Stereotipi storici e Unità d’Italia, di Nunzio dell’Erba

     Il 13 gennaio scorso è uscito sul «Corriere Torino» l’articolo Lettere da una «terra lontana dalle idee di progresso e di civiltà» di Carla Piro Mander. Già il titolo dà un’immagine distorta del rapporto tra Nord e Sud al momento dell’Unità d’Italia. Esso è infatti più complesso di quanto emerge nella ricostruzione storica dell’autrice. I brani citati, peraltro già noti agli studiosi per essere presenti nel saggio di «Altro che Italia!» («Meridiana», 1992, 15, pp. 53-89) di Nelson Moe, poi ampliato nel volume «un paradiso abitato da diavoli identità nazionale e immagini del mezzogiorno» (Napoli 2004), non sono riproposti in modo preciso per essere leggermente modificati o tagliati nelle parti più significative.

    L’articolo si apre con un brano di una lettera che il 17 aprile 1861 Cavour invia a Emanuele Taparelli d’Azeglio, scritto in modo erroneo secondo il curatore della voce biografica per il «Dizionario biografico degli Italiani» e tagliato nella parte in cui si precisa che Vittorio Emanuele assume il titolo di sovrano anche «per sé e per i suoi successori». La lettera di Cavour a William de la Rive (febbraio 1861) e il commento sono tratti dal saggio di Moe, senza che sia specificato in quale occasione fu scritta e il motivo per cui il Conte espresse quel giudizio dal momento che egli «non era mai andato più a sud di Firenze» (E. Artom, «Il Conte di Cavour e la Questione Napoletana», in «Nuova Antologia», 1901 p. 145 e Moe, p. 160). La lettera di Liborio Romano a Cavour (15 maggio 1861, elogiativa e smaccatamente servile, copre quasi un’intera colonna, ma non rispecchia il carattere dei meridionali e non dà adito al conte di profetizzare il loro futuro. La lettera di Antonio Scialoja a Cavour e quella di Diomede Pantaleoni a Marco Minghetti riportano una data sbagliata. La prima datata da Moe «fine dicembre» è inviata secondo l’autrice il «27 dicembre 1860», mentre la seconda non può essere collocata «a metà luglio del 1861» ma il «16 agosto 1861», la cui data è precisata da Franco Della Peruta in un saggio intitolato «Contributo allo studio della Questione Meridionale. Cinque lettere inedite di Diomede Pantaleoni» e uscito su «Società» (1950, n. 1, p. 78). La lettera di Giovanni Battista Cassinis a Cavour, citata in modo parziale, non può essere datata «novembre 1861» in quanto il Conte era già morto da cinque mesi.     La visita del Ministro di Grazia e Giustizia non si riduce «al sud del paese», ma fu effettuata nella città di Napoli, considerata in modo opposto dal federalista milanese Giuseppe Ferrari: Napoli è «una città colossale, ricca potente».

    Il primo dibattito parlamentare, svoltosi a Torino dal 2 al 6 aprile 1861, ha un cenno veloce a favore della lunga risposta di Cavour ad Americo Amari, quasi mezza colonna e tagliata nel suo esordio iniziale, là dove il Conte riconosce al giurista siciliano la patente di «dottissimo giureconsulto», precisando di essere favorevole al decentramento e contrario all’imposizione della «tirannia d’una Capitale sulle province» (Moe, p. 323). Incomprensibile il motivo per cui l’autrice omette la parte elogiativa della Sicilia e dei fratelli Amari: «la creazione d’una casta burocratica che soggioghi tutte le membra e le frazioni nel Regno all’impero d’un centro artificiale cui lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell’Italia, non meno che la sua conformazione geografica, lo ebbi più volte ad esprimere […] al Conte Michele Amari, ed io non ho il menomo dubbio che, quando siano sedati i commuovimenti (?) che alcuni mestatori s’ingegnano di suscitare rinfocolando le ire personali, sarà facilissimo di mettersi d’accordo sopra uno schema d’organizzazione, che lasci al potere centrale la forza necessaria per dar termine alla grande opera del riscatto nazionale, e conceda un vero auto-governo alle regioni ed alle province» (Moe, p. 323).

Questa risposta di Cavour, incomprensibile nell’articolo, è esplicita solo se si precisa lo scambio di opinioni con Americo Amari e la sua richiesta dell’autonomia siciliana. Il giurista siciliano, critico verso la rappresentazione della Sicilia come fonte di corruzione e morbo della nazione, precisa: «Quando si parla di corruzione […] noi dobbiamo dire la verità, che noi, cioè, non siamo tutti corrotti per essere stati soggetti al Governo più corrotto. Io dirò, una volta per sempre, che non bisogna rappresentare questi due popoli (napoletano e siciliano) come non altro che una cancrena; no; noi siamo italiani ed abbiamo conservato le virtù italiane; abbiamo fatto la rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità» (Moe, p.177). Affastellare una serie di brani per dimostrare l’inferiorità della Sicilia rispetto al Piemonte significa condannare il passato in nome del presente e commettere un errore storico deleterio all’immagine dello Stato unitario. Un giudizio che si ritrova nell’introduzione di Pier Franco Quaglieni ad un aureo volume collettaneo su «Cavour e la sua eredità. I rapporti tra Stato e Chiesa» (Soveria Mannelli 2010), là dove dice: «Oggi occorre soprattutto confutare il rifiuto del Risorgimento da parte di chi per motivi opposti (che si elidono a vicenda), al Nord come al Sud, ritiene l’Unità nazionale un “disvalore” o, comunque, un errore storico che grava pesantemente sull’Italia attuale». All’indicazione di Quaglieni, volta a corroborare la coscienza nazionale e a difendere il Risorgimento, bisogna tenere presente alcuni aspetti fondamentali sui quali grandi storici (Romeo, Giarrizzo, Galasso, Passerin d’Entrèves, Alatri) hanno insistito: le posizioni di Cavour sul Meridione d’Italia, il contributo dei meridionali al progresso del Piemonte e l’operosa attività scientifica da essi svolta nell’Ateneo di Torino.  Il problema nazionale non è minimante intaccato dalle ricostruzioni storiche di Moe, che dà un quadro fazioso delle vicende storiche che portarono all’Unità d’Italia, senza tenere presente le solide convinzioni dei suoi fautori, animati da un moderno liberalismo e di una vera fede nella libertà.