Un nuovo appuntamento con “Cinema Tips” sta per iniziare, la rubrica che trovate esclusivamente su Toscana Today e Pannunzio Magazine. Questa ultima settimana di Maggio per me è sempre particolare perché è quella del mio compleanno (27 Maggio). Per questo motivo ho deciso di farmi un regalo, sperando che possa essere apprezzato anche da voi. Ho deciso di scrivere di un film con cui prima o poi avrei dovuto fare i conti, perciò quale periodo migliore per affrontare quest’avventura? Il film di cui voglio parlare oggi è “Holy Motors”.

È estremamente difficile per me poter concentrare in così poco spazio la qualità visionaria di questo lungometraggio francese del 2012 scritto e diretto da Leos Carax, con un cast principalmente composto da Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue e Michel Piccoli. È bene subito dire che non si tratta di una visione semplice su cui il pubblico può limitarsi a vederne la superficie. Già quest’ultima in questo caso non è semplice, figuriamoci, quindi, approfondire l’intero aspetto filmico di quest’opera.

La sua complessità è sita proprio nel suo desiderio di spingere la teoria cinematografica oltre i confini fin ora delineati, anche grazie alle sue innumerevoli metafore visive e tematiche di cui si articola questo lungometraggio, già a partire dalla iniziale scena della sala cinematografica: spettatori a occhi chiusi, poiché incapaci di comprendere ciò che la spazzatura massmediatica propone a loro, per cui preferiscono subirla senza attivare la loro coscienza critica, una bestia che feroce si aggira per i corridoi e la figura del regista, l’uomo che si risveglia, che nel mondo dovrebbe avere il ruolo di chi cerca di svegliare quelle coscienze intorpidite da una società che si limita a subire e mai ad agire. E poi è giusto accennare, poiché dilungarsi servirebbero fiumi di inchiostro, il ruolo del protagonista che si tramuta nel corso di un giorno in tante maschere che compongono la nostra quotidianità, ma che magari sono concentrate tutte dentro una sola persona. Una doppia metafora legata come l’emblema di una moneta che con sé ha sempre due facce in quanto fa parte della sua natura. E forse anche l’uomo è così? La limousine con cui il protagonista viaggia per le strade di Parigi presenta un’altra ipotetica profonda metafora dei nostri tempi: il desiderio di apparire, di essere esternamente luccicanti e splendenti, mentre interiormente avvolti da una cupa tristezza su cui si sguazza ma della quale la società non se ne cura minimamente.

Lo ripeto ancora una volta: trovo estremamente complesso riuscire a condensare un’opera così ricca sia sul piano dei temi che dell’aspetto visivo. Si potrebbe dire che in questo caso si sfiora un potere molto raro di questi tempi: l’essere visionario. Ciò significa che, nel caso in cui chiunque di voi voglia lanciarsi in questa avventura cinematografica, non deve limitarsi a guardare, cioè a sorvolare la superficie, ma deve necessariamente farsi trasportare dall’intellettualità e dall’emotività che questo lungometraggio riesce a mandare. Non dico che sia un’operazione semplice, anzi. Tuttavia, allo stesso tempo, non bisogna farsi spaventare, piuttosto farsi affascinare e sedurre da qualcosa di visivamente innovativo e sicuramente insolito per la routine a cui l’industria cinematografica ha teso ad abituarci.