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Mi sono innamorata di André Breton quando ho sfogliato per la prima volta il suo celebre “Arte magica”, un libro culto pubblicato nel 1957 in una tiratura riservata ad un ristretto gruppo (Les Amis du Club français du Livre) e arrivato alla distribuzione solo nel 1991 durante una esposizione a lui dedicata dal Centre Pompidou.  L’autore, fondatore del movimento surrealista nel 1924, ne resse le sorti per più di quarant’anni. Scrisse e ci tramanda una storia dell’arte con il suo sguardo speciale. In un poderoso e affascinante volume corredato da un ricco e raro apparato iconografico, si embricano  ad un fondo magico le capacità istintive e quelle acquisite, le implicazioni religiose, la visione romantica della storia dell’uomo.  La produzione artistica di ogni tempo viene  da lui rivisitata, a partire dalle pitture paleolitiche. Le argomentazioni dell’autore si basano sulla liberazione incondizionata dello spirito. In primis si assiste allo sviluppo della coscienza estetica e viene sublimata  l’innocenza dell’artista. Tutto questo conduce alla liberazione della fantasia, dei sogni, della poesia come  manifestazioni di un mondo interiore  personalissimo. Il carattere di un’opera, che sia pittura, scultura, poesia, musica, quando riesce ad influire sulla sensibilità umana,  per Breton è magico. La magia è  parola ambigua a dire il vero, ci porta ad un punto di indeterminazione e proprio per questo di grande fascino.  Parliamo allora di chi arte crea. Di chi magia plasma. Diamo un’occhiata al cervello dei “creativi”. Era di comune  divulgazione fino a pochi anni fa  che il nostro cervello, diviso in due emisferi, tenesse ben separate le funzioni principali: quello sinistro si riteneva in maniera semplicistica  analitico, pratico, organizzato, logico  e razionale. Quello destro non verbale, vivace, artistico, creativo.  Navigare tra due opposte sponde, si diceva,  è quel che fa l’artista. Ma in realtà questa scissione è riduttiva e non precisa. Molti studi di neuroscienze negli ultimi anni hanno portato ad altre considerazioni e a seconda dell’utilizzo di parti del cervello si sono delineate ad esempio quattro modalità di pensiero diverse: dinamica, percettiva, stimolativa e adattiva. E diverse sono le rappresentazioni mentali di ognuno. L’occhio della nostra mente individuale  cioè ci mette del suo. E sceglie secondo il momento e le situazioni.  Cosa significa? Lasciando alle neuroscienze e alla psicologia cognitiva le spiegazioni scientifiche, in ultima analisi e per quel che ci interessa in questa sede, durante il processo creativo pare che vengano coinvolte diverse aree in entrambi gli emisferi del nostro cervello. Qualunque sia la realtà fisiologica, quali i relais,  mi urge  una considerazione. La musica ha bisogno di ritmo e matematica. La pittura ha bisogno di studio e di colore, la scultura richiede strumenti pratici e materia prima, la poesia ha bisogno di conoscenze e musicalità. E così via. Solo una volta acquisito mentalmente istintivamente e/o con mezzi pratici le basi, quanto serve per creare qualcosa di nuovo o rielaborare a modo proprio qualcosa di già esistente,  ogni artista si sposta verso le zone cerebrali preposte alla “creazione” e perde del tutto o in parte la cognizione del tempo e dello spazio. Entra in quello stato di coscienza che si chiama creatività, simile alla trance ipnotica. L’ipnosi è una realtà dimostrata  e implica una certa perdita di controllo del proprio corpo e dell’attività del pensiero. In questo stato il cervello  è in concreto più animato che mai, ma non conosce freni inibitori. Infatti è stato dimostrato con l’elettroencefalogramma che ad esempio  nella regione frontale le onde beta risultano accelerate e somigliano a quelle rilevate quando si è molto concentrati. Le immagini della natura, quelle dei sogni, dei desideri e quelle della follia si embricano. In principio erano la materia, l’immagine, il colore, il suono e la parola, alla fine sono una opera nuova. Riapproderanno i creativi, in tempi diversi, prima o poi, anche nella consapevolezza? Certo che sì, a meno di gravi tare neurologiche o psichiatriche, per dare contezza di esistere qui ed ora e di aver prodotto qualcosa. Ogni forma d’arte vera dunque si declina e si concretizza in alcune zone calde ma una volta completata non può esimersi dal passare di nuovo attraverso un proprio Acheronte: un fiume agitato e inquieto, sì, ma non porta all’inferno dantesco.  Oltre , appare il paradiso terrestre dell’arte.  Si metterà in moto tutto l’alfabeto per decrittare l’opera prodotta. Era rimasto ad aspettare. Si inseriranno  processi biochimici cerebrali alla base della comprensione dei fatti e delle opere dell’uomo. Cosa significa questo? Il concetto base è che la nostra macchina umana sia perfetta. Ogni pezzo, ogni connessione, ogni organo, ogni cellula ha il suo scopo. Il cervello  è un organo stupefacente. È pur vero che c’è del mistero nel corpo, nella vita e nella mente di ognuno di noi. Dobbiamo tenerci pronti  a guardare gli infiniti eventi dell’universo umano con la disponibilità ad accettare l’inconsueto: a volte riesce a manifestarsi e si concretizza, per essere conosciuto, nel mondo dell’arte.