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Ho in corso un civile confronto su Facebook con Mirella Serri che con tempismo perfetto ha scritto un libro, io lo definirei più un “instant book”, senza nessun intento offensivo, sul tema di Mussolini e le donne. Nell’anticipo del libro, l’Autrice sostiene che negli anni del fascismo le donne fossero tenute in disparte, senza nessun diritto, senza possibilità di carriera, di laurearsi, neanche curarsi adeguatamente ma solo considerate una macchina per far figli. Partiamo da quest’ultima affermazione, ci fu vero, una campagna demografica ma è la stessa che ad esempio persegue la Francia da anni senza essere accusata di fascismo. Contestualmente furono create delle strutture di supporto come l’OMNI, gli Asili nido, le Colonie estive e montane e molte agevolazioni per le famiglie numerose. Che sarebbero poi le stesse di molti paesi democratici di oggi e le stesse che invocano le donne quando viene chiesto loro perché non facciano figli, essendo il nostro paese quello con il tasso demografico più basso al mondo. Riguardo l’assistenza sanitaria, ho ricordato più volte ai vari media, che durante il Ventennio ci fu la più grande campagna di vaccinazioni e costruzioni di ospedali all’avanguardia e sanatori. Ci furono, è vero, restrizioni per le assunzioni, che esplosero però durante la guerra per la destinazione degli uomini al fronte, sia nelle fabbriche che negli uffici. La maggior parte rimase assunta, raggiungendo anche posizioni apicali, personalmente ne ho conosciute due, una quasi centenaria nel settore petrolifero, un’altra deceduta nel postale. Una norma prevedeva che marito e moglie, ma anche figli, non potessero lavorare nello stesso posto, e questo tutto sommato mi sembra non tanto sbagliato, rispetto alla insana consuetudine di oggi nelle università, in magistratura, nel giornalismo, negli ospedali, in politica di intere famiglie assunte senza particolari meriti, ma quasi per diritto divino, togliendo a molti la possibilità di impiego. Fu anche introdotta nel ’25 la norma che prevedeva il voto alle amministrative alle donne, purtroppo con l’Istituto podestarile questo diritto non poté essere esercitato né per le donne né per gli uomini. Riguardo poi l’istruzione e la carriera delle donne a parte che occorre contestualizzare e girare la visuale anche in Europa e negli USA, non volendo entrare nel personale, tutta la componente femminile della mia famiglia si laureò o diplomò. Qui mi piace anche ricordare per deformazione professionale che la prima donna a laurearsi in architettura mi spingere a dire non solo in Italia ma in Europa, fu Elena Luzzato. Elena Luzzato, anconetana di nascita ma romana di adozione si laureò con una tesi su un sanatorio a Como, dopo essersi iscritta nel 1921 e fu una vera e propria pioniera del Razionalismo. Venne subito assunta dal Comune della Capitale, di cui divenne funzionario, Ma per essere più libera di esprimersi, lasciò per dedicarsi alla libera professione ed all’insegnamento alla Facoltà di Ingegneria. Esponente di punta del Razionalismo, vinse diversi concorsi e progettò, oltre ai 40 edifici pubblici, innumerevoli ville sul litorale laziale, celebre quella ad Ostia nel 1928 per Giuseppe Bottai, suo grande estimatore, e anche molte in Somalia. Dopo il concorso vinto nel 1930 per dei villini al Lido di Roma, bandito dalla società immobiliare Tirrena, nel 1937 ottiene l’incarico per la costruzione di una palazzina in via Romania per l’Incis. Attiva anche nel campo dell’edilizia funeraria, si aggiudica i concorsi per il cimitero militare (1944) e per il Nuovo Cimitero di Prima Porta (1945) in Roma. La sua attività progettuale continua, intensa, anche dopo la guerra. Dal 1958 al 1964 è capogruppo per l’Istituto INA-CASA per la realizzazione di case popolari nell’ Italia meridionale, tutte opere progettate e costruite in tempi record, agevolata anche dal fatto di non avere una farraginosa burocrazia come riscontriamo oggigiorno. Tra le opere più importanti ed ancora oggi fruite dai romani, c’è il Mercato coperto di Piazza Alessandria, dove non esitò a tralasciare lo stile razionalista per inserirsi armonicamente nel contesto umbertino privilegiando il “genius loci”.  La sua grandezza sta proprio in questo: adattare il costruito all’ambiente e non voler imporre la sua cifra stilistica, capiva che linee squadrate del razionalismo avrebbero avuto un impatto non solo negativo per il contesto ma anche per i fruitori. Elena Luzzatto fu attivissima sino all’età di 78 anni e morì sempre a Roma all’età di 83, il fatto singolare che non avevo sottolineato prima, è che la mamma, che aveva iniziato gli studi di architettura, e li interruppe quando si sposò. Mi sono sempre chiesta perché vengano ancor oggi, ricordati e celebrati i suoi colleghi uomini anche adesso, solo per citarne qualcuno Piacentini, Libera, Muzio, Pagano, Levi Montalcini, Valle, mentre Luzzato no. Io mi sono data una risposta: forse ricordandola si smentirebbe la narrazione ricorrente e semplicistica della figura femminile durante il Ventennio, di donne sottomesse, chiuse in casa a fare figli…