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Congedo dal Piemonte – Indro Montanelli, di Gian Piero Aureli – illustrazione Paolo di Paolo

Ieri

In un momento tragico per Torino, per il Piemonte tutto , per la nostra terra, dove siamo nati o dove siamo cresciuti ,o dove abbiamo deciso di vivere, casualmente mi sono imbattuto , rovistando nella mia biblioteca, in un articolo dell’aprile 1974  di Montanelli.

Il grande giornalista aveva abbandonato nel 1973  ,  il Corriere della Sera per insanabili dissapori politici con la direzione di Piero Ottone  e con la proprietaria Maria Giulia Crespi , da lui definita “la zarina “. Indro riteneva che il Corrierone avesse completamente tradito la sua funzione di organo della borghesia lombarda per spostarsi a sinistra al fine di intercettare i favori del PCI ,considerato ormai dalla Crespi  il futuro padrone del Paese.

Anzi si disse che la “zarina” avesse proprio cacciato dal giornale di via Solferino Montanelli, dopo oltre 35 anni di servizio e dove Indro era diventato il piu’ affermato giornalista italiano.

Cacciato dalla Crespi , Indro fu accolto dall’Avvocato Agnelli a “La  Stampa” , dove rimase sino all’aprile del 1974  per poi lanciarsi nella fantastica avventura di creare dal nulla “Il Giornale”, di cui fu per anni, non solo il direttore, ma l’anima del giornale stesso.

Questo articolo di commiato del grande giornalista toscano, trapiantato a Milano, mi sembra per le considerazioni che fa sul Piemonte e sui piemontesi , particolarmente utile in un momento cosi’ incerto per il nostro futuro.

Sono convinto  possa servire a darci un pizzico di fiducia in noi stessi. 

Gian Piero Aureli                      

CONGEDO DAL PIEMONTE –  LA STAMPA 21 APRILE 1974 – INDRO MONTANELLI

I casi della vita hanno voluto che all’età in cui si usa passare alla riserva, io venissi richiamato in servizio permanente effettivo come direttore di un nuovo quotidiano che sta per nascere a Milano.

Qualcuno considera eroica questa impresa,qualche altro pazza: solo i fatti diranno chi ha ragione. Ma intanto mi vedo costretto a prendere congedo da questo giornale e dai suoi lettori. E lo faccio con sincero rammarico anche perché mi capita proprio nel momento in cui mi pareva di aver cominciato a stabilire con essi un certo rapporto fiduciario. Se m’illudo, scusatemi. Ma lasciate che vi dica cosa prova un nonpiemontese quando si trova improvvisamente a parlare ad un pubblico piemontese: vi servirà a capire non il Piemonte , ma come il Piemonte è visto da chi non vi appartiene. Quando , in un momento piuttosto delicato della mia vita professionale, La Stampa m’invitò a collaborare ,ebbi un soprassalto di gioia subito, seguito da un brivido di paura. Rimasto orfano, mi vedevo adottato da una famiglia che, come rango e prestigio, non aveva nulla da invidiare a quella da cui provenivo, e nella quale ritrovavo vecchi amici e compagni di lavoro. A porte chiuse , mi ci sentivo a casa mia. Ma era la finestra che mi atterriva.

Io sono un lavoratore di penna piuttosto facile. Il foglio bianco non mi intimidisce. Una volta sola la penna mi peso’ come una croce e fu quando il direttore Borelli m’invitò al Corriere. Da allora – e saranno passati 35 anni – non avevo più sofferto i tormenti dell’impotenza. Tornai a provarli solo quando posi mano al primo Controcorrente. Sapevo benissimo cosa volevo dire. Ma mi paralizzava l’idea di dirlo ai piemontesi. Come colto da un’improvvisa balbuzie, impennavo sulla battuta, e invece di modellare il periodo lo rincorrevo a perdifiato invischiandomi in una matassa di coordinate e subordinate talmente arruffata e filacciosa che sembrava tolta di peso da un’allocuzione dell’On.le Moro. Una sorda rabbia m’invase contro i piemontesi. In fondo chi sono?

Facciamo pure l’elenco delle loro virtù e ammettiamo, scialando , che le abbiano tutte: e con ciò? V bene , sono bravi: bravi contadini,bravi operai,bravi soldati,bravi funzionari,bravi tecnici,bravi imprenditori: e con cio? Va bene, hanno fatto la Fiat, nessuno da questo momento lo sa meglio di me:e con cio? Va bene, sono gli unici a sapere come si conduce uno Stato,una diplomazia,un esercito: e con cio? Va bene , sono quelli che hanno fatto (Dio li perdoni, diceva mio nonno) l’Italia, noi li abbiamo soltanto aiutati a farla peggio di come l’avrebbero fatta loro , se l’avessero fatta da soli e con cio? Va bene, la loro cultura, rimasta sempre agganciata a quella europea, è meno provinciale della nostra : e con cio? Ma oltre questo con ciò non sapevo andare, e come calmante valeva poco anche perché sotto sotto sentivo che poco mi restava di cui nutrirlo. Eppure , il malanimo, o almeno il malinteso fra i piemontesi e gli altri italiani (questo altri, scusate, l’ho aggiunto in fase di correzione: d’acchitto non m’era venuto in mente) è tutto qui, in un con cio’ che , ridotto all’osso , significa questo “ Avete ragione , ma è proprio questo il vostro torto”-

Mi chiedo cosa sarebbe stato di me se, invece che all’epilogo, mi fossi accasato tra i piemontesi all’inizio della mia carriera , e a tempo pieno. Non prendetemi per presuntuoso, ma credo che, pur con qualche deviazionismo culinario, sarei diventato un buon piemontese anch’io, e probabilmente fra i più schizzinosi. In fondo , a un toscano terragno come me, niente è più congeniale di una civiltà di castello qual’è, gratta gratta, quella piemontese, coi suoi cavallereschi ideali calzati di scarpe di vacchetta. E’ andata altrimenti, pazienza. E ora addio, caro lettore, e grazie dell’ospitalità. Ti confesso che, entrando in casa tua, ero molto imbarazzato. Ma mi bastò poco per accorgermi che di questo imbarazzo voi soffrite quasi quanto coloro a cui lo incutete. Esentatemi da una dichiarazione di amore perché a gente come voi è difficile farne. Ma in questo pudore mi sento vostro pari e vostro complice . Avro’ un giornale a Milano, e cerchero’ di farlo molto bello,bellissimo. Ma anche se ci saro’ riuscito, seguitero’ a rimpiangere il vostro. Mi dicevano che ci avrei sofferto il freddo.

Ci ho trovato , sotto una coltre di silenzio , il caldo.           

17 Aprile 2020/da user-pannunzio
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