suolo italico la conoscenza di nuovi autori europei attraverso una precoce e giovanile collaborazione con riviste e quotidiani, che proseguirà per quasi tutta la sua esistenza con la costante alternanza fra contributi di critica letteraria e teatrale e articoli di carattere storico-politico. Fra di essi “La Stampa”, “L’Ambrosiano”, “La Rivoluzione liberale”, “Il Baretti” e “La Cultura”, nel cui milieu venne in contatto con numerosi intellettuali come Cesare De Lollis, Pietro Paolo Trompeo, Umberto Cosmo, Bruno Migliorini, Mario Praz, Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Massimo Mila e Sergio Solmi.
Con tono amaro e mordace l’instancabile lettore, benché digiuno di studi accademici, scandagliava la letteratura di ogni epoca con il classicissimo intento di premiare le pagine più capaci di restituire il volto e le imprese dell’Uomo, quel “singe malfaisant”, che Cajumi non manca mai di descrivere e bersagliare con spirito battagliero e inclinazione spesso epigrammatica. La precisione e la dura franchezza del giudizio rappresentano la cifra dei Pensieri di un libertino, zibaldone di scritti coraggiosi compilato dal torinese proprio nel decennio 1935-1945, quando la morsa del Regime fascista lo costringeva a rinunciare agli interventi e agli incarichi pubblici e a dedicarsi in toto al conforto della lettura.
Giovane interventista nel Primo conflitto mondiale, Cajumi non si lasciò mai affascinare dal movimento fascista, neppure ai suoi inizi. Non lo contrastò attraverso l’attivismo politico ma collaborò finché gli fu permesso con i suoi aperti oppositori, primi fra tutti Luigi Ambrosini e Piero Gobetti. A detta dello stesso autore, il Cajumi storico-politico interveniva laddove si imbattesse in uomini politici che fossero “oratori piccanti e gagliardi” e buoni scrittori. Tanto nette e definite erano le sue predilezioni letterarie quanto decisi furono i suoi giudizi politici. Gli stessi secoli che dispiegavano i massimi modelli letterari, l’Otto e il Novecento, esprimevano anche la fioritura dei valori civili di laicità dello Stato e libertà individuale che improntarono l’orientamento politico del piemontese. Sostenuto dalla lettura dello Zibaldone leopardiano e del Secolo che muore di Guerrazzi, Cajumi osservava nella “babele quarantottesca” “l’immagine di un paese ingovernabile”, divenuto tale perché sottoposto per secoli ad una compressione politica, storica e religiosa che aveva determinato l’affermarsi di un diffuso individualismo e dell’apatia civica di chi è aduso ad essere escluso da privilegi e benefici in un sistema che Cajumi definiva “di casta”. Priva di un’organizzazione coesa e di una vera partecipazione popolare che solo “la maturazione degli spiriti” avrebbe consentito, perciò, l’unificazione nazionale era stata governata soprattutto dalla casualità e dal protagonismo di pochi. Fatta l’Italia, solo Cavour, con la genialità, l’autorità e un impegno ventennale aveva condotto il paese verso la modernità. Parimenti il Regno sabaudo aveva svolto, unico, una funzione trainante nella costellazione di staterelli italici, all’interno della quale, dopo l’Unità, Cajumi poneva accanto al Piemonte solo Modena, Bologna e Parma, grazie alla loro buona amministrazione provinciale. Nella successiva storia dell’Italia unita si doveva poi il solo altro periodo di buon governo alla figura di Giovanni Giolitti, sul quale non ricadeva il più noto giudizio di trasformismo ma di prudenza e spregiudicatezza. Continuatore della tradizione politica sabauda, proprio l’abilità di giostrarsi fra le parti attraverso contatti, favori e trattative consentiva al “burocrate provinciale” privo di carisma da leader e di arte oratoria di approdare al juste milieu e garantire così una condizione di concordia ordinum, oltre ad una sana gestione finanziaria dello Stato, quest’ultima consentitagli dal possesso del relativo specifico sapere tecnico. Cavour e Giolitti rappresentavano gli emblemi di quella classe dirigente pensante e istruita che sola poteva sostenere la nascita e il mantenimento dello Stato liberale, insieme all’esistenza di una classe borghese media e prevenire in tal modo la deriva demagogica della democrazia, altrimenti “alle porte”. Il critico rintracciava, tuttavia, le radici della fortuna fascista soprattutto nei sentimenti revanchisti scaturiti dal Primo conflitto mondiale e ulteriormente supportati dal nazionalismo, reo inoltre di aver arrestato, per mezzo dell’idealismo con cui aveva colonizzato cattedre e giornali, il processo di laicizzazione dello Stato. Il “Corriere della Sera” di Albertini aveva poi dal canto suo amplificato la demonizzazione dei “rossi” benedicendo le retate fasciste contro di essi. Sebbene dunque riconoscesse ai socialisti la funzione di argine contro l’affermazione del fascismo, da antisistematico e anti-ideologico qual era, Cajumi non poteva certo vedere di buon’occhio l’impianto socialista, che tacciava infatti di astrattezza e romanticismo.
Il liberalismo di Cajumi fu professato a più riprese sia durante il decennio di silenzio pubblico che sfociò nella pubblicazione dei Pensieri per i tipi di Leo Longanesi, sia nel corso del secondo dopoguerra, quando Cajumi poté riprendere l’attività di articolista sul liberale e azionista «Lo Stato moderno», di cui fu cofondatore con Mario Paggi, su «La Nuova Stampa» e ancora su «La Nuova Europa» di Luigi Salvatorelli, «Il Mondo» di Mario Pannunzio e «L’industria».
Stroncato da un infarto ancora giovane nel 1955, Cajumi non poté purtroppo proseguire l’opera di sprovincializzazione culturale e modernizzazione del paese verso la quale aveva sempre profuso le proprie fatiche. Veniva così a mancare una figura di intellettuale eclettico nonché di incorruttibile testimone dei valori di razionalità, indipendenza, dignità ed impegno nell’educazione civile.



