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Dopo Giulio Giorello e Luciano Pellicani, Andrea Battistini e Sergio Moravia, viene a mancare il pensatore cattolico liberale Vittorio Mathieu, già allievo di Augusto Guzzo e interprete dei vasti domini del filosofare, di una generazione a cui pare non dedicarsi più alcuno tra gli odierni “Don Ferrante della sociologia” e imbonitori televisivi da quattro soldi. Appartenevano, e ancora pertengono, a codesta generazione ( nel consenso o nel dissenso ), Michele Federico Sciacca con la direzione di “Filosofia Oggi” e della “Rosminiana” ( ereditata da Pier Paolo Ottonello ), il torinese maestro dell’ermeneutica Luigi Pareyson, l’urbinate don Italo Mancini per la “Filosofia della prassi”, il siciliano Rosario Assunto con la metafisica del Tempo e la filosofia del paesaggio, il triestino e filosofo dello storicismo europeo nonché assiduo collaboratore del “Mondo” Carlo Antoni, il teoreta napoletano Raffaello Franchini e il filosofo della politica restauratore della “grammatica delle idee” Nicola Matteucci, per tacer d’altri. Mathieu è stato ordinario di Filosofia morale a Torino, ma anche storico della filosofia, docente di Filosofia teoretica e Filosofia della scienza, Diritto penale ed Economia, Filosofia della musica e Filosofia del diritto. Ispirato a Vico e Kant, di cui ha curato testi fondamentali e per cui ha animato il Convegno per il bicentenario della Critica della ragion pura ( 1781-1981 ) a Saint-Vincent, pubblicò tra l’altro La speranza della rivoluzione ( Milano 1971 ), Perché punire ? ( Milano 1978 ) sul collasso della giustizia penale e il volume Cancro in Occidente. Le rovine del giacobinismo ( Editoriale Nuova, Milano 1980 ), nella collana voluta da Indro Montanelli ( in cui apparvero anche il classico di Raymond Aron, L’oppio degli intellettuali, e il saggio di Elisabeth Antebi, I fabbricanti di pazzia ). Si impegnò in senso militante per “Il Giornale” e a favore di “Forza Italia”, collaborando a “Ideazione” e non facendo mancare il proprio contributo alle Giornate stresiane dedicate sul declinare di ogni estate al pensiero del roveretano Antonio Rosmini, amico di Alessandro Manzoni e critico del “perfettismo”. Siano consentiti brevi cenni autobiografici. Ricordo una sua direzione di una sessione di lavori, in cui esordiva con citazione classica dalla satira oraziana I, 9 del “seccatore”: “Siamo dotti” ( “Docti sumus” ), con chiara autoironia, che non saprei dire da quanti effettivamente colta e apprezzata; e il fascicolo del 1989 della rivista “Filosofia” ( fondata da Augusto Guzzo ), nella quale accolse, per le cure editoriali di Marzio Pinottini, il saggio di Pietro Addante dedicato al mio pensiero, La “fucina del mondo” ( poi destinato a diventare il volume edito da Nunzio Schena in Fasano nel 1994 ). Mathieu ha contestato radicalmente ogni tentativo di affermazione della “volontà generale” roussoviana o dell’ “universale” giacobino, esercitati contro il valore e i diritti dell’individuo, in siffatta polemica accomunando concetti assimilabili, anche se distinti, quali “socialità”, “salvezza pubblica”, “bene comune”, “avvenire” e “piani della storia”. Vicino a Croce e assai distante da Giovanni Gentile, il cui “idealismo senza idee” era da lui isolato criticamente, era stato attento studioso di Leibniz e del Bergson, Il profondo e la sua espressione ( edito da Guida, Napoli 1971 ), sulla linea che portava alla filosofia del tempo e dell’inconscio. La profondità e acutezza di sguardo portava il Mathieu ad antivedere fenomeni e caratteri della civiltà contemporanea. Se il “prevedere è un ben vedere il presente” ( come Croce ha insegnato tra l’altro nella Filosofia della pratica del 1909 ), Mathieu ha còlto ante litteram aspetti degenerativi della demagogia e della massificazione moderna e contemporanea, fino alle lucide pagine dedicate all’ “Assalto alla diligenza” in  Cancro in Occidente ( cit. pp. 175-195 ), assalto effettuato dai novelli interpreti e attuatori dell’ “assoluto” ( partiti, sindacati, commissioni e commissioni di commissioni, rappresentanze, consociazioni, lobbies, comitati di esperti e falsi competenti, nuovi ‘stati generali’ ), densa fenomenologia dell’errore con l’esito di un “Nuovo feudalesimo”. “Non bisogna credere, infatti, che l’aver falsato i rapporti tra il pubblico e il privato abbia avuto soltanto per effetto di fare del privato la vittima, e dello Stato l’aguzzino: ha reso non meno  lo Stato vittima del sopruso privato, e strumento nelle mani di quei privati che esso autorizza  ad agire come organi dell’universale. Il singolo si vendica in modo infelice. Il profitto momentaneo che trae ( e solo per alcuni è un profitto grande ) è pagato a caro prezzo, con la rovina di quello Stato che si atteggia a Moloch, quindi, anche con la rovina del privato, perché il Moloch, cadendo, trascina anche lui. La guerra del Tutto contro tutti, che è il concetto giacobino della società è, ancor prima, guerra del Tutto contro se stesso attraverso tutti: poiché lo Stato giacobino è per essenza nemico della propria esistenza , e solo per accidente di quella dei suoi cittadini. Questa inimicizia contro sé lo Stato la sviluppa principalmente attraverso i cittadini, ai quali soltanto per buona aggiunta vengono a dare una mano i nemici esterni. Come il singolo ha molto di più da temere dallo Stato di cui è cittadino ( soprattutto se vi risiede ) che dagli altri, così, inversamente, lo Stato ha meno da temere dagli altri Stati  e dai cittadini stranieri che dai propri. Gli altri Stati lo invadono , di quando in quando: ma, se sono Stati occidentali,  per lo più si ritirano. Anche le attività spionistiche e delinquenziali esercitate da stranieri, se non fossero incoraggiate dallo Stato medesimo, si controllerebbero abbastanza facilmente. Ma dall’attività dei propri cittadini lo Stato è fatto a pezzi, sfruttato, messo in vendita, vituperato. Quell’universale che vorrebbe sostituirsi interamente ai singoli scompare, nella sua veste di universale, e rimane solo in veste di paravento retorico: ‘bene comune’, ‘solidarietà’,ecc”( p. 177 ).   Si potrebbe dir meglio oggi, in una fase in cui la piattaforma e l’ideologia Rousseau è addirittura esaltata ( salvo delegarne la rappresentanza a una ristretta oligarchia tecnologica ), e la mole degli sprechi e attribuzioni di poteri regionali e locali ( dagli emolumenti all’apertura di sedi regionali all’estero, dal clientelismo alla formazione di partiti personali ) va a discapito della legittima rappresentanza parlamentare ? O tenendo presenti gli sviluppi dei casi Autostrade, Alitalia, Ex Ilva di Taranto, e via ? Insomma, il “nuovo feudalesimo”, di cui parlo a commento de La Religione della libertà di fronte alle “vie” del petrolio e della seta, ci appare ben descritto anche nel volume Filosofia del denaro del 1985, serrata critica del sistema di intervento statale nell’economia dettato dal Keynes. In chiave di ermeneutica filosofica, si traduce come assioma di due e più opposti errori, che finiscono per convergere e sommarsi pericolosamente ( “deregulation” totale per il liberismo; “liceity of debt”, liceità di indebitamento, per il Welfare State ): il che spiega la crescita infinita del debito pubblico italiano, crescita che l’Istituto Bruno Leoni ha il merito di render visibile giorno per giorno, ora per ora e minuto per minuto, con buona pace degli sbandieratori della riduzione del numero dei parlamentari, senza la riduzione dei centri di spesa. Nella Conclusione della Scienza Nuova seconda, Vico parla notabilmente di “barbarie ricorsa”, frutto di “menti arrugnite” e “malnati intelletti”, barbarie “voluta” e non preterintenzionale, qual’ è quella dell’età cartesiana e conseguente pedagogia, confutata nelle Orazioni inaugurali dal filosofo napoletano. In questa “barbarie ricorsa” rientra in pieno la nuova “età feudale” che ci tocca attraversare, tale da indebolire il centro e il cuore della Repubblica, e afforzare le baronie locali, i personalismi e qualunquismi, i “governatorati” sofistici e debordanti. Pure, il cattolicesimo ‘ideale’ del Mathieu consiste, e si rivela, nel fatto che anche il concetto universalistico di “bene comune”, peculiare della dottrina sociale della Chiesa, è implacabilmente colpito dalla sua analisi: a spese del preteso ‘dialogo’, in via d’esempio, tra Papa Giovanni e Kruscev, Servizi segreti russi e Segreteria di Stato, Repubblica conciliare e compromesso storico, esaltazione di Giorgio La Pira e rimozione di don Lugi Sturzo, ricerca dei Concordati e loro fattispecie tra KGB e Chiesa Ortodossa, Cattolici d’estremo Oriente e controlli di Stato cinesi, pretese di unificazione tra Corea del Nord e Corea del Sud predicata ripetutamente da Papa Bergoglio; insomma dell’evidente programma di integrazione di più “integralismi” o “universalismi”, quanto mai esiziale per le sorti della libertà, sotto specie della ricerca del “bene comune”.

 A interpretare e correggere le nuove forme e patologie del “Cancro in Occidente” ha teso il pensiero e l’opera di Vittorio Mathieu, di cui ho delineato brevemente le linee essenziali ( con Carlo Lottieri, L’intellettuale rinascimentale alla scoperta della modernità, “Il Giornale”, 1° ottobre 2020 ).