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Adolescenza fonte di riflessioni, esperienze, spunti, idee, confronti. Ad una compagna di liceo, affascinata dagli ermetismi di qualche sedicente poeta contemporaneo, e lei pure autrice (come molti di noi, invero) di esercizi in versi più o meno segreti, più o meno leopardiani, ebbi modo di obiettare nel corso di una libera discussione in classe e con l’aria scettica del post-romantico navigato, del post-decadente, del post-espressionista: “Nel mondo di oggi è più apprezzato un efficiente e dinamico uomo d’affari che non un poeta elegante e sognatore”. Apriti cielo, non l’avessi mai detto!! Accuse di insensibilità, di arida razionalità, di misconoscenza delle più sublimi manifestazioni dello spirito umano, polemiche politiche sull’anima poetica della classe operaia (si era alla fine degli anni ’70), espressioni di disprezzo per il vile denaro (da parte di chi vent’anni dopo si è ritrovato a essere dipendente di un casinò). Ovviamente tutte accuse infondate e fuori luogo, ma questo è secondario. L’essenziale è invece il merito della questione, abbastanza palese per qualsiasi osservatore anche privo di approfondita formazione sociologica, ossia l’evidenza che il tipo di espressione letteraria e artistica della poesia non corrisponde più, nella sua forma classica, alla sensibilità e all’interesse contemporanei, né da parte degli autori né da parte dei lettori. E tantomeno nella considerazione dei mass media. Solo nelle forme evolute e indirette delle canzoni, e del cinema, la poesia riemerge e sa ancora parlare all’animo umano. Poi altre esperienze, osservazioni, riflessioni, chiavi di lettura del mondo. Forse altra maturità. Così si arriva all’estensione di quella prima acerba intuizione liceale e alla sua contestualizzazione in un quadro sociale esplicativo. E’ la rilevazione di una generale decadenza non solo del genere poetico, ma di tutta la letteratura in senso stretto, compresa la narrativa (nonostante una produzione editoriale talvolta quantitativamente esorbitante), con l’osservazione decisiva che oggi i professionisti della parola, gli artisti del linguaggio, i creativi, le menti in grado di leggere la vita e di presentarla agli altri, non si dedicano più alla scrittura di opere letterarie, alla produzione di narrativa, ma ad altre attività evidentemente meglio remunerate. Inutile citare casi specifici, ma sono tanti i nomi noti di giornalisti, attori, registi, musicisti, sceneggiatori, ma anche politici e manager, che non si sono mai dedicati alla scrittura se non a tempo perso, pur avendo una padronanza dei mezzi espressivi di prim’ordine, che avrebbe consentito loro di eccellere anche ad esempio nella narrativa e nella poesia. Semplicemente si sono dedicati ad altre carriere, meglio remunerate e apprezzate nel mondo contemporaneo. Corollario sconfortante, alla letteratura si dedicano coloro che non trovano strade per il successo personale e sociale più efficaci, dirette e immediate.