Sassolini: Caro costò a Silvio allevare Gianfranco in seno, di Giancarlo Lehner

Personalmente non ho niente contro Gianfranco Fini. 

Lo stesso fondatore di An può testimoniare sui nostri trascorsi, intessuti da cordiali confronti di idee. 

Tuttavia, ritengo un faux pas sesquipedale aver tentato di riciclarlo come icona di FdI. 

Certo, fa parte integrante della Historia del movimento sociale e di An, ma, purtroppo, con epilogo assai discutibile.

Giorgia Meloni, specie dell’ultimo tratto dell’itinerario finiano, di certo, non credo possa avere un buon ricordo.

Gianfranco, col suo fido Italo Bocchino (costui, a cui fra l’altro auguro ogni bene, fece più danni a Silvio Berlusconi di quanti ne fece la fellatio di  Monica Lewinsky a Bill Clinton), d’intesa con Giorgio Napolitano, il Pd e la parte belligerante della magistratura, lavorò intensamente, prima, per tradire, quindi, per distruggere il centrodestra, allora rappresentato dal Pdl, che avrebbe avuto i numeri per attuare davvero la promessa rivoluzione liberale e quant’altre perestrojke disincrostanti, lubrificanti e sburocratizzanti i dispendiosi carrozzoni statali e le privilegiate corporazioni.

Il mancato rinnovamento, certo, non originò soltanto dalla scissione e dal sabotaggio dell’improvvisato luddista Fini. Basti pensare alla pattuglia dei frenatori a disco, a cominciare dal paralizzante Gianni Letta, l’artista del rimandare i cambiamenti da fare ieri a dopodomani.

Fini, da politico scaltro e  spregiudicato, non ebbe remore a schierarsi, talora, financo a sinistra del Pd e del forcaiolismo più rozzo, in vista del traguardo finale: il definitivo tramonto politico, possibilmente con disonore ed in manette, di Silvio Berlusconi.

Gianfranco, peraltro, apparve, a mo’ di Madonna delle Grazie, a certi magistrati più astuti e sagaci come il vero epicentro sismico per la Casamicciola del berlusconismo. I neuroni togati di Md, intorpiditi dalle frottole del marxismo-leninismo, non compresero che l’attuazione del berlusconicidio aveva maggiori possibilità, scaturendo non da sinistra, bensì da destra e, per così dire, con impreveduta eversione dall’interno.

Lo afferrò al volo un vecchio, onorato e medagliato magistrato, pure gran puttaniere – parole non mie, che sarebbero di lode, bensì imprecazioni e biasimi della moglie -, il quale si dedicò a convertire i giovani magistrati, affinché supportassero  Futuro e Libertà per l’Italia di Gianfranco Fini, neoformazione di  quattro gatti con le unghie affilatissime identificata come il più sicuro e mortale antidoto al “male assoluto” chiamato Silvio. 

Codesta campagna elettorale in Procura, con tanto di allettanti promesse agli uditori, a favore di Fini  me la raccontò un serio, onesto, apolitico giudice di Corte d’Appello, imbarazzatissimo testimone oculare dei comizi sulla necessità di distruggere Berlusconi, il Popolo della Libertà, l’Esecutivo in carica, nel quale – ricordiamolo – Giorgia Meloni fu il più giovane ministro della Repubblica, non a caso… per la Gioventù. 

Narrai la vicenda al grande addormentatore Gianni Letta – Silvio, purtroppo, non riuscii a contattarlo -, comunicandogli l’intenzione di rendere pubblico lo scandaloso attivismo del magistrato agitprop.

Gianni Letta mi ingiunse di non farlo, perché avrebbe creato problemi al governo.

Ci penso io, senza far rumore“, mi disse. 

Io fui colpevole, anzi idiota totale, d’essermi fidato di un personaggio teso a farsi benvolere da tutti e a non disturbare nessuno, tantomeno gli avversari politici e la casta togata.

Gianni, invero, non fece alcun rumore, visto che non ci pensò affatto. 

Tuttora, non riesco a perdonarmi la stupidaggine d’essermi fatto silenziare, visto che, dopo poco, a pagarne pesantemente le conseguenze fu proprio Silvio Berlusconi.

Tuttavia, a parte il narcotizzante presenzialista amico di tutti, il boia del governo Berlusconi fu Gianfranco Fini, un Mastro Titta, invero, micidiale, benché sfortunato.

Infatti, a lavoro compiuto, fu scaricato: da boia precipitò a vittima.

Non fu gratificato dagli “amici” magistrati, neppure dai suoi eloquenti propagandisti, giacché alla fine, per essersi troppo fidato della casta togata, della sinistra, di Napolitano e dei familiari,  per il “caso Tulliani” si beccò 2 anni e 8 mesi.

Augurandogli un Appello propizio o almeno la prescrizione, che, anzi, sembra sicura, alla luce della sua negatività in ambito politico, è altrettanto auspicabile che, dopo aver fatto fallire il progetto del popolo della libertà e il suo stesso partitino, rimanga per sempre del tutto esterno a fratelli d’Italia ed al centrodestra.