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Meluzzi chiede maggiore discontinuità nelle scelte del governo regionale, soprattutto in campo culturale. “Non c’è più egemonia ma un sistema di potere incartapecorito”. La rinuncia a un modello alternativo. “E l’assessorato passi a Fratelli d’Italia”. “Continuiamo così, facciamoci del male”. Perfino per indicare, un po’ sottovoce nelle stanze della Regione e nei conciliaboli tra notabili, la necessità di reagire con decisione all’egemonia culturale della sinistra, la destra ricorre a una frase di Nanni Moretti. Per dire. E per rendere l’idea di un problema che grava sullo stomaco di chi aveva annunciato grandi cambiamenti agli elettori e puntato la campagna elettorale su una recisione netta con un sistema forte e visibile in Piemonte, forse più che altrove. Un peso come quello di una cena indigesta che si continua a consumare, ogni giorno, senza cambiare menù. Ma, poi, è davvero ancora così forte l’egemonia della sinistra o ne è rimasto un simulacro cui, tuttavia, il centrodestra non rinuncia a rivolgere i suoi strali senza, come sta accadendo nel governo regionale insediato da un anno, riuscire ad affrancarsene? Naturale girare la domanda a chi l’egemonia della sinistra, quella originale dei tempi del Pci, l’ha conosciuta, vissuta e praticata, passando poi sull’altro fronte. Alessandro Meluzzi prima di arrivare alla storica vittoria del ’94 nella roccaforte rossa Mirafiori contro Sergio Chiamparino aveva frequentato con i calzoni corti quella sede-simbolo del Pci che era via Chiesa della Salute. Oggi è uno degli intellettuali più dichiaratamente di centrodestra e sovranista.

Allora, professor Meluzzi, è davvero così forte l’egemonia culturale della sinistra, tanto da far abbassare le ali al centrodestra che governa il Piemonte, rispetto agli annunci?  

“Ma non scherziamo. Esiste l’egemonia del nulla. Dobbiamo chiamare i soliti salotti, quelli dei Galateri, Christillin, Re Rebaudengo, ma anche dei soliti Chiamparino, degli stessi personaggi che da Bose a Zagrebelsky passano per Carlin Petrini. Questa sarebbe la sinistra?”.

Però anche di fronte a una, diciamo, giustificazione dell’imbrattatura della statua di Montanelli fatta dal direttore del Salone del Libro Nicola La Gioia, se il capogruppo di Fratelli d’Italia Maurizio Marrone ha alzato il tiro, il silenzio del presidente Alberto Cirio ha rimandato molti a quella subalternità alla sinistra quando c’è di mezzo la cultura. In più qualche consulente di alto rango ingaggiato dal governatore rimanda proprio a quei mondi che lei cita. Sbaglia il presidente a non marcare di più una differenza?

“Le racconto una cosa. Ieri ho incontrato un generoso signore che aveva organizzato a Torino della Tavola Lucana, autoritratto di Leonardo, che tra Covid e ignoranza delle istituzioni non è stato neanche preso in considerazione. Questa è Torino. Se una cosa non arriva dai soliti salotti, non passa. E a quei salotti anche il mio carissimo amico Alberto, al cui matrimonio ho fatto la lettura, sembra prono”.

Addirittura prono?

“Ma sì. A mio onore posso dire che da quando è diventato presidente non mi ha fatto neanche una telefonata. E guardi che non volevo certo essere messo in qualche ente, ma una chiamata magari per consultarmi”.

Di lei in campagna elettorale si era parlato come di assessore alla Cultura. Giorgia Meloni lo aveva annunciato. All’epoca aveva accarezzato l’idea spiegando, cito testuale, voler “combattere un’omologazione culturale che ho sofferto fin dalla mia adolescenza. Dai tempi di Nuova Società di Saverio Vertone, Baget Bozzo…”.

“Nessuna velleità, nessun interesse per posti nel governo regionale. Però una cosa la dico”.

Dica.
“Trovo aberrante che Fratelli d’Italia non abbia ancora rivendicato l’assessorato alla Cultura e lo dico lontano anni luce da qualsiasi interesse personale. Lo dico anche alla mia amica Giorgia Meloni”.

Una destra troppo debole che continua a puntare il dito contro l’egemonia del centrosinistra, ma poi si ferma e ne appare ostaggio?

“L’ossequienza ai solito establishment, ai soliti noti non è l’unica linea possibile per il centrodestra. Dal Salone del Libro al Circolo dei Lettori a Torino Spiritualità, possibile che una certa cultura appena appena capace di differenziarsi da questo salotto che tiene banco dai tempi immemorabili non possa venire fuori? Si potrebbe provare anche cambiare qualcosa, non dico con dei vecchi come me, ma con persone che rispecchino culture diverse. Quello che continuiamo a vedere, invece, è tristissimo. Torino gronda malinconia dal punto di vista culturale. E a questo punto diventa difficile che sia differente votare centrodestra dal votare centrosinistra. Questo lo pensano in molti, molti di quelli che li hanno votati.

Ci vuole uno psichiatra come lei per spiegare i motivi di questo atteggiamento?

“Tutto più semplice di quanto non si immagini. In Piemonte c’è un pregiudizio che credo risalga ai tempi di Enzo Ghigo, secondo il quale se non si attacca la sinistra si fa un’assicurazione, anche giudiziaria, per tutta la vita. Un errore, nel quale però pare si persevera”.

Un balzo indietro di un bel po’ di decenni, quando lei stava a sinistra. Allora l’egemonia c’era.
“Quella che ho ben conosciuto provenendo da quella parte politica non esiste più. Oggi ci sono solo quattro salotti incartapecoriti provenienti peraltro da ambienti Fiat o para-Fiat. C’è un conservatorismo cicisbeo in questa povera città. Basterebbe aprire il web, leggere i giornali, guardare la televisione per vedere che c’è una leva di intellettuali di centrodestra. Evidentemente a Torino non sono molto graditi”.