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Dante e Leopardi, due titani della letteratura che, mi piace sottolinearlo, possedevano numerosi tratti umani in comune. Tutti e due, infatti, relativamente alle idee dominanti nel loro tempo furono, in maniera decisa, assai “politicamente scorretti”, e quanto…! Il fiorentino, in un’epoca in cui si stava affermando la borghesia, il cosiddetto “Terzo Stato”, che manifestava il desiderio di ambire alla conquista del potere politico-amministrativo, oltre a quello economico, sventolava gli ideali di un nuovo Impero Romano con radici metafisiche che rimandavano a Virgilio, all’epoca totalmente incompreso in questo senso. Il marchigiano, invece, quando (siamo in piena Restaurazione, un sistema molto gradito al di lui padre, il conte Monaldo Leopardi, fertile penna controrivoluzionaria quando non decisamente reazionaria, una penna che va considerata comunque acuta ed intelligente anche quando non se ne condividono gli ideali espressi) quasi nessuno ci pensa, indica l’ideale di un’Italia unita. Se Giacomo ne ha per i reazionari, ne avrà anche per i cosiddetti “progressisti a prescindere”, si veda “La Ginestra”, poesia in cui mette alla berlina l’ottimismo progressista del cugino Terenzio Mamiani della Rovere (che io ritengo, magari avrò torto, una delle figure più scialbe del Risorgimento). Qualche decennio più tardi l’ottimismo progressista verrà preso a martellate (filosofiche) da Friedrich Nietzsche e, senza voler forzare troppo, per carità, qualcosa in comune il pensiero del solitario di Recanati e del solitario di Sils-Maria hanno pure… Vedendo, inoltre, prima di altri a quali gravi degenerazioni sarebbero potute arrivare alcune idee che sorsero nell’Ottocento (e infatti ci arrivarono, spesso con conseguenze tragiche, nel secolo successivo), Leopardi definì “sciocco” il proprio secolo. E, sempre qualche decennio più tardi, il giornalista Léon Daudet (figlio del celebre Alphonse, l’autore di “Tartarin di Tarascona”), pubblicherà un sapido pamphlet, “Lo stupido XIX secolo”, in cui molte intuizioni leopardiane verranno più approfonditamente riprese. Il primo incontro di Leopardi con Dante avviene nella biblioteca paterna, circa 20000 volumi con molte edizioni dantesche dal 1477 in poi! Giacomo si innamora dell’Alighieri, nota subito la differenza che corre tra la poesia di Dante ed i bolsi versi di molti suoi contemporanei che magari, per certi periodi, godettero di maggiore fortuna critica solamente per aver attaccato l’asino dove voleva il padrone, cosa che mai Dante, che padroni mai ebbe, al di fuori della propria coscienza di uomo libero, fu disposto a fare. Leopardi fu un precursore del Risorgimento anche in quanto dantista. Nella meravigliosa canzone “Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze”, del 1818, Giacomo era appena ventenne, il Poeta incarna l’autentico genio italico e si augura che qualcuno possa raccoglierne l’eredità per far tornare l’Italia agli antichi splendori. Molto importanti, poi, sono gli appunti danteschi del Leopardi in quella autentica miniera, ancora non del tutto esplorata per certi versi, che è lo “Zibaldone di pensieri”. Qui sono molto importanti le osservazioni su Dante creatore della lingua letteraria italiana. Leopardi non fu un “critico” nel senso letterale e/o professionale. Nondimeno le sue osservazioni, provenendo da un genio, risultano davvero stimolanti, per cui leggere o rileggere Dante con gli occhi del Leopardi risulta un’esperienza intellettuale a dir poco esaltante, perdonate il mio entusiasmo.