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 “La vita è possibile perché è sorretta dalla memoria”, così si apre il prologo del saggio I socialisti e l’Italia- una grande storia -conversazione con Giuseppe La Ganga curato da Salvatore Vullo per Rubbettino: la memoria è facoltà complessa, che garantisce la conoscenza del passato, condizione imprescindibile per ogni comprensione del presente e futura progettualità, è la capacità di dare spazio al ricordo, individuale e collettivo, collocandolo in una dimensione che la distanza temporale consente di visualizzare con maggiore obiettività rispetto all’evento vissuto nell’immediato, carico di passioni, incertezze, tormenti, ma è fatta di una materia delicata che può lasciare  spazio alle manipolazioni e all’oblio forzato. Da questa conversazione, attraverso le opportune e ben calibrate domande di Salvatore Vullo e le altrettanto dirette e chiare risposte dell’onorevole Giuseppe La Ganga, la riflessione sulla parabola del Partito Socialista, dei suoi dirigenti e militanti, si snoda all’interno di un rapido ma efficace affresco degli ultimi 70 anni della nostra storia, sino dunque alla fase relativamente recente e particolarmente virulenta della stagione politica conclusasi nel 1994,  di cui ci è dato considerare i riflessi sulla nostra contemporanea esigenza di comprensione dei fatti.   Giuseppe La Ganga è stato una dei leader più rappresentativi del socialismo torinese e nazionale nel secondo dopoguerra;  la sua attività politica ha inizio precocemente, da studente, percorre quindi le tappe della carriera politica sino a divenire deputato dal 1979 al 1994, componente della direzione e dell’esecutivo nazionale del PSI  e responsabile per il partito del dipartimento Enti locali, ossia della rete di collegamento territoriale tra direzione ed esponenti locali, ruolo delicato e complesso, sotto molteplici risvolti a tratti incandescente. Salvatore Vullo, militante del PSI , impegnato a vario titolo nella realtà sociale e culturale della Regione Piemonte, raffinato studioso di Sciascia ed estimatore  delle tematiche civili che il grande scrittore e politologo siciliano ha incarnato, traccia in questo dialogo, grazie alla colleganza di intenti e passioni politiche con Giuseppe La Ganga, il percorso che dalla fine della secondo conflitto mondiale ha condotto il Partito alla sua fase più incisiva e determinante, l’ascesa elettorale e il governo di Craxi, sino alla sua dissoluzione sotto i colpi delle inchieste giudiziarie e della “questione morale”, a tratti brandita come arma per sconfiggere politicamente una forza che intendeva affermare una visione laica, progressista, internazionalmente articolata per dare uno scatto e una prospettiva ad un Paese per molti aspetti impantanato in una inefficace quanto opportunistica divisione in blocchi ideologicamente e politicamente contrapposti. I ricordi personali dei protagonisti del dialogo  intersecano amicizia, comune militanza e visione ideologica e danno vita ad una lucida analisi, in più punti inevitabilmente amara, dell’azione delle  forze allora in campo, non disgiunta da rara consapevolezza sulle ragioni di una disfatta:  una carrellata delle speranze del PSI, che per una breve stagione della nostra storia politica ha trovato spazio ed ha saputo e potuto orientare visioni e scelte nello scenario interno ed internazionale. Dalla conversazione emerge con grande nettezza l’anima del partito, la sua diversità rispetto alla ben più monolitica formazione della sinistra rappresentata dal Pci. Il PSI era una formazione il cui marchio distintivo sin dalla sua costituzione fu la presenza costante di conflitti ideologici, scissioni e fuoriuscite di esponenti, correnti interne e difficoltà a coltivare una visione comune, il suo limite certo, ma anche la sua peculiarità nel rappresentare la vivacità di spunti, lo spirito critico e l’opzione culturale, l’elaborazione costante di programmi e strategie. Le questioni trattate si concentrano in tre momenti: la storia del Psi a partire dagli anni del dopoguerra e il significato dell’ideologia laica e progressista che lo animava dai tempi della sua fondazione sino all’ascesa di Craxi, che ne diviene segretario nel 1976. La stagione del Partito Socialista al governo, il peso e il ruolo di Craxi, personalità politica  raffinata e complessa, che esprimeva una visione internazionale dei rapporti di forza allora in campo e del ruolo che in essi l’Italia avrebbe dovuto assumere, bilanciando con perizia la propria guida tra il blocco della DC e l’ostilità inestinguibile del Pci, poi PDS. Infine le ragioni che hanno segnato inesorabilmente la disfatta, la fine del suo capo politico, dei suoi rappresentanti nazionali e locali, i tradimenti interni degli stessi esponenti nazionali nei più alti ruoli, i voltafaccia di personalità di rilievo dei partiti di opposizione.  Dopo la disfatta di un sistema che ha scardinato il panorama partitico nazionale, cosa è rimasto? domanda Vullo. E la risposta di Giuseppe La Ganga contempla lo sconfortante scenario cui assistiamo quotidianamente: l’assenza di responsabilità, la mancanza di visione in prospettiva come se venticinque anni fossero da allora trascorsi in una sorta di guado che non ha prodotto cambiamenti sostanziali, anzi forse ha visto acuirsi la disarticolazione delle istituzioni e i conflitti tra poteri istituzionali con la conseguenza di una preminenza del potere giudiziario, l’invasività dei media in grado di orientare opinioni, consensi, timori, il disamore quando non il disgusto dei cittadini per l’attività politica. Ma la risposta – questo il messaggio forte del libro – non può essere individuata nell’antipolitica, nel piagnisteo sterile e nel ribellismo inconcludente contro i mali del nostro sistema  di rappresentanze e di governo. Occorre il recupero del significato del fare politica, dell’esperienza personale sul campo, la ripresa della forza e del significato dei partiti, vero argine contro populismi e qualunquismo. Dagli errori che tutti hanno commesso e che inevitabilmente si compiono in politica operando, sostiene La Ganga, memore della propria vicenda personale conclusasi con l’assoluzione dopo otto anni di ingiuste accuse, non si può forse uscire “innocenti”, ma certamente “nudi” ossia non corrotti da avidità  e ingordigia personale, pur avendo operato, come tutte le altre forze allora in campo, in favore del finanziamento  del  proprio partito. Impressiona ripercorrere in queste pagine, per veloci tratti, eventi ancora recenti e palpitanti che hanno visto molti di noi  coinvolti e partecipi spettatori e che si snodano nella narrazione in modo più trasparente, disgiunti o quanto meno attenuati dal coinvolgimento emotivo inevitabile nel caso di avvenimenti drammatici, dall’influenza talora fuorviante dei mezzi di informazione; si ha la possibilità di riposizionare nella memoria i tasselli di una stagione convulsa, soprattutto il periodo che seguì al crollo del muro di Berlino e che in Italia ha portato alla fine della Prima Repubblica, transitandoci in una sorta di tempo sospeso  che pare incapace di orientarci verso pochi ma essenziali punti di trasformazione. Questa carrellata di avvenimenti, dalla voce di chi tali eventi ha vissuto e patito in prima persona con la passione, i tormenti, il rimpianto circa l’esito finale, ci fa riflettere sulla difficoltà, o forse meglio impossibilità, di cogliere e valutare tutti insieme gli svariati risvolti che si snodano e si  intersecano fittamente in ciascun fatto di rilevanza nazionale. Nello stesso tempo si rafforza tuttavia la considerazione che se la verità storica è forse impossibile da rintracciare compiutamente,  il confronto aperto e dialogante, senza preclusioni e falsi ideologismi, proprio sulla scorta dei principi che furono, e sono tuttora, a fondamento della nostra democrazia, rappresenta l’antidoto più efficace  contro i veleni di  odi mai sopiti e lo strumento più efficace per avvicinarci il più possibile se non alla verità, alla complessità dei temi e degli aspetti controversi del nostro vivere sociale. E il confronto si basa sulla memoria, che ha da essere condivisa e comune, quella memoria  che ancora oggi non siamo riusciti ad elaborare in merito ai fondamentali passaggi della nostra storia nazionale, dall’Unità d’Italia al fascismo alla fine della Prima Repubblica, nella quale si è consumata la parabola del PSI, e con la quale non possiamo esimerci dal fare i conti.