2,947 utenti hanno letto questo articolo

Pochi giorni fa la guerra delle statue ha mietuto una nuova vittima: si è avuta notizia, infatti, che a Roma è stato imbrattato il busto del generale Antonio Baldissera, Governatore della Colonia Eritrea dal 1896 al 16 dicembre 1897 (in precedenza, tra il 1888 ed il 1889, era stato comandante militare di Massaua).

La stragrande maggioranza dei nostri concittadini a sentire il nome di Baldissera avrà avuto la stessa reazione mostrata da Don Abbondio nell’ incipit dell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi quando sente il nome di Carneade (il filosofo scettico di Cirene, fondatore della Terza Accademia di Atene): chi era costui?

Antonio Baldissera nacque, da genitori friulani, a Montà di Padova il 27 maggio 1838 e morirà a Firenze l’8 gennaio 1917. Ammesso giovanissimo all’Accademia Militare di Wiener Neustadt, da giovane ufficiale fu decorato per fatti d’arme contro le truppe piemontesi prima e quelle italiane poi nelle guerre del 1859 e del 1866. Quando il Veneto ed il Friuli occidentale passarono al Regno d’Italia, Baldissera fu sciolto dal giuramento di fedeltà alla monarchia asburgica e venne accolto, con tutti gli onori che competevano ad un pluridecorato, nell’esercito italiano. Un destino analogo a quello di svariati ufficiali dell’ex Regno delle Due Sicilie che si batterono valorosamente nel 1860 contro i garibaldini e i piemontesi e che riuscirono, nell’esercito italiano, a raggiungere gradi elevati, mentre per i loro colleghi che si erano arresi senza combattere, che avevano disertato o che avevano tradito, le porte dell’esercito sardo o italiano rimasero inesorabilmente chiuse. Allora si riteneva che chi avesse con fedeltà ed onore servito i Borbone o gli Asburgo avrebbe, con gli stessi sentimenti, servito i Savoia. In effetti, se ci pensiamo bene, i vigliacchi o i delinquenti rimangono tali, anche se indossano la nostra stessa uniforme, così come rimangono tali gli eroi e i galantuomini che indossano un’uniforme diversa…

Baldissera viene inviato nella Colonia Eritrea a sostituire Oreste Baratieri, travolto dalla sconfitta di Adua (1° marzo 1896). Oreste Baratieri, nato a Condino nel 1841 e morto a Vipiteno nel 1901, era stato dei Mille (fu punito al Ginnasio di Merano per avere, durante la Messa, letto le poesie del Giusti invece del Messale). Fu un combattente per l’unità d’Italia e per certi aspetti si potrebbe considerare un protoirredentista ma, ciononostante, godeva di fama e stima anche nella parte germanofona del Tirolo (era in parte trentino e in parte altoatesino). La sconfitta di Adua gli è stata interamente imputata, anche se non è vero, come afferma Roberto Vecchioni nella canzone Pani e pesci, che “…ad Adua si era in mille contro duecento negri, però la storia dice che ci siamo ben difesi…”. Ad Adua gli italiani, tra nazionali e truppe coloniali, erano 17800, mentre gli abissini erano poco meno di 120000. Essendo stata la canzone scritta prima dell’entrata in vigore del linguaggio “politicamente corretto”, il cantautore adopera la parola che oggi, pronunciata in pubblico, suscita assai più scandalo che non la parola a due zeta che indica l’organo riproduttivo maschile: è utile far notare che l’abolizione della parola negro non ha abolito, purtroppo, un solo atto di discriminazione verso persone di colore, in nessuna parte del mondo. Sarebbe probabilmente meglio fare la guerra al razzismo, non alle parole o alle statue…

La sconfitta di Adua travolse Baratieri assieme al Presidente del Consiglio Crispi, rispettivamente l’ultimo generale e l’ultimo uomo politico provenienti dalle file garibaldine. Al posto di Baratieri un ufficiale proveniente dall’esercito austriaco: se una data che meglio di ogni altra può simbolicamente indicare la fine di quello che Giovanni Spadolini indicava come “autunno del Risorgimento”, non ne esiste migliore di quella della sconfitta di Adua. Una volta in pensione Oreste Baratieri scrisse le Memorie d’Africa, pubblicate nel 1898, tese a giustificare il proprio operato. Sono interessanti, peraltro, e sono sincere perché nulla aggiungerebbero all’impianto generale del volume, le considerazioni decisamente antirazziste che svolge.

Baldissera riesce a liberare la guarnigione italiana di Adigrat, stretta pericolosamente d’assedio, e conclude la pace con gli Abissini. Un ritornello del periodo, questo sì dal sapore vagamente razzista, mi auguro del tutto involontario, diceva: “Oh Baldissera, non ti fidar di quella gente nera…” (a proposito, segnalo ai nuovi censori che ho reperito una canzone d’osteria milanese, zeppa anche di strofe sessiste ed omofobe, El gir del mund, che si ritrova nel repertorio di Nanni Svampa, in cui il protagonista va in Abissinia e viene dal Perù per far la barba al Negus attorno all’eccetera, va riscritto anche il folclore milanese?).

La storia coloniale italiana, che non si può paragonare, se non altro per la durata, a quelle britannica, francese, portoghese o spagnola, ha, come tutte le storie,  luci ed ombre. Tra le prime va senz’altro annoverata l’abolizione della schiavitù (14 ottobre 1935), che perdurava in Etiopia. Se qualcuno si avanzasse a giustificare financo la schiavitù in nome del “politicamente corretto”, beh, allora direi che è proprio il caso di tornare al più presto con i piedi per terra…

ACHILLE RAGAZZONI