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E’ stato sicuramente un successo il XXX IV Salone del libro del Lingotto di Torino, ma dire che ha superato il numero di visitatori del Salone di ottobre non significa certo un buon risultato perché il Salone di ottobre ,organizzato in condizioni di reale emergenza, non è stato sicuramente un successo, al di là dei numeri che a Torino sono sempre stati un po’ ballerini per un  eccesso di presenze di scolaresche e di invitati, cosa che è finita anche in tribunale nelle passate gestioni di qualche anno fa. Sono stato al Salone per  partecipate a qualche evento e debbo dire che le impressioni raccolte sono contraddittorie. Molta folla ( forse troppa ,se guardiamo alle norme di sicurezza ampiamente violate sia per mancanza di mascherine al chiuso, sia per mancanza del ricambio d’aria ),ad esempio ,sabato pomeriggio 21 maggio  ,scarsa partecipazione domenica pomeriggio 22 maggio. I taxisti che mi hanno accompagnato, mi hanno tutti detto che il lavoro per il salone non era significativamente aumentato rispetto alla quotidianità. E’ davvero un Salone internazionale? Se vogliamo dire la verità, non lo è mai stato al di là delle  originarie illusioni dei vari Pezzana ed Accornero, padri fondatori, riemersi in questa edizione per proporre un museo dell’omosessualità ,anche lui ovviamente internazionale da aprirsi a Torino con il placet di Sindaco e Presidente della Regione, ambedue entusiasti di fare di Torino la capitale italiana, se non proprio internazionale del turismo culturale  Gay. Le grandi case editrici europee sono assenti , per non parlare di quelle extra europee . Quando leggo che il direttore Lagioia dichiara in modo trionfale che il Salone” è una cosa unica a livello mondiale “ mi viene da sorridere . E quando leggo che il presidente del circolo dei lettori Bijno dichiara  “di sapere di aver  lavorato al meglio” e che attende la rielezione , vorrei consigliare un po’ di modestia .  Neppure il presidente “storico“ Rolando Picchioni era così sicuro di sé. Nessuno ricorda quando il Salone chiudeva alle 23, mentre da anni chiude alle 21. Ci sono stati intoppi organizzativi per la lettura dei biglietti  e dei pass  agli ingressi che hanno provocato code  sfaticanti dovute a cattiva organizzazione e incapacità di porre rimedio rapidamente a dei  banali guasti tecnici. Ci sono stati molti incontri di ottimo livello che non  hanno però garantito un vero pluralismo  perché la parte del leone è stata fatta dai soliti vip di un certo orientamento politico che sono stati privilegiati dai giornali, per quanto possa contare oggi una marchetta giornalistica .Che certi personaggi vengano ancora considerati a Torino degli oracoli rivela un provincialismo culturale subalpino che si riflette anche sul Salone. Certo non sono possibili confronti con il Salone di Francoforte che è davvero un evento internazionale. L’internazionalità del Salone resta un obiettivo lontano che nessun Lagioia o suo successore sarà in grado di perseguire . Occorrebbero ben altre risorse e, se posso dirlo, ben altri uomini o donne ai vertici. Onore al merito agli editori piccoli e grandi che si sono rimboccati le maniche e hanno pagato a caro prezzo gli stand forse senza ottenere i risultati sperati. Un elemento informativo  che manca è il volume degli affari . Girando , ho  notato pochi acquirenti e molti curiosi . Molti giornalisti della domenica con il cartellino vistosamente al collo per farsi riconoscere come giornalisti e molti poeti e poetesse in cerca di affannosa notorietà hanno completato il quadro in verità  un po’ deprimente e quasi patetico. Non ci sono stati fenomeni di intolleranza come qualche anno fa in cui uno stand regolarmente pagato,  venne vietato all’ultima ora, per faziosità politica e nessun codice etico antifascista è stato emanato ,  come volevano quell* dei Gay Pride , forse per intervento del notaio Bijno che era contrario alla discriminazione illegale e stupida verso un editore di destra,  già quando essa avvenne ad opera del sindaco di Torino e  del presidente della Regione Piemonte, piccola dimostrazione non certo di internazionalità , ma di bigottismo provinciale   . I faziosi quest’anno hanno taciuto ,limitandosi alle loro  solite messe cantate al Salone , questa volta  soprattutto  rivolte a Falcone e Borsellino, esaltati da quelli che ostacolarono il loro lavoro e li criticarono aspramente . Quest’anno l’attivissima e benemerita senatrice Segre si è presa una pausa; altrettanto hanno fatto  le alte cariche dello Stato che hanno disertato l’inaugurazione , sostituiti da vice e sottosegretari .

Nel complesso è andata bene. Rallegriamoci!