Tutte le guerre in un frammento di mondo, di Bianca Gaviglio

Seconda guerra mondiale

Eh sì, di rumore ce n’è stato tanto, e di sofferenza pure, in questa sacca di destra Po, tra Secchia e Panaro, soprattutto nelle fasi finali della guerra, le più contorte. Leggere quel fazzoletto di terra, un particolare che si fa universale, significa leggere la storia di tutta la Seconda guerra mondiale, e in filigrana la storia di tutte le guerre. Che all’infinito si ripetono senza mai insegnare nulla. Difficile non chiedersi perché.

Un frammento d’Italia, un frammento di mondo in cui tutto è successo. E lì è nato un Museo che mostra bene l’intreccio, l’eterno insolubile incrociarsi dei torti e delle ragioni di tutte le parti in causa, nel grande disastro. Il Museo raccoglie cimeli, filmati, documenti relativi al periodo che va dalle prime incursioni aeree del 1944 sino al passaggio del fronte con l’arrivo degli Alleati nell’Aprile 1945. È stato progettato e realizzato con il desiderio di raccontare e con la volontà di rivivere una storia da cui emergono continui legami tra il presente ed il passato di chi abita quel territorio, che si allargano anche a fatti e persone arrivate da luoghi lontani, lontanissimi, perfino dall’altra parte del mondo. Un museo in crescita che costruisce e ricostruisce incontri inaspettati e importantissimi, vita che continuamente riemerge. La parola Museo chissà perché evoca un senso di immobilità, di morte. Che strano. Ciò che troviamo qui è vita e la vita non può essere morta. Per definizione.

Come chiamarla quella guerra? È stata sicuramente grande, molto, ma non si può più chiamare la Grande Guerra, appellativo che spetta a quella del 15-18 “perché più grande di così è proprio impossibile”. Questo si pensava, sbagliando un bel po’. Grandissima? Sembra quasi un termine elogiativo, non può andare. E allora, molto semplicemente la Guerra. Qualcuno, appena terminata, diceva l’ultima guerra per distinguerla da quella precedente di cui ancora risuonava l’eco. Ma ultima non è già più, purtroppo. Ci saranno guerre finché ci saranno uomini, si dice. Pare che siano inevitabili. Ma perché mai debbono essere inevitabili? Qualcosa non torna, è una convinzione che dà un colpo di spugna al concetto di libertà. Libertà e inevitabile non possono stare insieme. Ma forse così è nel Mondo e la Luce, lo sappiamo bene, non è del Mondo, che comunque ci tocca attraversare, ed è fatica, ed è bellezza. Solo lo sguardo verso l’Eterno potrà cancellare quell’inevitabile, obiettivo a cui è bene indirizzare l’umana libertà.

Torniamo al punto, alla guerra. Diciamo Seconda guerra mondiale, usando il consueto ordinale che ci auguriamo voglia anche, come mondiale, significare ultima. Di fronte ad essa si affollano un sacco di domande. Come affrontare il grande disastro? E più che altro, si poteva scegliere? Si stava dalla parte giusta o da quella sbagliata? Non era così scontato che si potesse capire e meno che mai che si potesse scegliere. Ma poi, c’era una parte giusta? La Storia l’ha individuata, ma a cose fatte, ed è un po’ troppo comodo. Più che altro, e questo vale per ogni storia, c’è una parte in assoluto giusta? Per ogni vicenda in cui si vedono oppressi e oppressori, è evidente che chi opprime e commette violenza è sempre dalla parte sbagliata. Senza se e senza ma. Appunto, i se e i ma fanno innervosire. Pensiamo, giusto per insistere sui contorni di quei territori e di quei tempi, spostandoci appena un po’ più in là verso il confine orientale, alla questione delle foibe. Chi infoiba è dalla parte sbagliata. Punto. Che senso ha dire “e allora il fascismo?”. È naturale che poi sempre si scavi, che si vada all’indietro, per capire le ragioni che per fatti del genere sono sempre ben poco ragionevoli. E poi le ragioni delle ragioni, all’indietro ancora e ancora. Un lavoro interessantissimo, quello degli storici e di chiunque ami riflettere, che fa emergere interrogativi sempre nuovi. E infiniti. Fino alla radice, che è quella della mela della disubbidienza, dell’uomo che pretende di tracciare il confine tra bene e male. E tracciato il confine decide che la sua è la parte del bene. Dall’altra il male. Che magari si sente bene. E allora, giusto e sbagliato da che parte stanno? Inizia così la dialettica, incessante fino ad oggi, ma poi anche a domani. Fino a quando? E ancora, alle motivazioni storico-politiche si intrecciano quelle personali che spesso non coincidono. Insomma, è un bell’intreccio di vite individuali e collettive, vite di persone e di popoli.

C’è poi ancora un inghippo. Si può essere o sentirsi dalla parte buona e comportarsi male o viceversa. Stai dalla parte giusta e distruggi Dresda, o soltanto Sermide, così tanto per dire e rimanere nel territorio del Museo. O magari fai un vuoto di morte che durerà generazioni ad Hiroshima. Stai dalla parte sbagliata a costruire tegami per i Nazisti e intanto salvi un mucchio di Ebrei. All’interno del bene, o comunque della convinzione di essere nel bene, un continuo sobbollire di orrori, e nel male improvvisi insospettabili semi di bene. Si sa, il chicco di grano deve morire per portare frutti. Toni Reggiani, che di chicchi ne ha macinati tantissimi, era dalla parte sbagliata, ce lo dice bene il nome dei suoi due figli, Italo e Benito, e ha fatto un gran bene. Era la persona più ricca del paese, gestiva il forno, ossia cuoceva proprio ciò che non a caso ha il nome della necessità prima, il pane; gestiva anche un cinema, una sala da ballo e un caffè, non proprio affollati negli anni di guerra. Aiutava sempre chi aveva fame ed erano tanti, allora, ad avere fame. Gli Americani erano buoni, venuti a liberarci, a distribuire sorrisi cioccolata e caffè. Il loro arrivo ha portato gioia irrefrenabile. Prima però avevano bombardato Sermide. Decine di civili morti e il paese completamente distrutto, la popolazione costretta a cercare rifugio nelle campagne dove trovava tanta solidarietà, ma con mille difficoltà a nutrirsi e a sistemarsi, magari nei pollai o nei porcili.

Dal qui ed ora in cui vivo, corro alle vicende di un appena ieri che ancora risuona con prepotenza in quella sacca di destra Po, corro al là ed allora dell’annuncio di Mussolini, urlato il 10 giugno 1940 dagli altoparlanti di tutte le piazze italiane, quindi anche di quelle di Sermide e della vicina frazione Moglia: “L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”. L’Italia entra in guerra. Tutti obbligati ad ascoltare, alcuni perfino si entusiasmano, i più come minimo si inquietano. Sguardi che confliggono, pareri che si scontrano anche all’interno di una medesima famiglia. Ad esempio, in quella di Giorgio: “Fin dalla mattina di quello storico 10 giugno, mio padre indossò eccitatissimo la camicia nera e poi, nel primo pomeriggio, mi aiutò ad indossare la divisa da avanguardista…….Appena entrato in casa, mamma mi strappò la divisa. Aveva ascoltato il discorso del Duce alla radio (sì certo, urlato anche alla radio). Mi gridò tutta la sua rabbia e tutta la sua paura, associandosi alle madri e alle mogli di tutta Italia”. Ecco una testimonianza, tra le molte raccolte in un testo prezioso che mostra ai nostri occhi vicende ad un tempo contingenti ed universali (Sermide 1940-1945, un paese in guerra. Sermidiana edizioni). Con stupore lì ho incontrato le parole di un buon numero di persone che, come la storia, mi sono passate accanto incrociando più che altro la mia disattenzione. Persone che ora, pur a distanza, si materializzano davanti a me con sorprendente chiarezza annullando ogni distanza. Sono loro, esattamente come allora, ma so vederle con occhi diversi. Lontananza di spazio e tempo, vicinanza di anima. La maestra Edmea, per esempio, testimone e protagonista delle complicatissime vicende scolastiche di Moglia. Le ha raccontate così bene. Ha raccontato le fatiche ed insieme il desiderio e la caparbietà di non arrendersi di fronte alle difficoltà enormi iniziate con i bombardamenti. Un centinaio di persone uccise, tutto il centro di Sermide distrutto, un sacco di senza un tetto. Gli spazi diventano preziosi, ci sono sempre sfollati da sistemare, ad esempio nella scuola di Moglia, la frazione vicina, che diventa casa per moltissimi. Occorre sistemare gli scolari sfrattati, ecco allora la sala del cinema, messa subito a disposizione da Toni Reggiani, proprio lui, quello che macina chicchi. Fa un gran freddo, quindi appena possibile ci si sposta a casa di una maestra, dove c’è una stanza grande con un bel camino; ci si può scaldare purché i ragazzi portino a turno qualche pezzo di legna. Ma anche qui arrivano degli sfollati e allora, pur di far scuola ci si accontenta di una stalla con il suo riscaldamento naturale. Questo finché si arriva a metà aprile 1945 “E’ impossibile continuare; il pericolo aumenta giorno per giorno, le strade vengono mitragliate a tutte le ore; perciò, è prudente rimanere a casa e siamo costretti di nuovo a chiudere la scuola”. Quando finalmente all’inizio di maggio “possiamo respirare tranquilli; dopo mesi e mesi di spavento è subentrata la calma: la liberazione, la pace e quindi la tranquillità in molte famiglie”.

Ma torniamo all’inizio. Che è successo a Mogliesi e Sermidesi a partire da quel 10 giugno? Cosa sceglievano o cosa erano costretti a fare? Più che altro costretti. Quelli giovani e forti sono finiti al mattatoio del fronte, accanto ai Tedeschi prima, nella confusione del dopo otto settembre poi. Ci sono date di cui non è necessario sottolineare l’anno tanto forte è il loro significato, a queste appartiene certamente l’otto settembre, autentico spartiacque. Divide in due la guerra, la tragedia si trasforma ma non è meno tragedia e le vittime aumentano, quelle civili soprattutto con i bombardamenti. In paese, la prima parte della guerra viene avvertita come cosa lontana, ma gli effetti sono da subito anche troppo vicini: fame povertà fatica, in famiglie da cui sono bruscamente allontanate proprio le braccia più giovani e più forti. Donne anziani e perfino bambini devono farsi carico di lavori pesantissimi. “Io avevo 12 anni, mia sorella 15, mio fratello 10 e, insieme a mia madre, si doveva provvedere ai lavori agricoli, a curare la stalla e a mungere le vacche” racconta Norma.

La fatica è grandissima, ma insopportabile più di tutto è l’angosciato dolore per quei padri figli mariti lontani. Torneranno? E come torneranno? Il papà di Norma torna, dopo essere stato ricoverato per un’ernia all’Ospedale di Novara, dove proprio durante la sua degenza ci fu la visita di Umberto, il Principe di Piemonte. La vita può riprendere e resta una bella foto a ricordare quella illustre visita. Anche lo zio di Lia torna ma in ben altre condizioni “lo portarono a casa dopo aver preparato una stanza sterile con una porta di vetro, da dove ogni giorno lo zio Edoardo voleva vedere noi bambini. Il 20 settembre 1945, a ventinove anni, lo zio morì, ma prima di morire ringraziò Dio per averlo fatto tornare a casa.” Davvero notevole, la forza di un ringraziamento in una situazione tanto drammatica.

E dopo? Subito l’8 settembre è speranza, la guerra è finita. Ma per molti, troppi, il peggio deve ancora arrivare. Alcuni sono prigionieri in Germania, come Regolo per esempio, che ce ne parla in un ruspante quanto prezioso diario. I ragazzi di leva al momento dell’armistizio sono arruolati a combattere nelle file della RSI, repubblichini obbligati e magari anche convinti che sia giusto così. Facile dopo dire che era sbagliato. Molti erano tanto giovani da non aver alcun giuramento precedente a cui tener fede. E poi, fede a chi? Alla Patria certamente. Ma la Patria dov’era? Con un Re finito chissà dove e un Duce non più tanto Duce. I combattenti dislocati ovunque e senza ordini chiari.

I bombardamenti segnano una svolta decisiva, necessaria e dolorosamente risolutiva, così pare, ma si fatica a crederlo, il dolore è troppo. Un po’ ovunque, tantissimi, e nel febbraio 1945 a Sermide che, con un centinaio di morti è ancora una volta parte di universale, una briciola se confrontata con le vittime di Dresda Napoli e poi altre e altre ancora. C’è anche un fatto che viene vissuto come un miracolo, una bomba finisce inesplosa all’interno del confessionale nella Chiesa strapiena di gente che cerca protezione. E la ottiene. Si scavano enormi buche nelle campagne per difendersi e accogliere chiunque si trovi in difficoltà, anche militari di passaggio “senza particolare riguardo per l’uniforme”. Magari un tedesco “aveva fame, aveva paura, un cristiano insomma”. Il cibo scarseggia, non ci sono ancora cioccolata caffè e ciumgon, quella strana gomma da masticare, distribuiti dagli Americani e gli spazi non bastano per quel numero immenso di sfollati.

E che impressione i Tedeschi che da quelle rive devono cercare di fuggire – poveretti, quanta pena; tutti dicevano quanta pena, anche chi magari di loro aveva prima avuto soggezione e perfino paura, anche chi magari da loro aveva subito soprusi. Raramente per la verità, in prevalenza si è trattato di rapporti buoni, umani, spesso l’incontro di sofferenze diverse e di lontananze diverse. Di qua si piangeva l’assenza di chi era andato in guerra, di là quella di chi era rimasto a casa. “Kurt, un uomo ben educato. Si era affezionato a me perché somigliavo al suo bambino lontano di cui aveva una nostalgia fortissima” ci racconta Cadmo. Quei ragazzi erano dalla parte sbagliata, ma forse non lo sapevano, non era ancora scritto nei libri di storia. Erano i cattivi, ma non potevano allora neppure immaginarlo. Nazisti, facile dirlo oggi con quel termine ormai chiaramente sinistro. Ma ci vuole lo sguardo alto di chi è fuori o al disopra. Quando sei dentro non vedi il tutto e puoi facilmente ingannarti. Dapprima alleati, improvvisamente diventano nemici, ingabbiati tra il Po e la linea del fronte avanzante. Costretti ad attraversare il grande fiume, ci provano con i mastelli da bucato, con le ceste delle chiocce. Insomma, con qualsiasi cosa possa stare a galla. E annegano. Ho sempre solo sentito parole di compassione nei confronti di questi ragazzi che vanno a morire: amici? nemici? Contrapposizioni vuote di senso nel mondo di chi la guerra la subisce.

Un giorno, alcuni anni dopo, la maestra Edmea – e qui la guerra era già confinata nel passato recente per lei, per me in quello del c’era una volta – mi ha fatto vedere una botola nella sua cucina grazie alla quale aveva nascosto e salvato alcuni giovani. Non so chi fossero e da chi fuggissero: Tedeschi, repubblichini, resistenti che fuggivano dai Tedeschi o dai fascisti, chissà, forse perfino Tedeschi che fuggivano dalle SS. Anche quello è successo. Non so chi fossero i giovani salvati da Edmea, non so se fossero dalla parte giusta o da quella sbagliata. Sicuramente lei che li ha salvati era dalla parte giusta, lei che aveva anche donato oro alla patria, chissà se per convinzione o costrizione. Aveva due sorelle nubili, gestivano un negozio di fettucce cerniere fili aghi. Olga, la più giovane, aveva una sola gamba, sicuramente c’entrava anche lì la guerra, ma allora l’idea neppure mi sfiorava. L’avevo vista sempre con una gamba sola e non mi ero mai chiesta perché. Giusta la parte della vita e dell’umana solidarietà, che non tiene conto degli steccati eretti dalla storia. Come sa spiegarlo bene Vasilj Grossman in Vita e Destino, con la toccante storia della vecchietta russa che dà da mangiare al soldato tedesco affamato, che chissà forse potrebbe uccidere suo figlio. Bontà illogica, così la definisce, che emana una luce di fronte alla quale qualunque danno possa causare impallidisce. Di certo sbagliata è la guerra. Punto. Porta dolore, distruzione e ci convince che i Tedeschi che annegano nel Po e Toni Reggiani sono cattivi. Come lo è Severo, ventun anni, per me, da allora e per sempre il volto della guerra su una lapide del cimitero di Moglia. Caduto al fronte il 9 marzo 1945, appena un mese e mezzo prima della liberazione che gli avrebbe risparmiato la vita. Un giovane con uno sguardo dolce e triste, la bustina militare in testa. Dolce e triste anche lo sguardo di Toni suo padre, il volto del dolore. Ho poi scoperto che la divisa di Severo era quella della Repubblica di Salò: un caduto che non merita lacrime, questo mi dicono. Severo aveva ventun anni, per sempre ventun anni, non sarebbe mai invecchiato. Toni, invecchiatissimo, ha disobbedito, e di lacrime ne ha versate molte.