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Don Francesco Bonifacio, dal 2008 beato Francesco Bonifacio, nato a Pirano il 7 settembre 1912, assassinato  “in odium fidei” a Grisignano  l’11 settembre 1946, nel clima di propaganda materialista e atea promossa dal regime titino. Lasciamo agli storici il conteggio, pur doveroso degli aridi numeri, a loro compete lo studio attento di documenti e testimonianze per mettere correttamente in fila dati e fatti. A noi pare fin troppo ovvio sottolineare che un orrore non diventa più orribile o meno orribile in funzione del numero delle vittime.  Una singola vicenda, meravigliosa e terribile in questo caso, può raccontare da sola un contesto doloroso e aggrovigliato.

In breve il racconto dei fatti. Francesco Bonifacio nasce in una famiglia semplice e povera nel 1912 a Pirano, oggi in Slovenia, all’epoca nell’Impero austro-ungarico. E’ ancora studente in Seminario a Capodistria quando rimane orfano del padre. Ultima gli studi teologici a Gorizia, dove è ordinato presbitero nel dicembre 1936. Il suo primo ufficio è nella sua città natale, Pirano; pochi mesi dopo gli viene assegnato l’ufficio di vicario a Cittanova d’Istria, dove si trasferisce con la madre e due fratelli, che da allora lo seguono nei suoi  spostamenti. A Cittanova istituisce la locale sezione dell’Azione Cattolica. Il 13 luglio 1939 viene nominato cappellano di Villa Gardossi, un comune agricolo dell’entroterra, tra Buie e Grisignana. Lì organizza il coro parrocchiale, fonda la filodrammatica e una piccola biblioteca civica, oltre a istituire anche in quel luogo la sezione dell’Azione Cattolica. Si dedica alla promozione di attività di tipo ludico e sportivo per i giovani e assistenziale per i poveri e gli ammalati. Le vicende della seconda guerra mondiale divengono particolarmente pesanti in quell’area di confine soprattutto dopo l’Armistizio  del 1943: il territorio di Villa Gardossi, grazie ai numerosi casolari sparsi e alle ampie boscaglie, si presta ad essere rifugio privilegiato di molti partigiani che combattono alla macchia, cosa questa che rende la zona oggetto di speciali attenzioni da parte sia dei fascisti di Salò sia dei nazisti. I problemi però si amplificano al termine della guerra, con l’occupazione jugoslava dei territori precedentemente italiani. Si cominciano a guardare con sospetto le persone di lingua italiana, considerate possibili collaborazioniste del nazifascismo, e ancor più i sacerdoti, nemici naturali della propaganda ateistica del regime. L’11 settembre 1946 don Francesco si reca a Grisignana per confessarsi.  Lì incontra don Giuseppe Rocco con il quale ha un lungo colloquio. Si sta facendo buio e don Rocco  propone al confratello di pernottare a Grisignana; al suo diniego lo accompagna fino al cimitero di San Vito. Qui, separandosi, vedono alcune guardie popolari che escono dal cimitero. Don Rocco è preoccupato e gli raccomanda di affrettarsi verso casa. E don Francesco si affretta, purtroppo verso il martirio.
Il curato di campagna. Don Francesco è un vero uomo di Dio. In lui semplicità e grandezza si intrecciano ad originare un’armoniosa sintesi. Fragile nel fisico e non brillante negli studi, è tuttavia guidato con determinazione da una fede solida sulla via del sacerdozio. Con grande umiltà confessa nei suoi appunti: «Mi spaventa il pensiero che se mi si rivolge un giovane per chiedermi di guidarlo […] non so come cominciare né come continuare». E’ un atteggiamento che lo porta ad interrogarsi in profondità, con timore e tremore in perenne confronto con la Parola, e lo rende maestro autentico. Subito dopo la sua ordinazione acquista un carisma indiscusso e, a detta di chi allora lo ha conosciuto, cambia perfino nell’aspetto fisico. Riceve dal Sacramento una vitalità nuova, una autentica rinascita, che lo avvicina giovane sacerdote soprattutto ai giovani, che lo rispettano e lo amano. Intraprendente e vivace, organizza per loro attività sportive,  teatrali e musicali. Questo tuttavia non gli impedisce di adoperarsi per aiutare gli ammalati e le famiglie bisognose. Villa Gardossi è una località sparpagliata che lo costringe a muoversi molto a piedi o in bicicletta per raggiungere tutti. Don Francesco ha anche la fortuna di incontrare una guida di grande statura spirituale e di non comune coraggio nel suo superiore, mons. Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, a sua volta oggetto di violenza. Autorevole e stimato – aveva addirittura coraggiosamente tenuto testa a Mussolini quando, proprio a Trieste annunciò le leggi razziali nel 1938 – non può essere fatto fuori impunemente, tuttavia non gli sono risparmiate le botte. Il momento è davvero pericoloso per gli Italiani e più che mai per i sacerdoti: tutti consigliano a don Francesco, e con buone motivazioni, cautela e circospezione. Mons. Santin, il suo vescovo, lo esorta invece a restare “fedele al suo dovere senza lasciarsi intimorire da nessuno”. Questo è ciò che don Francesco desidera sentirsi dire. Sono parole che gli danno serenità e confermano quella che in fondo al cuore è già la sua scelta, ora rafforzata nell’impegno all’obbedienza. Don Francesco non si occupa di politica. O forse è più preciso dire che pratica la politica più alta, intesa prima di tutto come fedeltà al Vangelo che certo non bada a questioni di confini o di nazionalità, temi purtroppo dolorosamente presenti nell’area e nel tempo in cui si muove. Egli “non va contro il nuovo regime politico” ma “difende coraggiosamente la fede della sua gente dall’ateismo che vogliono imporre” dice di lui don Pietro Fonda, un sacerdote di Pirano. Don Francesco è sempre pronto a proteggere un debole  o a denunciare un sopruso da qualunque parte arrivi, affrontando con coraggio il potente, o meglio, il prepotente di turno. C’è un prezioso diario scritto da una ragazza di allora, Antonia Cinich, che racconta le vicende della comunità di Villa Gardossi, in costante intreccio con la vita di don Francesco. Vi leggiamo: «Quando si scontravano partigiani e fascisti non era raro il caso che lasciassero sul terreno qualche morto, ma don Francesco con grande coraggio e a rischio della propria vita andava a recuperare il cadavere e gli dava degna sepoltura».  E ancora, nel medesimo diario, Antonia racconta dell’intervento di don Francesco presso il comando fascista perché ad una casa della frazione di Gopzi, dov’era nascosto un partigiano, non venisse dato fuoco. 

Semi che portano frutti e i frutti dei semi sparsi da don Francesco sono ancora oggi ben visibili, ad esempio nel bellissimo sentiero percorso da gente che vive di qua e di là da quel confine tribolato e attraversa oggi tre stati, Italia Slovenia Croazia. Italiani, Sloveni, Croati camminano insieme ogni anno (non quest’anno, purtroppo, a causa del Covid)  uniti dallo spirito di fratellanza, nel nome e nel ricordo del beato Francesco. Troviamo preziosi frutti anche nel calendario della diocesi di Pola e Parenzo, dove l’11 settembre è messa ben in rilievo la memoria liturgica del beato Francesco Bonifacio, pur non appartenendo egli a quella Diocesi.

Il martirio. E torniamo all’11 settembre 1946, quando don Francesco dopo essersi separato da don Rocco viene avvicinato nei pressi di Radani  da due guardie popolari, presto raggiunte da alcuni soldati della polizia jugoslava. Poi, tutti assieme, dopo un parlare concitato, si allontanano e spariscono nel bosco. Alcuni paesani che tentano di avvicinarsi al gruppetto vengono cacciati via e minacciati. Le notizie di qui in avanti si fanno confuse. Coloro che fermano don Francesco, conosciuti e riconosciuti dai paesani come confermano numerose convergenti testimonianze, hanno ricevuto l’incarico di dare una lezione al prete “fascista, nazionalista italiano, antipopolare, antislavo.” Si innervosiscono perché don Francesco calmo e rassegnato mormora scemenze (ovvero prega) nonostante essi lo colpiscano ripetutamente, lo spoglino e gli ordinino di smettere di dire stupidaggini (leggi pregare). Lo finiscono probabilmente a sassate e fanno sparire il suo corpo. E a proposito del corpo, mai rinvenuto, ci sono testimonianze contrastanti, fatte sotto giuramento. C’è chi  giura di averlo visto gettare in una foiba e chi invece afferma che sia stato bruciato al cimitero di San Vito. Don Francesco al momento dell’arresto ha tra le mani il suo inseparabile breviario che solo dodici anni dopo verrà consegnato alla mamma da persona rimasta ignota. Dei suoi carnefici, che pure sono stati individuati, riconosciuti e da don Francesco e dai suoi familiari perdonati – lo sappiamo per certo – non conosciamo i nomi. Mario Ravalico, al quale dobbiamo molte pubblicazioni sul beato Francesco Bonifacio e che ha ben conosciuto la famiglia, afferma di non aver mai udito una sola parola cattiva verso gli uccisori, e più in generale verso chi gli aveva fatto del male o, peggio, di vendetta. Sempre e solo parole di misericordia e di perdono. Nino Bonifacio gli raccomanda sempre di  non parlare mai male di chi ha fatto del male a suo fratello e lo ha ucciso “perché don Francesco ha perdonato, e anche noi abbiamo perdonato”. Altri semi che hanno portato frutto. Ancora una volta, e quante volte succede, notiamo come una figura semplice che conduce una vita destinata ad essere poco visibile, benché ricca e intensa, viene illuminata nella sua grandezza proprio da chi vorrebbe spegnerla. Sempre così finisce, la grandezza vera a molti fa paura ma non si può annientare. Chi tenta di spegnere una luce grande finisce per renderla ancor più luminosa, e alla fine, chissà, riesce persino a venirne contagiato.

Il beato Francesco Bonifacio, un nome e un volto nel giorno del ricordo per dire altri nomi e altri volti.