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Giuseppe Montanelli, un patriota toscano, di Achille Ragazzoni

Ieri

Nella graziosa cittadina di Fucecchio, nel contado fiorentino, si può vedere, nella piazza principale, il monumento all’illustre concittadino (era nato qui il 21 gennaio 1813) Giuseppe Montanelli, scrittore e patriota. Dai cittadini viene chiamato, familiarmente, “il cacalibri”, poiché una colonna di volumi pare proprio uscirgli da sotto la palandrana…

Scomparso nel borgo natio il 17 giugno 1862, 160 anni fa, colgo l’occasione dell’anniversario “zerato” per rievocare qui il personaggio, un patriota che Giovanni Spadolini definì “un dissidente del Risorgimento”.

La Toscana granducale, la cosiddetta “Toscanina”, fu un importante vivaio di pensatori e di patrioti risorgimentali: la relativa tolleranza che vi regnava, soprattutto per quanto riguardava la pubblicistica ( molti libri di patrioti piemontesi, proibiti nei territori sabaudi, venivano stampati e diffusi nel Granducato di Toscana…), l’esistenza di prestigiose riviste culturali e di dibattito ideologico, non solo italiano ma addirittura europeo (l’ Antologia del Vieusseux, per esempio), favorivano il sorgere e lo svilupparsi di nuove idee.

Il carattere di Giuseppe Montanelli non fu certo uno dei più facili e la continua, addirittura spasmodica, ricerca di ciò che potesse essere il Vero lo spinse, di volta in volta, ad abbracciare partiti diversi, talora contrastanti con quelli precedentemente abbracciati.

Così Ferdinando Petruccelli della Gattina, nel suo I moribondi del Palazzo Carignano descrive il collega Giuseppe Montanelli, eletto nel collegio di Pontassieve: “…ha traversato tutte le evoluzioni della rivoluzione italiana…ha portato nella sua vita politica due peccati originali: era poeta e cattolico. Egli ha voluto dissimulare questi due germi di debolezza nell’armatura di acciaio di cui deve essere corazzato un uomo di Stato; ma la poesia e l’odore di sacrestia si sono in lui sempre traditi, come l’odore del muschio. Di quinci tutte le oscillazioni, le fiacchezze, i cangiamenti, i disinganni, le aspirazioni inopportune, l’inconsistenza che hanno segnato la carriera politica di lui. Montanelli è stato tutto a causa di ciò: egli ha adorato Carlo Alberto, Pio IX, Mazzini, Lamennais, Proudhon, il principe Napoleone, la repubblica, l’impero, la federazione, oggi l’unità”.

Nato da famiglia borghese piuttosto agiata, si recò a Pisa per studiare Legge presso quell’Ateneo. Pieno di fede, patriottica e religiosa ad un tempo, a ventisette anni ottenne la cattedra di diritto civile e commerciale nell’università ove si era laureato.

Uomo dalle molteplici esperienze, aderì alla mazziniana Giovine Italia, da cui presto si staccò (da allora Mazzini ed i suoi non smisero di criticarlo, sottolineandone il carattere vanesio ed incostante), per avvicinarsi ai dottrinari del protosocialismo; questo “socialismo” montanelliano non ha nulla a che vedere con quello di Marx, da cui tutto lo separava, in primisla questione del materialismo. Dobbiamo, piuttosto, riconoscervi un interesse per la questione sociale e il desiderio di riscattare dall’atavica miseria gli strati più bassi della società, uniti ad una disinteressata filantropia, che spinse lo stesso Montanelli a promuovere raccolte di denaro per soccorrere gli infelici e a sostenere il giornale L’Educatore del Popolo. Il “socialismo” di Montanelli non era altro, in fondo, com’egli stesso scrisse, “quella parola evangelica di Fratellanza ed Amore, destinata a salvare il mondo dall’anarchia delle idee, dei sentimenti, degli interessi”.

Anche il sentimento religioso fu una costante del suo pensiero. Dopo essersi avvicinato ad alcune correnti del protestantesimo, molto vivaci nella Toscana dell’epoca, la morte di un carissimo amico lo spinse in una grave crisi esistenziale, dalla quale uscì con la definitiva conversione al cattolicesimo. In una significativa lettera, precedente la conversione, aveva scritto che “Dio ti si manifesta dove meno te lo saresti aspettato di ritrovarlo. Lo cercavi in Chiesa… non c’era… Vai in un postribolo e lo incontri”. E così, anche Giuseppe trovava definitivamente Dio: “Tutte le mie idee si sono rinnovate nella professione del Cristianesimo. Ho compreso le ragioni per cui senza religione non vi può essere regola né per l’individuo né per la società”.

Fondò la società dei Fratelli Italiani, il cui programma era la rigenerazione nazionale attraverso quella individuale: prima di fare l’Italia, quindi, bisognava fare gli italiani, dichiarando guerra agli egoismi personali, municipali e provinciali.

Fu tra i promotori, tramite scritti politici clandestini, dell’agitazione patriottica in Toscana e poi, quando nel 1847 venne finalmente concessa la completa libertà di stampa, fondò a Pisa il quotidiano L’Italia, il cui motto era “Riforme e Nazionalità”. Tale giornale patriottico durò poco più di un anno perché, scoppiata la guerra contro l’Austria, i suoi redattori e lo stesso Montanelli si arruolarono nelle formazioni volontarie per raggiungere i campi di battaglia.

Ai primi di aprile del 1848 troviamo il Montanelli in missione segreta nel Tirolo italiano, come allora era chiamato il Trentino, in vista della programmata entrata in quella terra dei Corpi Franchi del generale Allemandi. A Trento venne fermato da una guardia civica e fu per correre un brutto rischio, quando tentò il tutto per tutto, rivelando chi era al poliziotto. Per sua fortuna, trovò un trentino di sentimenti italiani, che gli permise di allontanarsi pressoché indisturbato!

Il 29 maggio combatté a Curtatone, ove fu gravemente ferito. Preso prigioniero, fu trasportato ad Innsbruck, ove rimase fino ad agosto. Qui venne curato molto bene e trattato davvero umanamente, tanto che il 26 agosto 1848 il Messaggiere Tirolese di Rovereto pubblicò un suo scritto di ringraziamento alle “autorità della città d’Innsbruck per il modo davvero cortese col quale mi trattarono nei giorni della mia dimora colà, cagionata da motivi di salute”. Allora anche tra nemici era d’uso trattarsi cavallerescamente. Altri tempi, decisamente…

Nella Toscana scossa da grandi fermenti patriottici venne dapprima nominato governatore di Livorno, la città più ribelle del Granducato e poi, dal sovrano in persona, ebbe l’incarico di Primo Ministro. Egli, pur professandosi repubblicano di fronte allo stesso Granduca, accettò, con la facoltà di riservarsi una certa libertà d’azione.

Deposto Leopoldo II il 7 febbraio 1849, si formò un governo provvisorio con a capo i triumviri Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni (tutti e tre caratterini piuttosto decisi, quindi sovente in contrasto, anche aspro, tra loro…). Nelle vesti di triumviro propose di proclamare l’unione tra la Repubblica Romana e quella Toscana. Poi guidò una missione presso i governi di Parigi e Londra per ottenere aiuti in favore della Repubblica Toscana. Il crollo di questa lo trovò a Parigi, ove dovette forzatamente rimanere, anche perché condannato in contumacia alla galera.

Nella capitale francese si dedicò proficuamente all’attività intellettuale e rientrò in Italia per partecipare alla seconda guerra d’indipendenza.

Dopo il 1859, probabilmente per l’influsso di alcune correnti politiche francesi, si convertì ad un deciso federalismo, che a qualcuno parve nettamente in contrasto con il vigoroso patriottismo manifestato sino ad allora. Ci fu chi lo accusò di essere contro l’unità d’Italia, chi di lavorare alla restaurazione del Granducato e lo stesso Cavour lo definirà “un matto”.

Colpito da grave malattia, partecipò poco all’attività parlamentare e volle recarsi a morire nella natia Fucecchio, in quella Toscana, finalmente italiana, che aveva così tanto amato. Personaggio difficile e controverso, non è stato tra i personaggi risorgimentali uno dei più studiati, anche per una certa volubilità nel cambiare idea politica, tanto che è difficile trovare un filo conduttore, amore per l’Italia e cattolicesimo a parte, nella sua vita interiore.

8 Giugno 2022/da user-pannunzio
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