Basil Bunting: “Briggflatts”, di Loris Maria Marchetti
Basil Cheesman Bunting (Scotswood-on-Tyne, Northumberland, 1° marzo 1900 – Hexham, Northumberland, 17 aprile 1985) è stato uno dei maggiori poeti britannici novecenteschi nell’àmbito del Modernismo, pur rimanendo in Italia quasi sconosciuto. Nato in una famiglia quacchera, svolse le attività più svariate, studiando Economia, facendo il giornalista, il critico letterario, l’attivista sociale, il diplomatico. Analogamente viaggiò a lungo in Europa e in Asia. In Francia, nel 1923, conobbe Ezra Pound, di cui divenne amico e successivamente visitò a Rapallo (dove Pound risiedeva), stabilendosi poi anch’egli con la famiglia nella città ligure dal 1931 al ’33. Negli anni Trenta iniziò a interessarsi alla letteratura persiana e durante la seconda guerra mondiale lavorò per il British Military Intelligence in Persia per poi diventare nel 1948 il corrispondente da quel Paese per il «Times».
A partire dal 1950 (nel 1930 aveva stampato in forma privata Redimiculum Matellarum) Bunting incominciò a pubblicare Poems (Poesie) seguito da altri volumi di versi riuniti poi in Collected Poems (1968, 1ª ediz.). Traduttore di Orazio (Version of Horace, 1972) e dal persiano (Bunting’s Persia, 2012 post.), gli si devono anche importanti saggi. Una selezione di Letters of Basil Bunting fu pubblicata postuma da Alex Niven nel 2022.
La prima composizione poetica di forte impegno di Bunting – nel cui bagaglio culturale larga parte hanno il classicismo greco-latino e la tradizione medievale romanza europea da Dante a Villon – è Villon (1925),appunto, un poema o poemetto o meglio un complesso set di numerose poesie che l’Autore definisce sonata, come sarà per altre creazioni successive tra cui spiccano The Spoils (1951), ispirata alla cultura persiana, e Briggflatts: An Autobiography (1966). La definizione di Bunting si spiega con la sua vivissima passione per la musica che trasferisce, nella prassi poetica, la presenza di vari “movimenti”, cioè sezioni peculiarmente costruite e organizzate, all’interno del poema o poemetto, nonché per il carattere musicale che la poesia deve fonicamente comportare. Bunting fu specificamente interessato alla relazione tra le due forme artistiche e nel saggio Poesia e musica scrive: «La poesia, come la musica, deve essere udita. Ha a che fare col suono, suoni lunghi e suoni brevi, accenti forti e accenti leggeri, le relazioni tonali fra le vocali, le relazioni fra le consonanti, che sono come il colore di uno strumento degli strumenti della musica. La poesia giace morta sulla pagina, finché una voce non la porta in vita, proprio come la musica. […] Leggere in silenzio è la fonte di metà degli errori che hanno fatto sì che il pubblico disprezzasse la poesia. Senza il suono il lettore guarda ai versi come guarda alla prosa, cercando un significato. […] La poesia cerca di rendere non il significato, ma la bellezza; o, se proprio volete usare male le parole, il suo “significato” è di un altro tipo, e sta nella relazione reciproca fra i versi e i suoni, forse armoniosi, forse contrastanti, che l’uditore sente più che comprendere; linee di suono nell’aria che stimolano profonde emozioni, che in prosa non hanno neppure un nome». Non sarà ozioso notare che, specie in contesti epistolari degli anni Venti, il carattere “musicale” della poesia veniva fieramente sostenuto anche da Reiner Maria Rilke, che dichiarava doversi leggere la poesia stessa a voce alta e possibilmente dall’autore stesso come detentore della più corretta interpretazione (concetto quest’ultimo peraltro opinabile). Chi comunque doveva essere evitato come la peste era l’attore professionista, in quanto condizionato dall’attitudine teatrale e ignorante dei significati più intimi di un testo poetico. (Certo Rilke e Bunting successivamente facevano riferimento innanzi tutto alla loro scrittura poetica, ardua e strutturatissima, e alla natura particolare delle lingue in cui si esprimevano, il tedesco e un inglese artisticamente sui generis, ma non sarà errato pensare che la concezione dei due scrittori possa valere per qualsiasi idioma elaborato in poesia).
Briggflatts, che reca il sottotitolo An Autobiography, è stato pubblicato nel 1966 e costituisce l’opera maggiore nell’arco creativo del Poeta. Il titolo si ispira a Brigflatts (con una sola g) Meeting House, una sede di culto quacchero in prossimità di Sedbergh in Cumbria che Bunting ebbe modo di frequentare da ragazzo. Il poema è articolato in cinque sezioni (più una breve Coda), di varia lunghezza e di differente schema metrico, ed è definito dall’Autore «un’autobiografia, ma non un racconto di fatti», collegandosi idealmente e psicologicamente alle quattro stagioni dell’anno – primavera la prima sezione, estate la seconda, autunno la quarta, inverno la quinta, la terza è «svincolata da ogni riferimento temporale» (Ferrari). Con una straordinaria ricchezza inventiva sia sul piano contenutistico sia su quello espressivo-stilistico – linguistico, prosodico, metrico – il testo instaura una sorta di intreccio narrativo epico-lirico dagli anni dell’adolescenza del Poeta (con relative prime accensioni sentimentali) ai successivi nel contempo costituendo una rappresentazione e una celebrazione della natura, della storia, della cultura, della lingua del Northumberland (da identificarsi con l’antico regno di Northumbria) attraverso una vasto assemblaggio di personaggi ed eventi sia mitici sia reali (in particolare tra il Cinquecento e il Mille, non senza coinvolgere, volgendo l’occhio indietro, Alessandro Magno e la Persia!) vitalizzati da un linguaggio poetico estremamente personale, complesso, sofisticato di eccezionale originalità e potenza. Ne nasce un’opera di respiro davvero universale, che finisce con l’abbracciare tutti i temi canonici del senso e del significato della vita, dell’amore, della morte, del rapporto dell’io con il luogo di origine (anche culturale), con la morale, con l’Arte. Non ci sarà quindi da stupirsi se la critica britannica (Cyril Connolly e Thom Gunn in testa) abbia entusiasticamente accostato Briggflatts ai Cantos di Ezra Pound e ai Four Quartets di T. S. Eliot (posteriori di ben quindici anni, 1940, alla menzionata “Sonata” Villon) e negli Stati Uniti il poema abbia avuto caldi ammiratori in Allen Ginsberg e altri poeti Beat.
Ad affrontare il titanico còmpito di volgere in veste integrale il poema in italiano è stato Mauro Ferrari (Basil Bunting, Briggflatts, cura e traduzione di Mauro Ferrari, puntoacapo Editrice, Pasturana [AL], 2025). Poeta, critico, anglista, direttore editoriale, Ferrari, sedotto da Bunting fin dalla prima giovinezza, si è cimentato nell’impresa con intensa passione e mirabile perizia, fornendo un testo italiano (l’originale a fronte) da salutare con l’apprezzamento più fervido e grato per la convincente resa poetica acquisita nel periglioso confronto. Il volume, che anche si avvale d’una informata e precisa Prefazione di Edoardo Zuccato, è corredato dall’ampio e illuminante saggio Basil Bunting: il tempo e la parola di Ferrari, pure autore di un vertiginoso quanto indispensabile repertorio di note, e contiene anche due scritti di Bunting, Una nota su Briggflatts, e Poesia e musica (da cui abbiamo tratto le citazioni).



