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I due magistrati palermitani, accomunati per sempre nella memoria degli italiani tra gli esempi più luminosi di una vita dedicata alla lotta alla mafia, furono testimoni con il loro sacrificio, della stagione più cupa della violenza delle cosche, quella delle stragi. Una stagione segnata da tante vittime illustri (Rocco Chinnici, Pio La Torre, Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella) e tanti altri), ma anche da grandi successi come il famoso maxi processo di Palermo e la cattura di Tommaso Buscetta, ottenuti grazie alla capacità organizzativa e agli innovativi sistemi di indagine inaugurati dai due magistrati siciliani. In particolare Falcone aveva trovato una nuova strada nelle indagini: la testimonianza e la collaborazione di un mafioso, Tommaso Buscetta, fuggito in America dopo una lunga sanguinosa lotta interna alla mafia. Erano quasi coetanei Giovanni Falcone, classe 1939, e Paolo Borsellino, classe 1940. Nati e cresciuti a Palermo, si conoscevano sin da piccoli ma si ritrovarono come colleghi magistrati in quello che fu definito un Pool Antimafia, un gruppo di poliziotti e giudici che lavoravano insieme per combattere la criminalità organizzata. I due giudici sapevano di rischiare la vita ma andavano avanti nella loro missione senza cedere alla paura. II 23 maggio 1992, un aereo decollato da Roma atterra all’aeroporto di Punta Raisi, qualche chilometro fuori da Palermo. Scendono il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Li aspettano tre auto. Una Fiat Croma marrone apre il corteo: a bordo tre agenti di polizia, Vito Schifarli, Rocco Dicilio, Antonio Montinaro. Al centro una Croma bianca, Falcone dice all’autista di passare sul sedile dietro, e si mette alla guida a fianco della moglie. Chiude il corteo una Croma azzurra con altri tre agenti della scorta. Pochi chilometri di autostrada e poi, nei pressi dell’uscita per Capaci, un uomo che poi si scoprirà essere Giovanni Brusca, detto “Scannacristiani”, oltre 150 persone uccise, aziona il timer collegato a 500 chili di tritolo posizionati sotto un canalone. Un boato spaventoso che apre una voragine sulla strada: muoiono i tre agenti sulla prima auto, il giudice e la moglie. L’Italia apprende la notizia al telegiornale della sera incredula e sgomenta. A un mese dall’attentato, in occasione di una commemorazione, Paolo Borsellino ricordò l’amico ed il collega, barbaramente ucciso, con queste stupende parole: “La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto essenzialmente dare, per lui amare Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene… Sono morti tutti per noi, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera e dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.

Ed è proprio quello che lui ha fatto, intensificando le indagini, ascoltando i pentiti, cercando di fare in fretta, consapevole di essere il prossimo bersaglio. Dopo appena 57 giorni dalla morte di Falcone, il 19 luglio 1992, in via d’Amelio, dove Paolo Borsellino si era recato a salutare l’anziana madre, una Fiat 126 imbottita di tritolo ha cancellato per sempre la gloriosa esistenza di un uomo che aveva sacrificato la propria vita, tutta vissuta al servizio dei più alti ideali di giustizia e delle istituzioni. Con lui perirono gli agenti della scorta.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano coscienti della loro condizione di “condannati a morte”. Sapevano di essere nel mirino di “cosa nostra” e sapevano che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate; ciò nonostante, anziché abbandonare la lotta scappando o chiedendo un trasferimento, hanno accettato il rischio, la condizione e le conseguenze del lavoro che facevano, andando incontro alla morte con una serenità e una lucidità incredibili. Per questo credo che i due magistrati palermitani debbano essere ammirati ed amati incondizionatamente dalle generazioni presenti e future e possano essere definiti, senza timore di cadere nell’enfasi, eroi italiani di ogni epoca.

A Palermo, in via Notarbartolo 23A, davanti a quella che fu la casa di Falcone e Francesca Morvillo, vi è un albero, un Ficus Macrophilla, che si alza per cinque piani proprio davanti al portone del palazzo: è l’albero di Falcone e della speranza; il suo tronco è coperto da migliaia di post, lettere, fotografie, pezzi di stoffa, cartoncini e disegni di bambini.

Ancora oggi, dopo tanti anni, migliaia di giovani, uomini e donne, depositano i loro pensieri e le loro riflessioni su quel tronco inossidabile, per ricordare la strage di Capaci in cui morirono anche gli agenti della polizia di Stato Antonio Montìnaro, Vito Schifarli e Rocco Dicilio. Quel tronco è una lapide perenne in continua evoluzione, dove ogni giorno vengono portati nuovi pensieri, nuove riflessioni.

Su un pezzo di carta, inchiodato su quell’albero e sbiadito dal tempo, si legge: “Nessuna parola può esprimere l’orgoglio di essere siciliani. Ti ringrazio per quello che hai fatto. Sei morto per noi. Non lo dimenticheremo. Grazie”.