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L’occasione sfumata (causa pandemia) per celebrare degnamente la prima capitale del cinema merita un riavvolgimento della bobina e un nuovo “Ciak si gira!” Quest’anno disgraziato è per Torino occasione di celebrazioni che ne fanno “Città del Cinema“. Programmato per commemorare i venti anni dall’insediamento nella struttura della Mole Antonelliana del Museo del Cinema e la nascita della “Film Commission“, si proponeva come occasione di rilancio della tradizione cinematografica della città: un ideale volano per l’industria culturale e turistica del capoluogo subalpino. Peccato! In frangenti come questo anche i nobili sforzi per tenere accesa la fiaccola dell’evento attraverso iniziative  virtuali – quali il “Torino Film Festival” – lasciano il tempo che trovano.  Peccato…  Perché l’esperienza sarebbe iniziata con uno speciale tour fra le venti postazioni multimendiali sparse nel territorio urbano che ci avrebbero fatto scoprire quanto Torino fosse stata importante per il Cinema Italiano. Parliamo di quei cubi dalle pareti a specchio decorate con immagini di produzioni cinematografiche realizzate a Torino, anche se in alcuni casi formalmente ambientate altrove: si parte da “Cabiria” (1914) di Giovanni Pastrone (con la collaborazione di Gabriele D’Annunzio) e si prosegue con “Addio Giovinezza!” (1940), “L’Eroe della Strada” (1948), “Le Amiche” (1955), “Guerra e Pace” (1956) per arrivare -passando da “Un Colpo all’Italiana” (1969) e “Profondo Rosso” (1975″)- a “Il Divo” (2008), “Benvenuto Presidente” (2013), fino a “The King’s Man“, le cui riprese si sono roccambolescamente appena concluse e che vedremo appena possibile sul grande schermo. “Non sapevamo nulla – ebbe modo di scrivere Gabriele Ferraris- della gloriosa storia della “Hollywood sul Po” nel primo novecento, e di Cabiria e tutto il resto. Al limite, c’era il brontolio di qualche nonno rancoroso perché “ci hanno portato via anche il cinema”, e noi capivamo che stavolta si riferiva a Roma e non all’odiata Milano, dato che, allora, per noi il cinema italiano era Roma, Cinecittà.” Vecchia storia: “A Torino tutto nasce e tutto ci portano via”, ribadì Massimo Gramellini a Concita De Gregorio nella sua rubrica “Fuori Roma“. “Non è peccare d’eccessivo orgoglio nazionalistico se si sostiene oggi che, per qualche anno, Torino, «città della fantasticheria», come l’aveva definita Pavese nel Mestiere di vivere, assume il ruolo di capitale mondiale del cinema, con le sue centinaia di titoli, migliaia di persone impiegate e con il consistente afflusso di capitali provenienti dall’aristocrazia industriale cittadina. C’è un momento in cui anche Giovanni Agnelli entra, all’inizio del 1914, come socio della Cenisio Film, ma il progetto non va avanti per lo scoppio della guerra mondiale.”, ha scritto Gian Paolo Brunetta nella sua “Guida alla Storia del Cinema Italiano”, pubblicata da Einaudi. In effetti “Filmopoli” (altra definizione, coniata questa volta da Gino Pestelli nel 1914) all’inizio del ventesimo secolo era una fucina inarrestabile. Solo nel 1907 furono ben 107 i film prodotti a Torino, e nel 1912 i titoli diventarono addirittura 569! Nomi come Cines, Milano Film, Aquila, Itala, Caesar, Ambrosio, Pasquali evocano qualcosa ai cinefili…Ma nel periodo del cinema muto a Torino vennero fondate ben 120 case di produzione: la Photo-Emporium -tanto per citarne ancora una- società con capitale di 60.000 lire, che aveva come scopo sociale «l’industria e il commercio in ogni ramo della fotografia, ottica, cinematografia e produzioni ed applicazioni inerenti», o la Società Italiana Films e affini, nata nel 1908 e poi convertita in Unitas, creata con lo scopo di produrre film cattolici. Con l’avvento del fascismo e le mire imperialistiche mussoliniane che diedero vita a Cinecittà, l’immenso patrimonio storico culturale della cinematografia torinese rischiava di andare disperso, non fosse che per il lavoro e la passione di una persona straordinaria: Maria Adriana Prolo, che sin da 1941 maturò l’idea di realizzare a Torino un Museo dedicato al cinema e alla fotografia. Idea che riuscì a concretizzare solo nel 1958, trovando sede a Palazzo Chiablese, dove riuscì a portare in visita le firme più importannti del cinema di allora; come Alfred Hitchcock, che sessant’anni fa vi si recò con la moglie Alma: “Lì visita i cimeli e i memorabilia collezionati negli anni da Maria Adriana Prolo, la signora del cinema torinese -ci racconta Fabrizio Accatino su “La Stampa” del 2 ottobre scorso- Una foto insieme, poi lei gli allunga timidamente una raccolta di racconti da lui stesso curati, per farsela autografare. Sempre al Museo, Hitch prende parte a un incontro con le radio e le tv. I giornalisti della carta stampata, invece, li invita a pranzo. Sceglie il ristorante le Tre Galline, in via Bellezia, e da subito si innamora del quadrilatero romano, in cui dice di percepire energie misteriose e oscure. «Questa città e questo quartiere sarebbero perfetti per un giallo», commenta compiaciuto.“… Ne sa qualcosa Dario Argento! Ora il Museo del Cinema è affidato alla gestione del nuovo presidente, benemerito del Centro Pannunzio (ha da poco ricevuto il “Premio Flaiano“), Enzo Ghigo, il quale non nasconde le sue intenzioni per togliere un po’ di polvere a questa straordinaria istituzione. Lo ha detto alla giornalista di “Repubblica” Marina Paglieri: “Per i prossimi 20 anni non un nuovo museo, ma un altro museo, o meglio, un modo diverso di raccontare le emozioni del cinema. Stiamo pensando ad un percorso in cui il visitatore possa immergersi prima di arrivare all’allestimento vero e proprio, che manterremo, anche se andrà rammodernato. Mi chiedo che cosa può dire un nostro giovane visitatore di fronte al fatto che non abbiamo né Harry Potter né i Supereroi della Marvel. Ho in mente  Christian Greco e l’Egizio dove è riuscito veramente a voltare pagina rispetto ai tempi in cui dettavano legge le soprintendenze“. Sarebbe questo lo spirito con il quale avrebbe potuto decollare “Torino Città del Cinema 2020“. Il Covid ha tirato il freno, ma la volontà andrà rinnovata, magari con un “remake” prossimo.

Insomma: “Ciack, si rigira!“.

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