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Giovani e agorà virtuali: l’urgenza di un’etica educativa, di Luisa Piarulli

Domani

La triste storia della bambina di 10 anni che muore per aver affrontato una prova di resistenza, “la prova dell’asfissia” racconta la sua sorellina, presumibilmente proposta dal social network cinese Tik Tok, deve pro-vocare una sola reazione: epoché, sospensione del giudizio. Una famiglia piange, si dispera, prova un indicibile senso di colpa. Bisogna fare silenzio. Occorrono rispetto, empatia ma soprattutto riflessione autentica da parte di ciascun adulto, ognuno responsabile dei processi educativo-formativi dei nostri piccoli cittadini. Un pensiero riflessivo presuppone l’umiltà di porsi domande senza l’ambizione di dare facili e retoriche risposte. Per esempio: chi sono le famiglie in tempo di pandemia? Senza andare troppo in là, ci si rende conto che probabilmente sono proprio quelle investite dal dramma della disoccupazione sopraggiunta o della cassa integrazione in scadenza, o percorse dalla preoccupazione di un anziano in RSA o che stanno elaborando un lutto.  E ancora, più a largo raggio: chi sono le famiglie del terzo millennio? Che cosa s’intende per fenomeno dell’infantilizzazione degli adulti? E per eccessiva “maternizzazione” delle figure genitoriali? E per adultizzazione precoce dei bambini? Si tratta evidentemente di questioni cruciali che i sociologi hanno evidenziato da tempo e per le quali non sono emerse finora soluzioni significative. Un tempo sospeso il nostro, ora aggravato anche dalla pandemia. In quanto al fenomeno della infantilizzazione dell’adulto, il teorico B. R. Barber ha proposto l’espressione adultescent (neologismo coniato incrociando adult e adolescent) per indicare una condizione ibrida da cui sembrano afflitti molti giovani e in molti casi anche gli adulti […]. È in atto il dissolvimento della transizione evolutiva che dall’infanzia conduce all’adultità a causa di un ethos infantilistico indotto dalle esigenze di un’economia fondata sul consumo in un mercato globale […][1]. Una questione aperta, come quella dei padri che, si va studiando, hanno abdicato al loro compito: un fenomeno che richiede attenzione, ricerca pedagogica e sociologica. Intanto, temi così cruciali sono oggetto di accesi dibattiti in Tv da parte di opinionisti di ogni genere, privi delle specifiche competenze che si arrogano il diritto di disputare e di giudicare su delicate questioni intime e familiari, con strategie comunicative spesso discutibili. Mancano pudore e discrezione. A tutto ciò si aggiunge il fenomeno delle news addiction che coinvolge, più di quanto si pensi, anche gli adulti. Le dipendenze da Internet e dai social media sono diffuse ad ogni età e possono tramutarsi in vere e proprie patologie.  È sufficiente guardare intorno a noi per rendersi conto che gli smartphone accompagnano gli adulti in ogni momento della giornata a discapito dell’ascolto attivo, dello sguardo empatico, del tempo dedicato, dell’attenzione all’altro. Essi sono strumenti che sopperiscono al bisogno di visibilità ma, nello stesso tempo, evidenziano forme di egocentrismo tipicamente infantile e mai superato. Sono impliciti comportamenti a rischio, tipici delle società occidentali le cui conseguenze sono molto pericolose. Non è difficile immaginare che una società infantilizzata sia attratta dal dominio autoritario, sostiene infatti il sociologo Simon Gottschalk, professore di sociologia, all’Università del Nevada, a Las Vegas.  Che cosa assorbono, silenziosamente e fino all’assuefazione, i nostri bambini e i nostri giovanissimi? Un solo messaggio: per esistere “devi avere e devi apparire”, secondo canoni imposti e il rischio di emulazione, di comportamenti disadattivi è molto forte. I nostri ragazzi e, peggio, i nostri bambini, trascorrono molto tempo da soli. Se le loro camerette erano nate per garantire il diritto alla privacy, con il tempo sono diventate luoghi nei quali isolarsi in compagnia di…amici virtuali. La solitudine è la cifra del loro presente, ma senza esserne coscienti.  L’educazione all’utilizzo dei social e delle tecnologie, fino a ieri ritenuta essenziale, è stata tralasciata per rispondere alle necessità scolastiche e lavorative indotte dalla pandemia. Ai grandi e ai piccoli è consentito ciò che prima veniva limitato e scoraggiato. È vero che i piccoli sono in grado di capire perfettamente ciò che sta accadendo, ma le condizioni d’uso delle nuove tecnologie dovrebbero essere comunque più chiare e soprattutto più sostenibili. Compito degli adulti educanti. Così capita che mentre in casa o altrove gli adulti “viaggiano” su whatsapp, o lavorano da remoto, o chattano su facebook, i bambini e i ragazzi si sentono nella legittimità di costruire una loro agorà personale. Il muretto, luogo d’incontro adolescenziale in altri tempi, persino recenti, viene sostituito dalla piazza virtuale che non consente alcuna forma di autentica discussione, di attiva conversazione, di animato confronto, di progetto di vita, di condivisione di sogni. Niente di tutto questo, ciò che conta è sommare più like possibili, ovvero una formula per esistere, per apparire, per essere apprezzati e “invidiati”. La bellezza non è più valore estetico ma semplice standard sociale che detta i criteri di perfezione. Il “diverso” nella pur eclatante società dell’integrazione e dell’inclusione non è accolto, al massimo viene tollerato. È faticoso diventare grandi di questi tempi! Forse si nasce già grandi visto che alla infantilizzazione dell’adulto fa eco l’adultizzazione del bambino. I riti di passaggio sono operazioni sociali ormai dimenticati, spesso i ruoli s’invertono drasticamente. Dove cercare appoggi, modelli, stampelle per crescere? Al gruppo dei pari, espressione del bisogno di aggregazione sociale in adolescenza, non resta che vivere attraverso i social, unico luogo dove sperimentare la trasgressione, il conflitto, la condivisione, il bisogno di autonomia, la definizione della propria identità ma, in perfetta solitudine. Chi assurge al ruolo di supervisore, di facilitatore, di mediatore? Chi indirizza e orienta? Sono nativi digitali i nostri giovani, piccoli eroi alla conquista di un mondo fittizio, che si sentono grandi senza aver affrontato una iniziazione autentica all’adultità. Inoltre, i social network rinforzano il loro potere grazie agli Influencer, volti noti al mondo del cinema o addirittura della politica, oppure giovanissime icone della musica. Nei giovani utenti nasce il forte desiderio di imitazione e ci si lascia assuefare dai messaggi persuasivi, dai colori, dalle note, da quelli che ritengono essere canoni di perfezione e di bellezza. I giovanissimi finiscono per essere facilmente influenzati in mancanza di contesti socio-familiari attenti, in un’età, l’adolescenza, in cui tutto sembra essere fuori posto, in cui prevale l’ansia per l’immagine di sé (il peso, l’altezza, i fianchi, il viso…tutto sembra essere sbagliato!). Influenza e persuasione sono strategie comunicative molto comuni e diffuse nel marketing, nel commercio, in politica. Molti lavoratori e professionisti sono tenuti a seguire corsi di formazione per apprendere specifiche tecniche di comunicazione volte alla persuasione, senza escludere le strategie di manipolazione. Niente a che vedere con l’arte della retorica, del “ben ragionare” dell’antica Grecia. La rivoluzione digitale che ha investito drasticamente ogni settore richiede sistematici interventi formativi, in modo particolare è necessario alfabetizzare le generazioni adulte e colmare il divario con i nativi digitali. Solo un apprendimento significativo da parte delle figure parentali può assicurare il controllo e la tutela dei propri figli dal pericolo di “predazione” dai social. Le famiglie vanno sostenute nel loro compito educativo e non delegate o colpevolizzate. Occorre acquisire una nuova forma mentis, che sia pedagogica e non medicalizzante, bisogna ricreare il villaggio e assumersi tutti insieme la responsabilità etica della educazione. I nostri giovanissimi stanno rispettosamente in silenzio, a volte sbagliano, ma restano in attesa che questi cosiddetti “grandi” finalmente crescano. Da loro possiamo imparare. I nostri giovanissimi non chiedono altro che di esistere, dignitosamente, occorre una Pedagogia dell’esistenza[2] che ha per oggetto di studio l’esistere del soggetto nella relazione con l’altro da me. Un processo educativo pluridimensionale, il cui fine è la realizzazione della utopia pedagogica. È possibile se si creano sinergie d’intenti e costruttive ipotesi di intervento tra scienziati, filosofi, medici, pedagogisti, nell’ottica di un’etica educativa, perché educare ci riguarda tutti ed è nell’educazione che vanno riposte le sorti del futuro. Nel 1951 Maria Montessori inviò un messaggio all’UNESCO in occasione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che porta il titolo “Il cittadino dimenticato” e nel 1952 preciserà che “Giustizia è dare ad ogni essere umano l’aiuto che può portarlo a raggiungere la sua piena statura spirituale […]”. Non dimentichiamo i nostri giovani che sono a pieno titolo cittadini di oggi, sarebbe un imperdonabile errore neppure giustificato dall’emergenza pandemica che paventa, peraltro, un’altra e nuova normalità.


[1] M. Pollo, La nostalgia dell’uroboros, Milano 2016, p. 123

[2] L. Piarulli, Tempo di educare, tempo di esistere. Verso una pedagogia dell’esistenza, Torino 2019

2 Febbraio 2021/da user-pannunzio
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