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Dobbiamo alla città di Genova “Il Canto degli Italiani”, conosciuto come “Inno di Mameli”. Scritto nell’autunno del 1847 dall’allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro. Il “Canto degli Italiani”, per l’immediatezza dei versi e l’impeto della melodia, fu considerato il più amato canto dell’unificazione, non solo durante la stagione risorgimentale ma anche nei decenni successivi. Non a caso Giuseppe Verdi nel suo “Inno delle Nazioni” del 1862 affidò proprio al “Canto degli Italiani” e non alla “Marcia Reale” il compito di simboleggiare la nostra Patria, ponendolo accanto a “God Save the Queen” (Inghilterra) e alla “Marsigliese” (Francia). Fu quasi naturale, dunque, che il 2 ottobre 1946 l’Inno di Mameli” divenisse l’inno nazionale della Repubblica italiana.

“Capitano di Stato Maggiore e poeta d’Italia”. Così Giosuè Carducci definiva Goffredo Mameli, martire della Repubblica romana del ’49, in un profilo pubblicato nella “Nuova Antologia” nell’agosto del 1872, all’indomani del trasferimento della salma dalla chiesetta romana delle Stimmate al Campo del Verano: tappa intermedia fino alla definitiva tumulazione (1941) sul Gianicolo, il colle maggiormente legato alla gesta garibaldine nell’estrema difesa di Roma.

Una cassa povera col coperchio a rovescio – ricorda il poeta di Giambi ed Epodi – forse per riparare dalle vendette dei vincitori il nome del giovarne poeta che aveva sacrificato la vita appena ventiduenne, nome scritto sul lato esterno; una divisa rossa gettata sul drappo nero del feretro, con appoggiate una spada e una lira, secondo il voto di Giuseppe Mazzini sintesi della vita di poeta e di combattente: “…e lira e spada staranno, giusto simbolo della sua vita, sulla pietra che un dì gli ergeremo in nome nel Camposanto dei martiri della nazione”.

Pochi compagni come Mazzini, avevano amato e penetrato l’animo del poeta cantore.

Ligure come lui, genovese come lui, così lo ricorda Giuseppe Mazzini dopo la morte: “Lo conobbi la prima volta nel 1848 in Milano, ci amammo subito. Era impossibile vederlo e non amarlo. Egli univa una dolcezza quasi fanciullesca all’energia di un leone…. Languido, delicato. Quasi femmineo ma percorso da una vibrante irrequietezza fisica, arrendevole e pronto ad abbandonarsi a coloro nei quali riponeva fiducia, ma incrollabile nella fede dei principi e delle idee, fino all’estremo sacrificio…”.

Una vita breve ma intensa la sua, troncata- come aveva detto in altra sede lo stesso Mazzini – “fra un inno e una battaglia”.

Goffredo Mameli nacque a Genova il 5 settembre 1827, da Giorgio, contrammiraglio di antica nobiltà, e da Adele Zoagli, donna di spiccata sensibilità e straordinaria energia.

Dì salute malferma fin dalla più tenera età, Goffredo era stato avviato agli studi in ritardo: solo nel 1840, a 13 anni, frequenta a Genova il primo corso di retorica, distinguendosi tra gli allievi più meritevoli. Legge tutto e di tutto (Hugo, Goethe, Giorge Sand, Lamenais, Dante, Manzoni e tanti altri). Compone in questo periodo i primi versi, l’ode dedicata a Gian Luigi Fieschi.

Concluso il biennio di Retorica, si iscrive a Filosofia, nel novembre del ’42, senza riuscire a conseguire la laurea in quanto attratto e distratto dagli avvenimenti politici e dall’amore di patria che arde nel suo petto.

Comincia in questo periodo la lotta per la libertà. Per dirla con Carducci si assiste ad una vera e propria trasformazione. “Dal ’46 in poi fu il San Giovanni della Giovane Italia”.

Dal 1847 si distingue, con Nino Bixio, in ogni manifestazione e agitazione che i patrioti inscenavano nelle vie di Genova. Le vie che avrebbero sentito, il 9 novembre, per la prima volta il  “Canto degli italiani” più noto poi con i versi iniziali “Fratelli di Italia”.

Nel marzo del 1848, il patriota caro a Mazzini, a capo di 300 volontari raggiunse Milano insorta, per poi combattere gli austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri.

Dopo l’armistizio di Salasco, tornò a Genova, collaborò con Garibaldi e in novembre raggiunse Roma, dove il 9 febbraio 1849 venne proclamata la Repubblica.

Aiutante di Garibaldi, combatte al suo fianco. Il 30 aprile – l’epica giornata degli scontri a Villa Pamphili – si batte nella zona di Porta San Pancrazio. Il 19 maggio a Palestrina e Velletri; il 3 giugno sul Gianicolo, dove viene ferito alla gamba sinistra, vicino al ginocchio.

Inizia il calvario lento e inesorabile provocato dalla cancrena che determinerà l’amputazione della gamba e la morte il 6 luglio, nonostante i disperati tentativi di Agostino Bertani, il medico e patriota che lo curò fino alla fine, descrivendone in struggenti pagine di diario le stoiche sofferenze.

Goffredo Mameli usciva dalla vita terrena per entrare nella leggenda.

Le sue spoglie riposano nel Mausoleo ossario del Gianicolo in Roma.

Dal testo dell’inno italiano traspare tutta la cultura classica di Mameli ed il richiamo alla romanità è forte. L’elmo di Scipio che cinge la testa d’Italia è di Scipione l’Africano vincitore di Zama. Mameli nella sua composizione ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. Anzitutto la Battaglia di Legnano del 1176, in cui la Lega Lombarda sconfisse Barbarossa.

Poi l’estrema difesa della Repubblica di Firenze assediata dall’esercito imperiale di Carlo V nel 1530, di cui fu simbolo il Capitano Francesco Ferrucci (Ferruccio nel testo) protagonista di un eroico episodio: il 2 agosto, 10 giorni prima della capitolazione della città, egli sconfisse le truppe nemiche a Gavinana; ferito e catturato, viene finito da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo straniero al quale rivolge le parole d’infamia divenute celebri: “Tu uccidi un uomo morto”.

La figura di Balilla rappresenta il simbolo della rivolta popolare di Genova del 1746 contro la coalizione austro-piemontese.

I Vespri Siciliani ricordano l’insurrezione del popolo di Palermo contro i francesi di Carlo D’Angiò, chiamati a raccolta “dal suon d’ogni squilla”, ossia da tutte le campane. Infine Mameli sottolinea fortemente il declino dell’Austria (“le spade vendute” sono le truppe mercenarie, deboli come giunchi) che insieme con la Russia (il cosacco), aveva smembrato la Polonia. Ma il sangue dei due popoli oppressi (Italiano e Polacco) si fa veleno che dilania il cuore dell’aquila d’Austria (gli Asburgo).

“La poesia, quantunque un pò trascurata è piena di fuoco”, scrive il 12 dicembre un corrispondente di giornale dopo averla ascoltata.

“La Marsigliese italiana”, la definirà il grande storico Jules Mchelet. “Il canto”, scrive Michelet, “che tutti gl’italiani hanno cantato in quei furiosi combattimenti che hanno stupito il mondo, è un canto di fraternità e di giovinezza, che esprime il fascino dell’amicizia e gioia di combattere insieme.

INNO DI MAMELI

Fratelli d’Italia

L’Italia s’è desta,

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa.

Dov’è la Vittoria?

Le porga la chioma.

Che schiava di Roma,

Iddio la creò.

Stringiamoci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi,

Perché non siam popolo,

Perché siam divisi,

Raccolgaci un’unica

Bandiera, una speme:

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò.

Stringiamoci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,

l’Unione, e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore;

Giuriamo far libero

II suolo natio: Uniti per Dio

Chi vincer ci può?

Stringiamoci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Ogn’uom di Ferruccio

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Ballila,

II suon d’ogni squilla

I Vespri suonò.

Stringiamoci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano

le spade vendute;

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute.

II sangue d’Italia,

II sangue Polacco,

Beve, col cosacco,

Ma il cor le bruciò.

Stringiamoci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò