449 utenti hanno letto questo articolo

È quasi passato un mese dal 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, nel corso della quale, da Nord a Sud, centinaia di scarpe rosse vengono disposte su prati e piazze. Avrei voluto scrivere in tempo per quella data. Ma come avrei potuto? Il mio pensiero andava alle donne che nelle guerre – ovunque esse siano – sono considerate un bottino alla stregua di oggetti; ai figli della guerra, che passano il resto della loro vita – con la madre biologica o i genitori adottivi – a fare i conti con un passato troppo ingiusto. Ho letto che, in base a una ricerca condotta sulle donne tedesche, violentate durante la seconda guerra mondiale dai soldati sovietici, e sui loro discendenti, servono cinque generazioni per superare un trauma di questo tipo. Quando lavoravo per Amnesty International, mi spiegarono che, ufficialmente, le violenze contro la popolazione civile (soprattutto donne, ma anche bambini o anziani) sono classificate come “danni collaterali”. Non sembrerebbe necessario spiegare che crimini di guerra del genere non dovrebbero accadere mai più da nessuna parte. Eppure, secondo recenti studi, perfino i soldati americani di stanza in Gran Bretagna prima dello sbarco in Normandia, si macchiarono di queste efferatezze nei confronti della popolazione civile loro alleata. Tralasciamo di riportare le testimonianze delle vittime delle marocchinate o le terribili storie, che ci giungono dall’Ucraina o dalla Siria o dagli Stati dell’Africa Centrale. Basta una ricerca su un qualsiasi motore di ricerca per farsene un’idea. E non è lo scopo di questo articolo indugiare su queste cronache. Perché la storia, insegna Benedetto Croce, deve sempre scriversi in positivo, mai in negativo. Altrimenti non è storia. E allora il senso del 25 novembre diventa non abbassare mai la guardia, nemmeno in tempo di pace; continuare a richiedere un’attenzione particolare nei confronti delle categorie più a rischio; non dimenticare mai le donne che sembrano abbandonate a una terribile ananke. Perché la lotta contro la violenza non si esaurisca in un solo giorno. Perché non diventi un puro esercizio di retorica. Perché non sia solo una vuota ricorrenza.