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Il 23 aprile a Genova si commemora, ufficialmente da tre anni, la giornata della bandiera cittadina, detta “Bandiera della Croce di San Giorgio”. E’ un simbolo molto antico, pare risalga alle Crociate e la città ligure ne va giustamente orgogliosa, assieme all’immagine di Giorgio, il Santo patrono, e al Grifone. Attestata dal 1113, il valore delle armi genovesi in Terra Santa la fece temere a tal punto dai mussulmani, che  spesso, alle navi che la inalberavano, risultava una garanzia di non venire attaccate. Venne così presa “in affitto” (pagavano un diritto per poterla usare, poi nel 1421 il Doge Tommaso Campofregoso gli concederà il diritto perpetuo di usarla) dagli inglesi nel 1190 e la bandiera divenne, col tempo, quella della municipalità di Londra e quella dell’Inghilterra, entrando quindi a far parte dell’Union Jack, come ricordò il Duca di Kent nel 1992, giunto a Genova per le celebrazioni colombiane. A onor del vero, alcuni storici sottolineano che un vessillo simile apparve in Inghilterra già al tempo della battaglia di Hastings (1066), ma fu solo successivamente, grazie appunto a Genova, che divenne “inglese”. Il vessillo lo volle nel 1247 anche Milano, in segno di gratitudine per un’alleanza militare con Genova, da cui avevano ricevuto 500 temibili balestrieri. E’ bello, a mio avviso, che si riscoprano e si valorizzino le tradizioni municipali italiane, purché il municipalismo non si trasformi in vieto campanilismo, intendiamoci. I nostri antenati, nell’Ottocento, dal Romanticismo in poi, riscoprirono le tradizioni popolari ed il folclore per riappropriarsi delle proprie radici più profonde, ma mai in senso antinazionale, anzi. Dall’estremo nord d’Italia alla Sicilia, tutti gli studiosi di folclore dell’Ottocento hanno partecipato alla lotta per l’unità nazionale: il trentino Nepomuceno Bolognini (1823 – 1900), raccolse per primo  in volume le leggende ed in un altro volume gli usi e i costumi della sua terra, il piemontese Costantino Nigra (1828 – 1907), oltre all’attività di diplomatico che egregiamente svolse,  raccolse i canti popolari piemontesi e scrisse studi su quel dialetto, il ligure Emanuele Celesia (1821 – 1889), partecipò in prima persona alle battaglie risorgimentali ed è considerato un vero pioniere del moderno studio del folclore, oltre che della preistoria di Liguria, il siciliano Giuseppe Pitrè (1841 – 1916) era, molto giovane, arruolato nella Marina garibaldina. In seguito pubblicherà, in 25 volumi, la “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” e fonderà la rivista “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari”, che diverrà famosa in tutta Europa. Manca per l’Italia, mentre per alcuni paesi esteri è già stato fatto (penso in particolare alla Germania), uno studio complessivo sui rapporti tra studio del folclore e lotta per l’unità nazionale. Io, che pur me ne sono interessato molto superficialmente, ritengo che, compiendo questo studio seriamente, verrebbero fuori delle belle sorprese. In questo mondo dove avanza una globalizzazione sempre più spietata, che tende a trasformarci da cittadini in consumatori anonimi senza passato e senza futuro, una festa locale come quella della bandiera di Genova assume un significato profondo e particolare. Quindi diciamo, “Buon compleanno vecchia e santa Bandea de Zena!”