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Antonio Martino va studiato, non celebrato, di Edoardo Massimo Fiammotto

Oggi

Oggi è mancato un caposaldo del pensiero liberale contemporaneo che va studiato, non celebrato o sottovalutato; nonostante mille lusinghe, scompare una risorsa per il nostro Paese mai sufficientemente considerata. Vorrei tanto che prossimamente emergesse un allievo, un collega o un amico di Antonio Martino che possa (e sia in grado di) scrivere una “biografia intellettuale” come quella che lui compose sul suo maestro, collega e amico Milton Friedman. Tanto ci sarebbe da raccontare sulla vita e le opere di una figura autorevole e fondamentale per il pensiero liberale italiano contemporaneo, che -per quanto abbia ricoperto ruoli importanti in campo accademico e istituzionale- a mio parere non è mai stata adeguatamente valorizzata. Anni fa, non so quanti, invitai Antonio Martino a tenere una lezione alla scuola di formazione del PLI a Torino. Accingendosi a parlare di mercato in chiave liberale mi prese alla sprovvista quando domandò: “Tu che sei di Pinerolo certamente conoscerai la rivoluzione che rappresentò  per l’ippica il metodo naturale messo a punto da Caprilli nella Scuola Nazionale di Cavalleria della tua città?”. Accogliendo un mio stupito cenno di assenso, proseguì: “Federico Caprilli comprese che per poter esprimere al massimo le potenzialità del cavallo esso non andava frenato con le briglie, bensì accompagnato nella naturalezza dei suoi movimenti e del suo innato ardore; il cavaliere avrebbe dovuto solo cercare di indirizzarne la veemenza e controllarne la direzione…. Bene: così un’economia di mercato non deve essere frenata dalle briglie di uno statalismo becero, bensì lasciata galoppare per favorirne sana crescita ed evoluzione”. In quell’occasione mi si manifestò questo straordinario personaggio: abile divulgatore, colto (lui – sicilano doc – che conosceva e sapeva usare ad arte pagine di una storia persino poco conosciuta nel capoluogo subalpino), liberista convinto e, come lui stesso amava definirsi, “semplicemente liberale”. Per Antonio Martino la politica era consuetudine in una famiglia messinese il cui nonno, più volte sindaco della città sullo stretto, interruppe la sua carriera per non cedere alle lusinghe di un fascismo al quale mai diede l’adesione, e il padre Gaetano fu uno dei fondatori dell’ unione europea.  Il nonno, però era un avvocato e il padre medico; ciononostante la sua visione di una società liberale moderna passava attraverso la concezione di uno Stato che facesse del pensiero economico il suo fondamento, sulla scìa più di Luigi Einaudi che di Benedetto Croce, insomma. Ed eccolo percorrere una brillante carriera accademica internazionale destinata comunque a sfociare in una carriera politica prestigiosa. Dopo una non felice esperienza nel Partito Liberale Italiano ripose molta fiducia nel progetto che Silvio Berlusconi volle proporgli invitandolo a farsene co-promotore: di “Forza Italia” Antonio Martino divenne orgogliosamente il tesserato numero 2, ma fece in fretta a rendersi conto di quante briglie avrebbero frenato i suoi sogni per realizzare un programma ambizioso come quello che aveva contribuito a redigere. Nel primo Governo Berlusconi gli venne offerta la prestigiosa carica di Ministro degli Esteri, che già fu ricoperta da suo padre, ma lui si aspettava un dicastero economico contro l’assegnazione del quale, però, una fiera opposizione di eredi dello statalismo economico rappresentata da ex democristiani e socialisti confluiti in FI, come pure dagli alleati di Lega e AN si erse a barriera insormontabile… e l’economia passò quindi alla triade rappresentata da Tremonti, Pagliarini e Dini. Nel secondo governo, poi, fu “declassato” alla Difesa… e le illusioni andarono scemandosi. Nel 2004 gli fu anche offerto l’incarico di Segretario Generale della NATO, che rifiutò, proprio come a suo tempo già fece suo padre… Antonio Martino è sempre stato fedele a Berlusconi, ma si rendeva conto di quanto il suo “cerchio magico” di invidiosi e impreparati lacchè rappresentasse un serio impedimento alla crescita della sua leadership. Pochi mesi fa in un’intervista a “La Stampa” ebbe a dichiarare: “Le potrei parlare delle virtù di Silvio per le prossime due ore. Ma conosco i suoi limiti: quasi mai ha saputo scegliere le persone e non ha mai coltivato una successione degna di questo nome. Silvio ha un grosso difetto: quasi sempre sbaglia nella scelta delle persone. Prenda i presidenti delle Camere: Pivetti, Casini, Fini. Quando ha fatto una scelta oculata, quella di Marcello Pera, poi non è stato conseguente. Ma l’errore più serio è un altro: non ha coltivato una classe dirigente capace di rilanciare la sua politica” . Di certo non poteva parlare sul fatto che lui stesso non fosse stato adeguatamente valorizzato. In una delle sue ultime interviste (forse l’ultima), rilasciata a Fausto Carioti di “Libero” lo scorso 25 febbraio,  Antonio Martino non si è trattenuto dal rappresentare la sua profonda delusione sulla decadenza della politica atlantista portata avanti dalle ultime amministrazioni americane. Critico soprattutto su Biden: “Considero Biden peggiore del suo maestro Barack Obama. Costui era stato sinora il peggiore presidente nella storia degli Stati Uniti, Biden è riuscito a superarlo. Quali errori ha commesso? Ha ritirato gli ultimi soldati americani dall’Afghanistan, regalandolo ai talebani e aprendo così alla Cina la strada che porta al Mediterraneo. Ha stravolto le disposizioni per il controllo del confine meridionale degli Stati Uniti, col risultato che i crimini e l’afflusso degli immigrati illegali sono esplosi. Quindi ha tolto le truppe americane dalle vicinanze del confine tra Russia e Ucraina, praticamente invitando Putin a invadere l’Ucraina. L’ultimo dei suoi capolavori”. Oggi Antonio Martino ci ha lasciato. Il suo pensiero merita di essere analizzato e studiato con maggiore perizia accademica. In momenti così difficili, nei quali forte abbiamo sentito bisogno di un assistenzialismo pubblico, che in realtà si rivela come una coperta troppo corta, conviene rileggere queste sue parole: “Solidarietà” è uno di quei termini che vengono usati con grande frequenza specie dai politici perché “suona bene”, ha un connotato positivo, ma che non viene quasi mai definito. C’è soltanto la vaga presunzione che essere solidali significhi prelevare quattrini ad alcuni cittadini (i contribuenti) per destinarli ad altri cittadini, beneficiari di quest’atto di generosità. Avendo il termine un connotato positivo, c’è una continua, nobile gara ad accrescere le spese destinate alla solidarietà, ad allargare le dimensioni dello Stato sociale. Questa estensione è particolarmente cara a molti politici che non vogliono essere secondi a nessuno in fatto di generosità a spese dei contribuenti. A voler dare loro retta, sembrerebbe che un paese è tanto più solidale quanto maggiore è il livello di spesa pubblica che dedica allo scopo. La conseguenza di questa idea è che un paese sarebbe tanto più solidale quanto maggiore è il numero delle persone che dipendono dalla carità pubblica per andare avanti. In quest’ottica, il massimo della solidarietà si avrebbe quando tutti dipendessero dalla carità pubblica per sopravvivere (il che è, ovviamente, impossibile)! Io credo, invece, che un paese sia tanto più ammirevole e solidale quanto maggiore è il numero di cittadini indipendenti, che riescono ad andare avanti senza doversi affidare alla carità pubblica, e che il massimo di solidarietà si abbia quando nessuno dipende dalle elargizioni pubbliche. Se si accetta questa seconda impostazione, si perviene all’ovvia conclusione che 1) un paese è tanto più solidale quanto maggiore è il numero di persone che riesce a trovare un lavoro dignitoso che consente loro di essere autosufficienti e che 2) un sistema assistenziale che, in nome della solidarietà, distrugge posti di lavoro, lungi dall’essere solidale, è in realtà nemico della solidarietà “vera”. Ecco perché sono convinto che lo statalismo — l’estensione indebita delle dimensioni del settore pubblico e la crescita delle spese e delle tasse — sia il peggiore nemico della solidarietà vera”.

 …parole scolpite nella pietra da tenere a mente, e che ci stimolano a declamare: “Antonio Martino è morto. Viva Antonio Martino!”

6 Marzo 2022/da user-pannunzio
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