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Non bisogna mai polemizzare con Roberto Scarpinato, meglio con pazienza e amorosa premura correggere le sue madornali sviste. Cito due indimenticabili prose di Scarpinato:

1) «Chi conosce la storia occulta dell’Italia e la potenza delle grandi strutture criminali, sa che non è azzardato, né frutto di un cupo pessimismo antropologico, ritenere che la situazione attuale ricorda… quella che venne a crearsi in Cile negli anni Ottanta, conclusasi tragicamente con la fine del presidente Allende».

  Il golpe cileno – lo sa pure Toninelli – risale al settembre 1973. Non solo la Lex, anche la Historia non dovrebbe ammettere ignoranza, quand’anche indotta dalla furia di voler demonizzare gli anni Ottanta di Craxi, salvando gli anni Settanta di Berlinguer e del compromesso storico.

​2) Lo stesso togato spedì un avviso di garanzia all’Altissimo, in un conato sociologico pubblicato da MicrOmega, sotto il titolo («Dio dei mafiosi») ed un sottotitolo tra il blasfemo e l’antisemita («Per una ‘teologia’ di Cosa Nostra. L’etica adattata alla logica di una sola grande ‘famiglia’, dove si può uccidere perché si obbedisce a ordini superiori. Una piramide che vede nel Dio del Vecchio Testamento l’ultimo – e il più terribile – dei padrini»). 

Per par condicio, Scarpinato convocò in Procura anche san Pietro, reo di cattolicesimo, ulteriore sorgente della mafia.