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Gli anni di piombo, di Salvatore Vullo

Ieri

Sono nato nel 1952 in un paese della Sicilia interna, dove sono cresciuto, e mi sono formato idealmente alla scuola del socialismo di Pietro Nenni, appreso per simbiosi ed empatia in famiglia; un mio zio, a cui ero molto legato era il leader locale del Partito Socialista Italiano e, per quasi 10 anni sindaco del paese. Poi, erano gli anni tra il 1968 e il 1971, da studente delle superiori a Caltanissetta e rappresentante della federazione giovanile socialista, partecipavo attivamente alle riunioni, scioperi e manifestazioni studentesche, politiche e sindacali. Erano gli anni in cui esplodeva la contestazione globale, all’insegna delle utopie e dei miti rivoluzionari, i cui echi, arrivavano anche in questa lontana e sperduta provincia. E c’era un fiorire di sigle e gruppuscoli politici, inneggianti o che si rifacevano al marxismo-leninismo, al maoismo, alle rivoluzioni e alle guerriglie dei paesi del terzo mondo, che costellavano e contestavano da sinistra il forte e monolitico Partito Comunista. Partito fortemente legato all’Unione Sovietica e al comunismo internazionale, le cui parole d’ordine erano: lotta di classe, abbattimento dello stato borghese, fuoruscita dal capitalismo sfruttatore, rivoluzione proletaria e altre finalità palingenetiche. E crescevano le azioni, gli scioperi, i picchetti, gli scontri con la polizia, gli scontri e pestaggi degli esponenti di destra, che erano definiti tutti fascisti; e da nemici, con disprezzo, odio, in primo luogo la DC, erano trattati i partiti centristi che governavano con la DC, e ora anche i socialisti che in quegli anni avevano avviato la svolta autonomista ed erano entrati nei governi di centrosinistra. Vivevo, dunque, in questo clima; e gran parte dei compagni di scuola, amici, persone che conoscevo e frequentavo, manifestavano e praticavano quelle idee. Io, infatti, ero quello più a destra di tutti, un po’ deriso, un po’ blandito dagli altri che mi dicevano: “no! Uno come te, con la tua intelligenza, non può stare nel partito socialista”. Insomma, i socialisti, che proprio in quel periodo, oltre che al governo con la DC, avevano fatto l’unificazione con i Socialdemocratici (il termine socialdemocratico il PCI lo usava come insulto), erano considerati come, persi, come traditori. E io ero sempre colpito da queste parole che comunque mi mettevano un po’ in crisi, provavo un certo imbarazzo, vergogna per quelle mie posizioni politiche. Comunque, anche con qualche inevitabile oscillazione, ero rimasto sostanzialmente appigliato nei valori e nei principi di libertà, di tolleranza, di rispetto; certo c’era una componente caratteriale, formativa, ma sentivo che ci potevano essere altri orizzonti culturali, altre vie, altri pensieri, al di là di quelli cupi e grevi che dilagavano; sentivo il disagio fisico e intellettuale di fronte a quei pensieri e azioni di odio, furore, e poi di sangue; perché si praticava l’abbattimento anche fisico degli avversari politici e di chiunque altro che si opponeva al pensiero unico dominante, e tutto era buono e giusto, tutto si giustificava sull’altare della rivoluzione. Poco tempo dopo, preso il diploma e fatto il servizio militare, nel 1973, mi trasferii a Torino, dove c’erano già i miei. E in questa città cominciò la mia nuova vita lavorativa: qualche anno in fabbrica da operaio, poi all’Alleanza Contadini di Torino; a seguire due anni intensissimi nella UILM come operatore sindacale della FLM Torinese; contemporaneamente ricominciai la mia militanza politica nella federazione giovanile e nel partito socialista di Torino. Inutile dire che quel clima politico prima descritto da studente a Caltanissetta, a Torino si viveva all’ennesima potenza. Non poteva essere altrimenti, in questa città simbolo della classe operaia, roccaforte del Partito Comunista, con una fortissima organizzazione sindacale, ancor più la CGIL e la mitica FLM: organismo unitario di FIOM, FIM e UILM, che nasce e cresce parallelamente allo sviluppo vertiginoso della FIAT e dell’industria automobilistica e di tutto l’indotto. Nascono e crescono nuovi stabilimenti (quello di Mirafiori arriverà ad occupare 65000 dipendenti), Torino dal 1951 al 1971 cresce di circa mezzo milioni di abitanti, raggiungendo quasi 1.200.000 abitanti (il suo massimo storico); un boom industriale che attira un’ondata migratoria, soprattutto dal sud Italia, motivo di nuovi disagi e lotte politiche e sociali. La fabbrica diventa il centro del mondo, dove si coltiva l’utopia dell’assalto al cielo, di nuove forme avanzate di democrazia, di centralità della classe operaia. Il potente Partito Comunista è sempre il dominus di tale nuovo contesto, sempre in ascesa, trionfa nelle elezioni amministrative del 1975, a Torino, con quasi il 38% dei voti, sorpassa la DC e le strappa il governo della città, così come avviene in tante altre città e Regioni d’Italia, con un boom di giunte di sinistra. Sembra essere scoccata l’ora della rivoluzione! Un quadro dove, queste nuove sorti magnifiche e progressive, sono appunto magnificate da quello che si definiva il meglio della cultura italiana: intellettuali, scrittori, giornalisti, filosofi, professori, registi. Le università, le redazioni dei giornali, quelli delle case editrici diventano potenti mezzi al servizio della rivoluzione; c’è un fiorire di libri, riviste, film, opuscoli che esaltano e inneggiano a queste nuove utopie e al loro trionfo. Cresce l’impegno politico, soprattutto tra i giovani; la politica è l’elemento che può cambiare il mondo, la politica è tutto, sovrasta e annulla anche la vita privata; e in tanti giovani la politica diventa totale e totalizzante, fino alle estreme conseguenze. E non a caso, in questo quadro, con un caotico, vertiginoso, euforico boom politico e sindacale, nascono, si moltiplicano, si scindono e si riaggregano gruppi e gruppuscoli, che vanno a formare la galassia della sinistra extra parlamentare, che si collocano a sinistra del PCI, in un continuo gioco a scavalcarsi, a definirsi, più rossi, più comunisti, più rivoluzionari. Tra le tante sigle, ricordiamo Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Marxisti Leninisti, Potere Operaio, Autonomia Operaia, gruppi vari riferiti all’anarchia, ecc. In questo brodo di coltura, attorno a questi gruppi, in una spirale sempre più perversa, macabra, pericolosa, si muovono sottotraccia, e poi nella clandestinità, gruppi e formazioni che cominciano a dare attuazione pratica alla rivoluzione, con azioni di guerriglia e lotta armata. Il gruppo più tragicamente famoso è sicuramente quello delle Brigate Rosse (BR), che idealmente si ispira al mito delle brigate comuniste della guerra partigiana, e a quella delusione storica della “Resistenza Tradita”, ovvero a quella lotta che si era fermata il 25 Aprile del 1945 e che invece doveva proseguire per prendere il potere e instaurare un regime comunista, come avvenuto in tanti paesi dell’est Europa. Oltre alle BR, tante sono le sigle che si cimentano nella lotta armata: Nuclei armati proletari, Proletari armati per il comunismo, Brigata XXVIII marzo, Prima Linea, ecc. In quegli anni c’è un dilagare di agguati, rapimenti, ferimenti (era di moda il “gambizzare”), uccisioni, vili e proditori; ne fanno le spese poliziotti, guardie carcerarie, carabinieri, magistrati, simbolo del potere repressivo; capi reparto, dirigenti d’azienda, simbolo e servi del capitalismo sfruttatore; giornalisti, al servizio del potere borghese e reazionario. Ma l’odio e la vendetta colpisce anche esponenti socialisti, che in quegli anni con Craxi, rompe la subalternità dal PCI e sviluppa l’autonomia e il riformismo: nel 1980 viene assassinato Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, e Gino Giugni, gravemente ferito nel 1983 “uno della banda Craxiana”, scrissero nella rivendicazione le BR. E con Gino Giugni, che fu anche il padre dello statuto dei lavoratori, iniziò l’attacco delle BR e altri gruppi, ai cosiddetti “giuslavoristi”, con vittime eccellenti come Ezio Tarantelli, Roberto Ruffilli, Massimo D’Antona, Marco Biagi.  E, ovviamente, uomini politici, esponenti di quei partiti simbolo per antonomasia del “potere”, che raggiungerà livelli assoluti con l’uccisione della scorta e il rapimento di Aldo Moro: evento che segnerà l’apoteosi delle BR, che nell’immaginario collettivo diventeranno quasi invincibili, e crescerà nei loro confronti atteggiamenti di simpatia, di consenso. Mentre, sul versante delle vittime, scarsa era la pietà e commiserazione nei loro confronti, anzi diffusi e più o meno espliciti i pensieri o le battute del tipo: “se lo saranno meritato”, “ben gli sta”, “erano carogne”, “servi dei padroni”, “sfruttatori”, ecc. Come dicevo, in quegli anni militavo nel PSI e mi facevo quella esperienza lavorativa nella FLM, ed era questo il clima in cui si viveva, il furore, l’odio di classe e l’odio politico, che predominava in ogni consesso politico e culturale, e che riusciva persino a contaminare, a scalfire le posizioni delle persone riluttanti, come me, contrari sul piano morale e politico a quegli estremismi politici e alla violenza fisica. Tornando all’attualità e alle polemiche intorno ai terroristi rossi latitanti, condannati ma liberi, io credo che al di là delle questioni giuridiche e giudiziarie, ci sono i conti con quella storia che bisogna ancora fare, sulle responsabilità politiche e morali, sul clima di odio e di condanna espresso dai tanti “cattivi maestri”. E a fare i conti con quella storia, lo aveva invitato a fare un grande “buon Maestro”: Leonardo Sciascia, e a lui potremmo oggi ispirarci, che già nel 1978, pochi mesi dopo l’uccisione di Aldo Moro da parte delle BR, scrive “L’affaire Moro”, il libro più importante, più sofferto, più assoluto, più emblematico che sia stato scritto sul caso Moro e sul suo contesto, il più vicino alla verità; perché appunto la letteratura è la forma più alta per arrivare alla verità (consiglio la lettura de “L’affaire Moro”, pubblicato da Sellerio nel 1983, che contiene anche la relazione di minoranza della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro scritta dal deputato Sciascia). E sempre Sciascia che, nel 1981, in un libro conversazione con Davide Lajolo, alla domanda di Lajolo sulle BR, Sciascia dice che “le BR sono i figli bastardi della nostra indignazione. E anche della nostra viltà. Siamo in obbligo di riscattarli: spendendo bene, e nel bene, gli anni che ci restano, con molta attenzione, con molto scrupolo, e anche con molta sofferenza”. E, a proposito dei “Demoni” di Dostoievski, Sciascia afferma che “…Dostoievski li odia, i terroristi. Noi, non dico io, dico proprio noi, non riusciamo ad odiarli …”   

17 Maggio 2021/da user-pannunzio
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