Zang tumb tumb- il Futurismo di Guerri infiamma il Centro Pannunzio, di Marina Rota
«Mio padre m’infuse nel sangue la sua tenacia piemontese. Gli devo la sua grande forza di sanguigno volitivo e dominatore, ma fortunatamente non ho il fitto intrico dei suoi cavilli spirituali»: così scriveva il geniale Filippo Tommaso Marinetti- ‘Tom’ per i familiari, ’Effetì” per i suoi seguaci-, che a trentatré anni creò il Futurismo, una corrente impetuosa e visionaria, destinata ad investire come un cataclisma tutti i campi del pensiero, modificando il rapporto fra arte e vita. Un movimento non involuto e pensieroso, ma, al contrario, vitalistico, refrattario alle ipocrisie borghesi, agli schemi precostituiti, al razionalismo della saggezza; prorompente di gioioso entusiasmo, esaltava la velocità, la macchina, il dinamismo e la guerra, proclamando la distruzione del passato e delle accademie.
Di questo il 15 gennaio ha parlato, con la sua verve divulgativa e con divertita ironia- e autoironia, rara avis fra gli intellettuali- lo storico e scrittore Giordano Bruno Guerri, Presidente del Comitato Scientifico del Centro Pannunzio, Presidente del Vittoriale degli Italiani e ‘da poco Geppetto’, ovvero Presidente della Fondazione Collodi, presentando, in dialogo con il Presidente del Centro Pannunzio Pier Franco Quaglieni, la sua ultima opera letteraria Audacia, Ribellione, Velocità- Vite strabilianti dei futuristi italiani, fresca di edizione Rizzoli, nel gremitissimo Auditorium del grattacielo della Città Metropolitana, già di per sé opera futuristica.
«Il Futurismo è stato il movimento culturale più significativo della nostra storia, dopo il Rinascimento», esordisce l’autore, presentato dal professor Quaglieni con alte parole di stima per la libertà di pensiero scevra da dogmatismi che Guerri ha sempre dimostrato nella sua prestigiosa carriera giornalistica e letteraria. Ma il barocco, il neorealismo, il melodramma? “Tutti gli altri movimenti furono settoriali- spiega Guerri-, mentre il Futurismo investi come un ciclone non solo l’Italia, ma tutto il mondo; e non rivoluzionò soltanto il settore artistico e intellettuale, ma anche la moda, il giornalismo, la pubblicità, il linguaggio; irruppe nei gusti, nelle abitudini, nel modo di pensare. Il Manifesto del Futurismo dimostra come il movimento avesse previsto il futuro sotto ogni aspetto, mentre tutti guardavano soltanto nostalgicamente al passato. Era il 20 febbraio 1909, quando Il Manifesto comparve su Le Figaro: l’uomo di mondo Marinetti, per farlo pubblicare sul prestigioso quotidiano parigino, si finse innamorato della figlia di un potente azionista egiziano del giornale, trascorrendo con lei notti romantiche sulla Senna, in una gondola che aveva fatto appositamente realizzare. Ovviamente il proclama futurista provocò un enorme scalpore; e d’altronde è ovvio che l’invito a distruggere i musei e le biblioteche- o, in seguito, Venezia, ‘cloaca massima del passatismo’- rappresentasse una provocazione per sgomentare e attirare l’attenzione. I futuristi non intendevano letteralmente “distruggere i musei, le biblioteche e le accademie”: volevano liberare l’arte dalle “gabbie” e dalla polvere dei musei, simboli di staticità e passatismo, perché non soffocasse negli spazi chiusi, e potesse invece essere destinata a tutti, permeando ogni aspetto della vita».
Ai concetti di audacia, ribellione e velocità si ispirarono straordinari artisti come Depero, Balla, Prampolini, Severini, Boccioni. «Quest’ultimo- afferma Guerri- sarebbe diventato uno dei più importanti artisti del Novecento, se, addetto alle bombarde nella Grande Guerra, non fosse morto a soli 34 anni, disarcionato dalla sua cavalla spaventata dal passaggio di un treno. Sono pochissimi a sapere che sulla nostra moneta da venti centesimi è riprodotta l’opera scultorea, proprio di Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, considerata il capolavoro assoluto del Futurismo per il suo dinamismo, creata quando la scultura dei tempi non si era allontanata dalla staticità classica. E’ da ricordare con ammirazione anche Antonio Sant’Elia, un quasi architetto geniale e visionario, morto giovane nella Prima guerra mondiale; alto, bello, di pelo rosso, cosi preveggente da immaginare perfettamente le città del futuro -le nostre-: edifici in cemento, ferro e vetro, tapis roulant, ascensori sulle facciate degli edifici (anziché relegati “come vermi solitari” nelle trombe delle scale); i suoi disegni della Città nuova ispirarono il regista Fritz Lang per le architetture inserite in Metropolis, e ispirano ancora i film di fantascienza americani. Senza di lui, non ci sarebbe stato neppure Le Corbusier, che ereditò da Sant’Elia l’idea di una città dinamica, basata sulla tecnologia e sulla funzionalità».
«Eppure nei Licei il Futurismo veniva liquidato in poche righe», ricorda Quaglieni.
« Sì, solo recentemente si sono riaccesi i riflettori su questo movimento avvolto dalla damnatio memoriae per troppi anni- replica Guerri-. Nell’immediato dopoguerra, si smise di parlare di Futurismo; in Italia nessuno acquistava le opere futuriste. Ne fecero incetta, per poche lire, gli inglesi e gli americani (con l’eccezione, evidenziata dal professor Quaglieni, dell’avvocato Agnelli che ne fu appassionato collezionista, benché in periodo successivo); oggi, per esempio, un capolavoro come La città che sale di Boccioni è al Moma di New York, mentre Forme uniche della continuità nello spazio si trova a San Paolo in Brasile».
«Fu questo uno degli scotti pagati dai Futuristi per il loro acceso interventismo e per i loro rapporti con il Fascismo», commenta Quaglieni.
«Certo, i futuristi amarono la guerra , “sola igiene del mondo”, e in guerra molti morirono. Oggi- osserva lo storico-, noi abbiamo giustamente orrore e paura della guerra, perché conosciamo il macello del primo e del secondo conflitto mondiale e la tragedia delle bombe atomiche; ma ad inizio Novecento si aveva ancora una visione ‘napoleonica’, quasi romantica della guerra. Ci si partecipava con la cavalleria, le sciabole, i fucili, qualche vecchio cannone; non si pensava ad una carneficina. Marinetti era un convinto nazionalista; sosteneva che la Patria dovesse prevalere sulla Libertà, opinione dalla quale ovviamente mi dissocio: la Patria si ama se non pregiudica la Libertà. Sarebbe un grave errore però giudicare il passato con la mentalità attuale; occorre sempre contestualizzare gli eventi per poterli comprendere. Dopo un lungo periodo di pace, ad inizio Novecento si era acuita la contrapposizione fra il nazionalismo, -con la sua esaltazione della Patria e l’aspirazione all’unione di popoli ‘affini’- e il separatismo, a cui aspiravano le tante popolazioni oppresse, i gruppi etnici dentro Stati esistenti, con la loro esigenza di autonomia e indipendenza. Questo scontro alimentò un clima di tensione crescente che spinse alla volontà interventistica. I futuristi, come tanti giovani del tempo, erano accesi patrioti. D’altronde, moltissimi intellettuali del tempo erano convinti della necessità della guerra; basti pensare a Ungaretti, a Thomas Mann, a Sigmund Freud, e persino al pacifico Giovanni Pascoli (“La grande proletaria si è mossa”, scrisse). Non trascorse molto tempo affinché Marinetti realizzasse che la guerra non era poi così bella, anche perché, mentre D’Annunzio volteggiava in aereo compiendo le sue imprese eroiche, i futuristi Sant’Elia, Boccioni, Sironi, Russolo, lo stesso Marinetti parteciparono alla guerra nel corpo volontario del Battaglione Ciclisti, portandosi la bicicletta da casa; videro, appiedati nella melma e nel fango delle trincee, gli effetti della guerra tanto agognata, e i sopravvissuti piansero la morte di Boccioni e di Sant’Elia, colpito alla testa da una pallottola, con i suoi ventotto anni e una medaglia d’argento sul petto, mentre guidava all’assalto il suo plotone. Dopo la guerra, Marinetti scrisse che l’esercito di leva doveva essere abolito».
Ed eccoci alla vexata questio del legame fra Futurismo e Fascismo: «Sicuramente Marinetti fu attratto dal fascismo delle origini; e, condividendone l’ardore rivoluzionario, partecipò alla riunione di Sansepolcro, ma se ne allontanò quando il Fascismo non si rivelò che una realizzazione annacquata e deludente delle sue utopie: ne apprezzò l’azione, ma ne criticò la mancanza di radicalità quando scese a patti con la Monarchia e la Chiesa. Marinetti, che sognava lo ‘svaticanamento’ dell’Italia, si sentì tradito… Il Futurismo, quindi, cercò di influenzare il Fascismo, ma l’ingenua ambizione di “renderlo futurista” fallì. Fu il ben più potente Fascismo ad incorporare l’avanguardia, lasciando il movimento in una posizione ambigua: sostanzialmente Marinetti, che avrebbe visto nel Fascismo uno strumento di rivoluzione futurista, fini per esserne fagocitato. In compenso, nonostante le sue critiche alla svolta moderata, ottenne riconoscimenti formali dal regime, come la nomina ad Accademico d’Italia conferitagli da Mussolini nel 1929. Ogni futurista aveva comunque una posizione differente: se Sironi, per esempio, fu un fascista convinto, Depero ammise di aver preso la tessera fascista per poter lavorare, come molti italiani più mussoliniani che fascisti. Sicuramente però al Futurismo si deve riconoscere un grande merito: mentre la Germania hitleriana e la Russia di Stalin proibirono la cosiddetta ‘arte degenerata’, comprendendo in questa tutta l’arte contemporanea, dall’astrattismo al dadaismo- e cioè tutte le opere che non mostrassero giovani vigorosi intenti a combattere o a vangare un campo-, questo movimento, proprio perché ‘adottato’ dal Fascismo, permise che in Italia l’arte si mantenesse libera. Continuarono così ad esprimersi artisti come Guttuso, De Pisis e anche Morandi, con le sue tristissime bottiglie».
«Giocò contro di loro anche la misoginia dichiarata nel loro Manifesto»
«Ah, la presunta misoginia poi è priva di ogni fondamento. E’ vero che nel Manifesto futurista si proclama il disprezzo delle donne, ma questo disprezzo è rivolto all’immagine dell’angelo del focolare, della donna-vittima, sottomessa all’uomo- al padre, al marito- e priva di ogni autonomia. La protezione del maschio, infatti, secondo i futuristi, le precludeva la possibilità di esprimere il proprio valore concreto, la privava della possibilità di decidere della propria vita, di affrontarla “con curiosità e audacia”, come invece doveva essere libera di fare. I futuristi avrebbero voluto le donne come aspiravano ad essere allora e come sono adesso: a questo alludeva un movimento che proclamava l’abolizione dell’autorità maritale, l’amore libero e il divorzio. Una riprova di questa concezione assolutamente moderna, che supera il femminismo, sta in primo luogo nel grande numero di artiste, purtroppo dimenticate, che aderirono al movimento ammaliate dal suo vitalismo, dall’ansia di futuro nella quale intuivano anche un cambiamento del loro status quo. La prima fra tutte fu Benedetta Cappa, talentuosa allieva di Balla, che divenne l’amata e indipendente moglie di Marinetti; si possono ancora ammirare i suoi splendidi affreschi nel palazzo delle Poste di Palermo. E poi, teniamo conto che fu una donna, Valentine de Saint-Point, già amante di Effetì, a scrivere il Manifesto futurista della lussuria, nel quale attaccava il matrimonio, in favore dell’amore libero. Una donna che scriveva di lussuria nel 1914: lascio immaginare lo scandalo che provocò».
«Non possiamo non chiederti, nella tua veste di Presidente del Vittoriale e massimo studioso di d’Annunzio, quali furono i rapporti fra due superuomini come il Vate e Marinetti…»
«Molto complessi. Marinetti definiva confidenzialmente d’Annunzio “un decadente”, “un passatista noioso e anacronistico”, “un Montecarlo di tutte le letterature”, mentre D’Annunzio, strepitoso innovatore linguistico, troverà per lui epiteti in stile futurista: dirà di Marinetti, agli amici, che è “una nullità tonante”, “un cretino con qualche lampo di imbecillità”, e soprattutto “un cretino fosforescente”. In pubblico però si lodavano a vicenda con soave ipocrisia e negli incontri si scambiavano fiori, doni e abbracci. Marinetti fu l’ultimo personaggio famoso ad incontrare D’Annunzio al Vittoriale, nel febbraio del 1938, pochi giorni prima della sua morte. In quell’occasione donò al Vate un bimotore Caproni, con la dedica “Noi siamo i motori della nuova Italia”, mentre D’Annunzio gli offrì il celebre gagliardetto con il motto “Me ne frego”, un gesto simbolico che celebrava la condivisione di ideali di avventura, nonostante le iniziali divergenze letterarie. In realtà, i due finirono per ammettere a denti stretti una reciproca ammirazione: D’Annunzio per la carica innovatrice del Futurismo, e Marinetti per l’irresistibile fascino esercitato sulle donne dal Vate, le sue imprese eroiche, come la presa di Fiume, e soprattutto l’abilità di affermare la propria immagine, tanto da ricavarne prestigio a livello internazionale. Addirittura, nel 1897 il giovane Marinetti affrontò un disagevole viaggio in Abruzzo “con curiosità di psicologo”: seguì la campagna elettorale del Poeta candidato in Parlamento per carpire il segreto della sua arte oratoria, cosi carismatica da sedurre le folle. Un giorno Marinetti riconoscerà addirittura di essere “Figlio di una turbina e di Gabriele D’Annunzio” ».
«In fondo, si assomigliavano».
«Sì, oltre ad essere ambedue instancabili seduttori, condividevano il gusto di spettacolarizzare la vita, il mito del superuomo, l’attrazione per la politica, l’importanza dell’immagine nella società di massa. Si potrebbe pensare che Marinetti, proprio per queste analogie, provasse un’inconscia ammirazione per d’Annunzio, che, rifiutata a livello razionale, si ribaltò in garbata ironia (Les Dieux s’en vont, d’Annunzio reste, 1908). Pensate che erano perfino superstiziosi ambedue: D’Annunzio, in particolare, temeva il numero tredici, tanto da datare il 1913 come “1912+1” nella sua febbrile corrispondenza. Tanto per d’Annunzio quanto per Marinetti, al contrario, l’11 febbraio rappresentava una data straordinariamente gioiosa: per Marinetti, trattandosi della data in cui aveva scritto il Manifesto del Futurismo; per d’Annunzio, a causa di una notte d’amore particolarmente appassionata vissuta con la Contessa Giuseppina Mancini l’11 febbraio 1906, della quale purtroppo non ci sono pervenuti i dettagli. I due si incontravano ogni anno l’11 febbraio per festeggiare la ricorrenza. Poiché Mussolini li detestava entrambi ma non poteva liberarsene, ho sempre immaginato che il Duce avesse deciso di firmare i Patti Lateranensi l’11 febbraio (del 1929), per guastare la festa ai due anticlericali, che infatti si infuriarono moltissimo. Anche se non possiamo averne un riscontro storico, ne sono sicuro. Sembrano, queste, piccole coloriture, semplici pettegolezzi; ma, essendo la Storia fatta da uomini, il suo corso può essere deciso non soltanto da decisioni eclatanti, ma anche dalle antipatie, dai capricci, dalle ripicche, dalle debolezze della natura umana».
«Solo recentemente sono venuto a conoscenza, con una certa sorpresa, della grande ammirazione nutrita da Gabriele d’Annunzio per Giovanni Pascoli; una stima, a quanto pare, non ricambiata», annota Quaglieni.
« E’ vero: d’Annunzio, superato l’amore giovanile per Carducci, riteneva Pascoli il più grande poeta italiano, naturalmente dopo di lui; diciamo due gradini più in basso. Pascoli, invece, si sentiva superiore a lui e lontano dalla sua mentalità. Mentre d’Annunzio scialacquava milioni, rincorso dai creditori, il povero Pascoli fu costretto a vendere le medaglie d’oro vinte nei concorsi di poesia latina per comprarsi la casa. Entrambi i poeti avrebbero voluto pronunciare l’orazione per le celebrazioni dantesche tenutesi a Firenze nel 1900, e il compito venne affidato a d’Annunzio, che fece un discorso meraviglioso. Pascoli, senza citarlo direttamente, pubblicò un articolo acido e astioso, nel quale si insinuava che ormai, per parlare di letteratura, occorreva essere degli sportsmen, cavalcare, sedurre le donne… D’Annunzio rispose alla provocazione con una lettera aperta, in cui scriveva “Caro Giovanni, è vero che io in guerra rischio ogni giorno la bellezza del mio cranio calvo mentre tu porti il tuo cagnolino a fare la pupù”… Poi però si riaccese l’amicizia fra i due grandi letterati. La simpatia di Marinetti per Pascoli, invece, resterà immutata nel tempo; le sue onomatopee saranno ricordate come antecedenti del “rumorismo parolibero” futurista. Per la sua rivista Poesia, però, Marinetti, che pagava molto bene i suoi collaboratori, per un articolo offrì a d’Annunzio, che non accettò, 300 lire, e a Pascoli 100. Queste erano le valutazioni di mercato. D’altronde oggi si parla ancora molto di D’Annunzio, che fu un anticipatore, e non di Pascoli».
« Certo fu importantissima la compatta adesione dei futuristi al mito della velocità-commenta il professor Quaglieni-; mentre sarebbe inverosimile l’immagine di Giovanni Pascoli alla guida di un’auto da corsa…»
«A proposito di auto- sorride Guerri-, saprete certamente che fu d’Annunzio a decidere che l’automobile dovesse essere femminile, in un periodo in cui si era incerti sul suo genere. Il Senatore Agnelli, che doveva pubblicizzarla, fece pervenire a d’Annunzio una lusinghiera lettera, accompagnata dal dono di un’Ammiraglia Fiat: “Solo tu, Vate e mago della parola, puoi decidere…” Dopo aver riflettuto qualche giorno, D’Annunzio diede il responso: ringraziando Agnelli per il gradito dono, gli comunicò che l’automobile non avrebbe potuto essere che femmina, dal momento che della donna possedeva l’audacia, l’eleganza e la grazia sinuosa, anche se più della donna dimostrava una perfetta obbedienza.
A parte la velocità in senso letterale, i futuristi ebbero il pregio di prevedere il mondo in un vorticoso progresso: e infatti da quel periodo tutto si modernizzò con un’incredibile, improvvisa rapidità, realizzando tutte le innovazioni che avevano immaginato e che hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere e di comunicare: l’’aeropittura’, che permetteva di avere una visuale del mondo dall’alto, si è concretizzata con le riprese aeree e i droni; gli strumenti “di nickel e alluminio, dello spessore di 3 centimetri”, con i quali sarebbe diventato possibile leggere libri e connettersi con tutto il mondo, anticipavano di fatto i computer e Internet. Marinetti aveva anche previsto che la scrittura si sarebbe semplificata, e che gli stati d’animo si sarebbero espressi con segni grafici: e infatti stiamo perdendo la punteggiatura e utilizziamo gli emoticons nei nostri messaggini. Molti sono gli accenni che fanno pensare anche alla previsione futurista dell’AI; e per questo sono ricorso all’intelligenza artificiale per dialogare direttamente con Marinetti, chiedendogli per esempio quale sarebbe stato il suo primo discorso se fosse diventato Duce, e come avrebbe scritto un nuovo manifesto futurista. Il risultato mi ha divertito e incantato: è stato sorprendente, anche sotto l’aspetto lessicale. Una capacità direi divinatoria, quella dei futuristi anche riguardo all’AI, che ci apporterà infiniti problemi e infiniti vantaggi, come tutte le innovazioni».
Un accenno al radicale ripensamento dei futuristi anche nei gusti alimentari era doveroso a Torino, città nella quale venne inaugurata, in via Vanchiglia 2, la Taverna del Santopalato, primo e unico ristorante futurista, dove l’8 marzo 1931 venne servita una cena con portate quali l’’aerovivanda’ -fettina di finocchio, un’oliva e chinotto-, il ‘carneplastico’, polpetta a base di carne e verdura ricoperta di miele, il ‘pollo fiat’ farcito di zabaglione e di biglie d’acciaio; il tutto all’insegna dell’ottimismo a tavola. Anche in questo campo, i futuristi furono preveggenti, con la loro cura nella decorazione dei piatti, ormai immancabile nella nostra cucina; con l’idea di sostituire il cibo con le pillole (i nostri integratori), e la concezione del cibo come esperienza totalizzante, in grado di coinvolgere tutti i sensi, non solo il gusto. Ogni vivanda- portata alla bocca con le mani- era infatti accompagnata da un profumo diverso diffuso dai camerieri, mentre fra un piatto e l’altro delle musiche selezionate ricreavano “una verginità degustativa”.
Aggiunge Guerri: «Più ancora del Manifesto futurista del 1909, a provocare indignazione e proteste fu Il Manifesto della cucina futurista del 1930, che auspicava l’abolizione dell’alimento principe del popolo italiano, soprattutto in quel periodo storico: la pasta, che ‘non si mastica ma si ingozza’, che rende ‘cubici’ e provoca fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo. L’annuncio scatenò un dibattito nazionale e poi internazionale; a Napoli fu organizzato un corteo di protesta e in Italia parecchi buontemponi travestiti da Marinetti si diedero a pantagrueliche mangiate di spaghetti. Anche in casa Mussolini si avvertirono gli effetti della cucina futurista: i figlioli del duce rifiutarono infatti la pastasciutta al ragù preparata da donna Rachele, definendola “un piatto da vecchi borghesi”, ormai inadeguati “per i figli della rivoluzione”. La moglie del Duce, dopo aver rifilato loro un paio di ceffoni commentò, in dialetto: “Tutta colpa di quell’imbecille di vostro padre che ha nominato accademico quello stupido di Marinetti!”».
Invitato dal professor Quaglieni a pubblicizzare il suo libro- cosa che fino a questo punto ha evitato di fare, “da gran signore e uomo di stile”-, Guerri diverte il pubblico alzandosi e sfogliando il volume in modo plateale: «E’ un libro di una bellezza indicibile! – proclama, vestendo spiritosamente i panni del banditore- Osservate la grafica brillante, il titolo di copertina in rilievo, i caratteri leggibili, le preziose illustrazioni, l’inchiostro da ricchi! Annusate, anche, le pagine di questo libro, che sprigionano un profumo erotico! E tutto per un costo minore di quello di un banale romanzetto! »
Già: la presentazione finisce, ma il libro rimane; un libro raro, privo di schematismi, scritto col rigore dello studioso, ma anche con il gioioso divertissement del provocatore; un libro che appassiona e coinvolge come un romanzo d’avventura. Che orgoglio, per il Centro Pannunzio, avvalersi di un simile Presidente di Comitato Scientifico, e che peccato non far circolare nelle nostre scuole libri di testo cosi completi e divertenti. Ne uscirebbe sicuramente un’Italia meno ideologica, più colta e più libera di pensiero. Probabilmente, anche più felice.
Marina Rota



