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Una notizia che ha colto tutti impreparati: la scomparsa del professor Pier Maria Furlan, socio del Centro Pannunzio, a causa di una grave malattia che lo ha portato via in poco più di due mesi Con lui scompare un uomo colto, che ha avuto un ruolo importante nella Società del nostro tempo, soprattutto nel campo della medicina ed in particolare della psichiatria. Ordinario di Psichiatria dell’Università di Torino, ha avuto durante il suo percorso di lavoro incarichi e responsabilità di grande rilievo: vicerettore, preside della II Facoltà di Medicina, vicepresidente della Conferenza Nazionale presidi. Ma anche Direttore Dipartimento Interaziendale  di Salute Mentale e patologia delle dipendenze San Luigi Gonzaga ASL 3 di Collegno, con un compito estremamente difficile quale fu la gestione della chiusura del manicomio di Collegno, dopo l’entrata in vigore della legge Basaglia approvata il 13 maggio 1978. Autore di numerosissime pubblicazioni in ambito universitario, ma anche firma eccellente di tanti titoli, la maggior parte dei quali dedicati proprio al problema della salute mentale. Come non ricordare tra gli ultimi libri di Pier Maria Furlan il volume “Sbatti il matto in prima pagina”, uscito nel 2016 per le edizioni Donzelli, analisi particolareggiata e profonda del ruolo avuto dai giornali italiani nel lungo e non certo indolore processo della chiusura dei manicomi. Un libro che rappresenta anche una efficace collocazione del suo pensiero rispetto ai temi della malattia mentale e soprattutto della questione psichiatrica prima della legge Basaglia. Sottolineando il ruolo dei quotidiani, Furlan ricordava le inchieste e gli approfondimenti che caratterizzarono gli anni 60 e l’inizio degli anni 70: inchieste che contribuirono ad “alfabetizzare” (era un termine da lui usato) e sensibilizzare l’opinione pubblica sugli orrori che i muri chiusi degli ospedali psichiatrici continuavano a nascondere al resto del mondo. Che poi la chiusura dei manicomi fosse avvenuta in modo lineare e indolore non è mai stato detto: e certo non da lui, che di quella chiusura, a Collegno, era stato il principale conduttore. Grazie alla sua apertura verso una nuova psichiatria, a nuove esperienze anche estere, fu il primo universitario  infatti a dirigere una rete ospedaliera psichiatrica: un ampio bacino che andava dall’ospedale San Luigi di Orbassano a Collegno, dove uomini e donne continuavano a restare separati dal “mondo dei sani”. Con grande passione aveva, negli ultimi anni, realizzato l’apertura di una Biblioteca, inserita nel circuito Sbam, presso l’ospedale San Luigi di Orbassano: un impegno che sosteneva con grande energia. Una famiglia e un percorso di vita particolare per il futuro professor Furlan negli anni dell’infanzia e della adolescenza. Nacque a Torino, il 15 aprile 1943. La mamma, Lina Furlan, veneziana di origine, conosciuta come avvocatessa Liù, fu la prima penalista a pronunciare in Assise a Torino un’arringa, il 30 gennaio 1930, per difendere una donna accusata di infanticidio. Il processo si concluse con l’assoluzione e la prova – pensiamo ai tempi – che anche le donne potevano a buon diritto accedere ad una professione che le aveva fino ad allora respinte. Un padre dal nome famoso, Dino Segre, il celebre scrittore Pitigrilli. Un periodo complicato, una vita degna di un romanzo: aveva solo sei mesi il piccolo Pier Maria quando la madre Lina si rifugiò in Svizzera. Troppo compromessa con il regime per avere più volte difeso esponenti dell’antifascismo. Ma le vicissitudini della famiglia Furlan/Segre continuarono anche dopo la guerra, a causa di alcune accuse di collaborazionismo che caddero sul celebre scrittore. Una nuova terra li accolse: l’Argentina, su invito del presidente Peron.  Ci fu, nel loro percorso di vita, in seguito, anche Parigi, prima del definitivo ritorno a Torino. E’ il 1961: Pier Maria si iscrive all’Università nella città che gli ha dato i natali, ma in cui non è mai praticamente vissuto, diventando uno dei più importanti psichiatri italiani. E nel 2016 un atto significativo: l’aggiunta al proprio cognome, Furlan, dello pseudonimo con il quale era conosciuto il padre, Pitigrilli. In una recente intervista, aveva dichiarato: “Prendendo il cognome Pitigrilli ho scelto di tramandare il nome di un grande scrittore e innovatore. […] Nei suoi romanzi ha descritto il mondo, la commedia umana. Forse, io, invece, facendo lo psichiatra, nel mondo ci ho messo le mani”. Grandi responsabilità dunque. Ma anche grandi disponibilità verso gli altri. Mi sia consentito un ricordo personale, legato ad uno dei miei ultimi libri, “Donne e follia in Piemonte”. Il professor Furlan aveva accettato immediatamente, lui che era autore di oltre 300 pubblicazioni, di scrivere per questo mio libro un capitolo intitolato “Lo sguardo della società verso le donne in manicomio”. Naturalmente la sua presenza nella mia ricerca rappresentava in un certo senso un importante riconoscimento per il  mio lavoro. Un contributo significativo, per me e per la storia raccontata. E ricordo con particolare commozione la presentazione, condivisa con lui e con il Sindaco di Rivoli, Andrea Tragaioli, presso la sala consiliare della città, lo scorso 20 novembre. Un intervento il suo, nella sala affollata, che aveva riscosso un grande successo: il suo carisma, la sua chiarezza, la sua profondità nell’intervento avevano fatto breccia nei presenti. Penso che sia stato il suo ultimo intervento pubblico: il prossimo con lui doveva essere una presentazione nella Biblioteca del San Luigi di Orbassano. Il Covid e la sua malattia non lo hanno permesso.