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In questi giorni si sta celebrando il 100° della nascita di Enrico Berlinguer, storico leader e segretario del PCI; ne ha parlato in questo giornale anche il professor Quaglieni, con un bell’articolo, criticamente oggettivo, come sempre fuori dal coro conformistico e che mi ha spronato a scrivere questo mio pezzo, per aggiungere qualche valutazione più politica, specie nel rapporto a sinistra tra il PCI e il PSI e in particolare in quello tra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi. Ne scrivo anche per rilevare l’enfasi celebrativa e persino una sorta di santificazione del personaggio e la mancanza di spirito critico (o di autocritica), pensando che Berlinguer è stato, a parte Togliatti, il mitico segretario, dal 1972 al 1984 (anno  della sua morte) del più forte e potente partito comunista dell’occidente. La linea politica della segreteria Berlinguer procede sostanzialmente in continuità con quella di Palmiro Togliatti e di Luigi Longo, ovvero nel mito della rivoluzione, della lotta di classe, dell’anticapitalismo e del legame indissolubile con l’Unione Sovietica, a parte qualche distinguo e strappetto. Del resto non ci sono state reazioni adeguate neanche dopo gli errori e orrori denunciati da Chruscev dopo la morte di Stalin; non ci sono condanne o cambiamenti dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956; e lo stesso per l’invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968 e per l’intervento in Polonia nel 1980 contro Solidarnosc. Altro caso significativo lo schierarsi del PCI contro l’Italia e l’Occidente che avevano deciso la collocazione degli euromissili in risposta all’URSS che aveva già installato i missili nucleari SS20: un tema cruento che, a partire dal 1979, per diversi anni fu al centro della lotta politica. In tale contesto si inserisce, da protagonista, il PSI che, nel 1976 con la nuova segreteria di Bettino Craxi, lancia la politica dell’autonomia socialista e del riformismo, con un programma politico per deideologizzare la sinistra e stigmatizzare il suo massimalismo, e creare una sinistra moderna, laica, riformista, liberale, innovativa, con una visione moderna e dinamica di libertà civile, economica, politica. Una moderna sinistra di governo, nell’alveo del socialismo democratico occidentale, che sappia affrontare e risolvere i problemi del Paese, capace di valorizzare il merito e di dare risposte al bisogno espresso da vecchie e nuove povertà. Tutto questo, assieme alla collocazione internazionale del PSI contro i regimi illiberali e le dittature, comprese quelle Sovietiche e dei Paesi Comunisti dell’Est Europa, accentua il contrasto e le distanze tra il PCI di Berlinguer e il PSI di Craxi. Il PCI di Berlinguer, con sprezzo e dileggio, continua ad avversare la socialdemocrazia, riparandosi dietro fumose alternative: “Terze vie”, “Euro comunismo”, “Fuoruscite dal capitalismo”, ecc. Ma la cosa più grave è la chiusura e l’arroccamento del PCI solennemente annunciata da Berlinguer nella famosa lunga intervista a “la  Repubblica” del 28 luglio 1981, dal titolo “Dove va il PCI?”, in cui lancia la famosa “Questione morale” e rimarca “la diversità comunista”. Su tale questione morale e diversità comunista, come racconta Ugo Finetti nel suo libro  “Botteghe oscure- Il PCI di Berlinguer & Napolitano”, Edizioni Ares, che attinge dai verbali ufficiali dei vertici del PCI, si levarono  le critiche espresse da Giorgio Napolitano, sostenute da tanti altri autorevoli dirigenti come Nilde Jotti, Alfredo Reichlin, Alessandro Natta, Gerardo Chiaromonte, Emanuele Macaluso, Paolo Bufalini e altri, che denunciavano, citando Togliatti, “i limiti e il pericolo della questione morale e di un PCI che trascurava l’attenzione alle novità della società italiana; che difendevano i partiti di massa che sono la democrazia che si afferma … tanto è vero che quando qualcuno è sorto per maledire i partiti, egli ha finito per organizzare il partito dei senza partito” (parole di straordinaria tragica attualità); ed ancora: “ … di non chiudersi in una orgogliosa riaffermazione della nostra diversità …”  Ma nonostante l’ampiezza e l’autorevolezza di tali posizioni contro, come accadeva sempre nel PCI, lo scontro non si portò fino alle estreme conseguenze. Prevalse la linea di Berlinguer, del resto in continuità con lo spirito e le battaglie degli anni precedenti: l’austerità, la critica al consumismo, la libertà dei costumi che corrompe la società, la lotta al capitalismo (che deve crollare da un momento all’altro), le scelte nette di antagonismo politico e sindacale (vedi l’occupazione della FIAT e la Marcia dei 40.000); le storiche battaglie contro le grandi opere, contro la TV a colori e il pluralismo televisivo; insomma tutte le battaglie catastrofiste, pauperiste e contro la modernità; tutte le forti ostilità moralistiche e ideologiche, tutte le tossine moralistiche e giustizialiste che porteranno, come abbiamo visto, alla fine della prima repubblica e che continueranno nella loro opera nefasta fino ai nostri giorni. Sono argomenti, questi, per chi li volesse approfondire, trattati nel suddetto libro di Finetti e nel libro “I socialisti e l’Italia – Una grande storia- Conversazione con Giuseppe La Ganga- A cura di Salvatore Vullo”, Rubbettino Editore. Tra l’altro, La Ganga racconta che nel 1983, quando si formò il Governo Craxi, il primo governo a guida socialista, ci si aspettava da parte del PCI, se non benevolenza, almeno qualche apertura, una sospensione del giudizio; purtroppo il PCI di Berlinguer adottò una opposizione pregiudizialmente ostile, quasi totalizzante, in parlamento come nelle piazze, fino al referendum contro l’accordo sul “Patto contro l’inflazione”, che  era stato sottoscritto da tutti i sindacati (compresa la CGIL di Luciano Lama, poi costretto dal PCI a ritirare la firma, e comunque firmato dalla componente socialista della CGIL). Referendum che nel 1985, con il 54,3% dei votanti, con il loro no,  gli italiani bocciarono. Tutto questo per dire, ritornando alle parole iniziali, che di tanti importanti fatti storici abbiamo vaghi ricordi e non memoria. La memoria è la capacità di dare un posto al ricordo e farlo diventare parte della nostra storia e identità. Ma questo spesso non accade perché incombono reticenze, imbarazzi, colpe taciute o nascoste. Cose che impediscono l’elaborazione di una storia comune e condivisa. Ma i conti con quelle storie bisogna farle, altrimenti oltre all’ambiguità, si resta condannati a ripeterne gli errori. E, dunque, auspichiamo un maggiore coraggio da parte di quella classe politica  che è l’erede di quella storia, e soprattutto dagli intellettuali, dagli storici e in generale dal mondo dell’informazione, spesso faziosa e conformista.