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Breve nota al libro “La donna che decise il suo destino – Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso, di Pier Luigi Vercesi, Neri Pozza editore, 2021) (e alla quale Milano ha dedicato una statua a centocinquant’anni dalla sua morte). Come ho già avuto modo di scrivere su “Pannunzio Magazine”, in occasione della redazione di brevi note di commento ali libri dedicati a Faustina Roero di Cortanze e Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione, il 2021 è stato un anno importante e prolifico per la narrazione della storia attraverso la biografia di figure femminili di primo piano, dimenticate o, comunque, non adeguatamente considerate e valorizzate, in quanto donne. Dopo le due grandi figure femminili sopra ricordante, con l’avvincente documentato libro di Pier Luigi Vercesi, giornalista del quotidiano “Il Corriere della Sera”, è stato possibile conoscere meglio una donna dotata di grande intelligenza, determinazione e sensibilità, protagonista di spicco del Risorgimento italiano e dell’Unità d’Italia: Cristina Trivulzio. Anche in questo breve scritto, così come ho fatto per Virginia Oldoini, utilizzerò sempre il cognome di Cristina da nubile, Trivulzio, appunto e non quello di Belgioioso, derivante dal suo matrimonio con Emilio Barbiano di Belgioioso Este, in omaggio al suo spirito libero, indipendente e controcorrente, che conservò sino al termine della sua avventurosa e affascinante vita, conclusasi il 5 luglio 1871, a 63 anni a Locate Triulzi, luogo di origine della sua famiglia, ove ancora oggi è sepolta. Il titolo ed il sottotitolo del libro costituiscono una sintesi efficace di ciò che è stata, ed ha rappresentato, Cristina Trivulzio, il cui ritratto, opera del grande artista Francesco Hayez, è raffigurato nella copertina del volume. Cristina nacque a Milano il 28 giugno 1808, da una delle famiglie più importanti e nobili della città, da Gerolamo Trivulzio e Vittoria Gherardini; rimase orfana di padre a quattro anni, e la madre si risposò un anno dopo con Alessandro Visconti d’Aragona, con il quale ebbe un figlio maschio e tre altre figlie femmine. A sedici anni, nel 1824, Cristina sposò il Principe Emilio Barbiano di Belgioioso, noto per le sue abitudini libertine e poco rispettose del genere femminile; dopo pochi anni di matrimonio, Cristina, avvilita dai continui tradimenti del marito, tra l’altro anche con una sua amica, Paola Ruga, decise di separarsi di fatto, nel 1828. Decisione coraggiosa, per una donna, in quei tempi, a Milano, città all’epoca schiacciata dalla dominazione austriaca, che Cristina non sopportava. Proprio per questo motivo, Cristina si dedicò ad una importante attività all’interno della carboneria, associazione patriottica segreta, che la portò prima a Genova, poi a Firenze, Ginevra, Lugano e Roma, successivamente nel sud della Francia e, infine, a Parigi, dove si recò per cercare appoggi alla causa risorgimentale italiana, assumendo posizioni rivoluzionarie. Quando il capo della polizia austriaca Torresani le ordinò di rientrare in città. Cristina preferì fuggire a Parigi, subendo la confisca delle sue proprietà, diventando amica e frequentatrice di intellettuali e politici influenti, quali Heinrich Heine, i musicisti Bellini e Liszt, lo scrittore Honoré De Balzac e, soprattutto, il marchese Lafayette, il grande protagonista della Rivoluzione americana, antesignana di quella francese del 1789. Non appena tornata in possesso dei suoi beni, Cristina finanziò pubblicazioni di carattere patriottico risorgimentale, aiutando i rivoluzionari italiani, esuli a Parigi, facendo conoscere la causa dell’unità italiana in Francia, pubblicando articoli e prendendo una netta posizione antiaustriaca e filofrancese, come Cavour, che Cristina conobbe personalmente. Nel 1838, a Parigi, nella massima discrezione e nel massimo riserbo, nacque l’amata figlia Maria, forse avuta da François Mignet, un intellettuale, storico, scrittore e politico, o forse da Teodoro Doehler, musicista frequentatore del circolo intellettuale – patriottico creato da Cristina nella capitale francese. Una gravidanza avvenuta fuori da un rapporto matrimoniale, scandalizzò il grande scrittore e romanziere Alessandro Manzoni, che non volle nemmeno far entrare Cristina nella sua casa milanese, in quanto ritenuta donna eccessivamente anticonformista ed eccessivamente progressista, per non dire di condotta inopportuna e scandalosa. Rientrata in Italia, appoggiò le Cinque Giornate di Milano del 1848, reclutando e trasportando nel capoluogo lombardo, a sue spese, un gruppo consistente di volontari da Genova e prestando soccorso ai patrioti feriti combattenti per la Repubblica Romana, l’anno successivo. Cristina Trivulzio, con la fine ingloriosa dei moti rivoluzionari, delusa da Carlo Alberto e dai francesi, che non appoggiarono efficacemente la Repubblica Romana, compì un viaggio in Cappadocia, dove riqualificò le colture agrarie, dando lavoro a molte persone e dimostrandosi una grande imprenditrice, illuminata, ispirata dalle tesi socialiste, vicina ai lavoratori e alle loro problematiche quotidiane. La stessa iniziativa imprenditoriale fu ripetuta da Cristina a Locate Triulzi, negli ultimi anni della sua vita, una volta realizzata l’unità italiana, con ottimi risultati, nell’ambito di una serie di attività filantropiche e di beneficenza pubblica e attenzione a favore dei più deboli. La vita di Cristina Trivulzio giustifica pienamente il titolo e il sottotitolo del libro, scelti dall’autore; la vita di Cristina fu libera, anticonformista e sincera, connotata da lungimiranza, intelligenza e profonda sensibilità, che si indirizzò anche verso l’analisi dei problemi del genere femminile. Cristina, infatti, scrisse, nel 1861, anche un saggio, intitolato “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”, nel quale analizzò la condizione femminile del tempo, suggerendo soluzioni per migliorarla, sostenendo la possibilità per le ragazze di applicarsi alle discipline scientifiche e rifiutando l’uso sociale che vedeva il destino delle spose legata alla mera attività domestica ed allo sfiorire della bellezza fisica. Sostenne, altresì, la necessità di una gradualità delle riforme migliorative della condizione femminile, in un’Italia unita da poco, come tale non idonea a sostenere repentini cambiamenti sociali. Alla fine di questa breve nota, mi piace evidenziare quelle, che a mio modesto avviso, sono le lezioni che Cristina ci ha lasciato. Una è sicuramente quelle che è che la vita di chi si oppone alle ingiustizie e ha grandi ideali è piena di insidie e di profonde incomprensioni, soprattutto se si è donne, e che questi grandi ideali possono essere perseguiti solamente pagando un prezzo molto alto a livello personale, ma che solo così si possono realizzare grandi obiettivi. L’altra è un invito che seppur rivolto alle donne, anche noi uomini non dobbiamo dimenticare, in quanto nei secoli, e tutt’oggi, in parte artefici di ingiustizie, violenze e di grave insensibilità nei confronti del genere femminile: “Vogliamo le donne felici e onorate dei tempi a venire rivolgere il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che la precedettero, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro aprirono e prepararono la via alla mai goduta, forse appena sognata felicità”.