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Il vino dei Futuristi, di Maria Luisa Alberico

Oggi

In occasione della presentazione del recente volume di Giordano Bruno Guerri, “Audacia, Ribellione, Velocità – Vite strabilianti dei futuristi italiani” -Rizzoli- organizzata dal Centro Pannunzio a Torino lo scorso 15 gennaio, l’autore, brillante narratore, sollecitato dalle domande del Presidente Pier Franco Quaglieni, si è soffermato sui molteplici aspetti culturali e di costume che il Movimento Futurista ha messo in moto a partire dal 1909, anno della pubblicazione a Parigi del Manifesto del Futurismo, opera del genio creativo di Filippo Tommaso Marinetti. Il Futurismo fu, ha sottolineato Guerri, la più importante creazione culturale di carattere internazionale dopo il nostro Rinascimento, che influenzò ed orientò i gusti delle avanguardie artistiche europee, ridefinì un nuovo approccio filosofico e valoriale, si confrontò, con spirito irriverente e guascone, con altri grandi protagonisti di quella stagione che vedeva nella libertà di espressione, in tutti gli ambiti del vivere sociale, la ragione di essere e di acquisire il consenso delle menti più originali e vivaci dell’epoca. I rapporti con D’Annunzio da un lato e con il fascismo dall’altro hanno tuttavia esposto il pensiero e le opere dei Futuristi ad una severa critica storica e ad una prolungata emarginazione  che ne hanno inficiato l’immagine sino ai giorni nostri, con indubbia limitazione della comprensione degli ideali anticipatori dell’attualità, a cominciare dall’entusiastica  adesione verso lo sviluppo delle tecnologie più avanzate che noi oggi conosciamo come gli esiti dell’intelligenza artificiale, l’interesse  per le più ardite progettazioni architettoniche, l’impulso verso la velocità, il rifiuto di ogni dimensione passatista anche nell’ambito delle consuetudini quotidiane, ivi compresi la gastronomia e il ruolo del vino a tavola.

In un articolo di Fulvio Piccinino, apparso qualche anni fa sulla rivista Barolo & co, in occasione del centenario della nascita del Movimento Futurista e della Mostra di pittura svoltasi a Venezia nei primi anni ’90, e che volentieri riporto, si ripercorrono le pagine de “La Cucina Futurista”, di Marinetti e Fillia, dove il vino subisce lo stesso trattamento riservato alla poesia, alla pittura, al cibo e ai cocktail che furoreggiavano ai primi del Novecento come lussuosi emblemi del saper vivere. Secondo i Futuristi, nessuna bevanda come il vino, autentico carburante nazionale, incarna lo spirito del divenire, proprio per le naturali doti di maturazione, trasformazione, variabilità di profumi e sapori a seconda delle stagioni. E la tavola è uno degli ambiti di creatività artistica nel quale si sprigiona tutta la stravaganza e il gusto della provocazione che caratterizzò i protagonisti di quell’epoca irripetibile. Così Marinetti si rivolge alle signore invitandole a sostituire i cocktail party dei convegni pomeridiani con i ben più familiari: “l’Asti spumante della signora A; il Barbaresco delle Signora B…” e la “piemontesissima” Barbera viene proposta nel corso di una cena futurista a Parigi in una formulazione inedita, in cui formaggio e cioccolato navigano nel popolare vino con cedrata e bitter. Assecondando lo spirito di creatività lessicale, si invita a sostituire la barbarica parola “bar” con l’italianissimo “quisibeve”, il barman con il semplice “mescitore”, il cocktail con “polibibita” e il sandwich, già “tramezzino” di dannunziana memoria, con l’incomparabile “traidue”.

Sono poi indicate preparazioni per tutte le stagioni: nel periodo invernale occorrerà ingurgitare lo “scoppioingola”, composto solido-liquido costituito da una pallottola di parmigiano macerato nel Marsala; nel pranzo primaverile una formosa fanciulla recherà in tavola una bacinella piena di fragole nuotanti nel Grignolino ben zuccherato, mentre nel musicale pranzo autunnale i commensali, invece che rapportarsi con il vino, semplicemente lo guardano e lo annusano: “Poi due minuti di ceci nell’olio e nell’aceto, poi sette capperi, poi venticinque ciliegie sotto spirito, poi dodici  patatine fritte , poi silenzio di un quarto d’ora in cui le bocche masticheranno il vuoto, poi un sorso di vino Barolo tenuto in bocca per un minuto, poi una quaglia arrostita per ciascuno dei convitati da guardarsi e annusare intensamente, senza mangiare…”

Non può mancare l’omaggio all’amore notturno in cui i due amanti, per aumentare la fecondità, consumano avidamente metà del prosciutto, a cui seguono le grandi ostriche ciascuna nella sua acqua marina e con undici gocce di Moscato di Siracusa (evidentemente accompagnamento peccaminoso), per concludere con Asti spumante.

Stravolta  è poi la successione delle portate, dove la frutta che noi consumiamo a fine pasto è posta in apertura, come le pesche “con il cuore di vino dolce toscano che nuotino in un mare di cognac” o i “datteri imbottiti di acciughe”. L’Asti spumante è protagonista della ricetta che prevede “200 fili di zucchero filato arrotolati a gomitolo, avvolte in fette di ananas”  e si ritrova anche nel “vitello ubriacato”, tasca di vitello riempita  con mele, noci, pinoli e teste di garofano, cotta in forno, servita fredda in un bagno di effervescente Moscato, mentre il Moscato di Siracusa, che doveva essere uno dei vini preferiti da Marinetti, compare nella “bomba a mano”: sfere di torrone avvolte in bistecche al sangue e cotte, appunto,  in quell’ottimo passito.

Al vino sono dedicati versi deliziosi da uno dei più eclettici artisti della seconda generazione di Futuristi, Fortunato Depero,  originario di Rovereto, allievo di Balla, pittore, scultore, autore di decine di manifesti pubblicitari per parecchie case vinicole che nel 1930 disegna la famosa bottiglietta a tronco di cono del Campari Soda. Il componimento “Quattro bocche assetate”, proposto direttamente da Depero nel corso di una trasmissione radiofonica nel 1934, si riferisce alle sensazioni prodotte da quattro diverse tipologie di vino in una straordinaria  successione “sinestetica”, in cui tutti i cinque  sensi sono coinvolti e le parole accostate con imprevedibili aggettivazioni che rendono la lettura di soave godibilità.

Così la prima bocca dice: “..voglio vino rosso chiaro con trasparenze di rubino…vino preparatorio, adolescente, primaverile…”; la seconda bocca anela invece al vino “…spesso… carnoso, nutritivo… maturo e virile…un vino del sud dal viso abbronzato, dal nervo solare, dal pugno sicuro, dalla voce appassionata…”; tocca poi alla terza bocca che lo desidera “colore dell’oro, pastoso al palato, zuccherino alla gola…il suo vero colore tra l’oro e il rame con liste d’ottone, con pupille d’oro vecchio e sguardi d’oro” ed infine la quarta bocca, che ha tutt’altri gusti, vuole vino “metropolitano e notturno…un vino spumante in decolté, d’argento, saltante”, un vino che ricordi “Parigi, Sanremo, Montecarlo, roulette, dollari e girandole di fuochi d’artificio”, le cerimonie e le feste a bordo e il jazz nei cabaret: Champagne dunque!

18 Gennaio 2026/da Redazione
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