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In una conversazione su Facebook, una piccola politicante faziosa ha obiettato alla serietà delle mie preoccupazioni in merito alla  non partecipazione al voto per il ballottaggio dei sindaci e per le stesse elezioni amministrative. Ricordo alla sprovveduta, che le elezioni amministrative in passato erano molto partecipate, proprio per i problemi vicini alla gente che erano in gioco e gli stessi candidati più  vicini e conosciuti dagli elettori. Poi il decadimento della classe politica nei consigli comunali iniziata con la prima immigrazione che portò al Nord le clientele elettorali meridionali, portò all’abbassamento del livello degli eletti. Il partito socialista, ad esempio,  fu rovinato dalle clientele.  Sembrò che la riforma del 1993 potesse rigenerare la vita amministrativa ma non fu sempre così. Oggi la scarsissima partecipazione al voto, drogata dai fatti di Roma che chiamano in causa una ministra degli interni sempre più inadeguata, rivela una crisi della democrazia che forse pochi hanno colto. Vincere con pochi voti può anche far comodo, ma toglie la base del consenso agli eletti se non la loro legittimità politica. Non è una questione giuridica, sia chiaro, ma politica e persino morale. Ci ricaccia indietro a quando in Italia per legge erano in pochi a votare. Ma c’è qualcosa ancora di più grave in vista. Una frattura tra paese legale e paese reale che la questione dei green pass male affrontata aveva già aperto in modo vistoso e violento. Oggi il voto di una minoranza che decide il sindaco perché la maggioranza non è andata a votare, è un campanello d’allarme gravissimo che rivela una sfiducia non solo nei partiti ma anche nelle istituzioni. Cent’anni fa iniziò così. Non vorremmo che si ripetesse.