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Il coraggio di riprendere a pensare la «scuola». Tra innovazione e tradizione, di Luisa Piarulli

Domani

Non si fa che parlar di scuola: aprire o non aprire a settembre? DaD (didattica a distanza) o DDI (didattica digitale integrata) o DIP (didattica in presenza)? Devo confessare che l’utilizzo della moltitudine di sigle, quando si parla di scuola, mi irrita non poco. La scuola degli acronomi, come l’ho definita in qualche articolo, è in forte contraddizione con uno dei principi fondamentali della scuola, ovvero quel luogo educativo e formativo dove si deve imparare a parlare bene, a usare un lessico forbito, a maneggiare il dizionario per ampliare il proprio vocabolario. Le sigle impoveriscono l’espressione e dunque la comunicazione, e rappresentano l’inesorabile avvio verso una preoccupante povertà culturale che ben risponde al generale fenomeno che definisco di “aziendalizzazione sociale”. A parte ciò, suscita una notevole preoccupazione sentir parlare di scuola in termini quasi esclusivamente tecnico-burocratici, o evidenziando le carenze formative ora dei docenti, ora dei dirigenti scolastici, attraverso un fare supponente e demolente, trascurando la moltitudine degli operatori della scuola che lavora bene e con passione. Si evidenzia, sempre più marcatamente, un generale atteggiamento di delega educativa come se, dell’educazione, dell’istruzione e della formazione delle giovani generazioni la scuola fosse l’unica e sola responsabile. Sappiamo bene che non è così!

Un noto proverbio africano recita: “«Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio». Oggi, il villaggio dov’è? Dov’è la comunità educante in grado di riconoscere la potenza di un atto creativo, il valore del bambino, “padre dell’uomo” e dei “neo-nati sociali” (Montessori)?

Insomma, sento un impellente bisogno di sentire parlare di scuola con toni di corale propositività, sospendendo il giudizio e l’arida critica. Occorrono pensiero riflessivo, ragionamento costruttivo, desiderio di donare ai nostri giovani un mondo migliore, senza retorica e tanta, tanta passione educativa. Semplicemente. L’innovazione autentica non consiste nell’applicazione e nell’utilizzo di sofisticate tecnologie, e neppure “cestinando” metodi, didattiche che hanno una loro storia e una ragion d’essere. L’evoluzione dell’umanità ci insegna che il successo delle società nasce dall’aver saputo coniugare con intelligenza il vecchio e il nuovo, l’innovazione e la tradizione, dall’aver introdotto nuovi strumenti (artefatti) per creare migliori condizioni di vita e di lavoro. La vera sfida del rinnovamento non è mai scevra dalla sensibilità per lo spirito del passato. Perché ciò possa finalmente accadere, occorrono tenacia, competenze scientifiche e umanistiche. Diversamente si rischiano la deresponsabilizzazione e la graduale demotivazione a danno di tutta la società. Vogliamo una scuola moderna? Cominciamo con il chiederci che cosa sia e che cosa intendiamo per modernità, un concetto piuttosto vago, polisemico e indeterminato, un concetto che si presterebbe molto bene alla riflessione, attraverso un laboratorio di epistemologia riflessiva. Ma, la velocità che s’interseca con la modernità, sembra non concedere spazi.

Per esempio, nelle ultime settimane, nel mirino della critica al sistema scolastico, c’è la “lezione frontale”, tacciata di essere una pratica inadeguata e obsoleta. Vorrei, al contrario, sostenere che c’è modo e modo di fare, di essere, di creare lezione, che essa è un tempo restituito alla bellezza della parola e dell’ascolto reciproco.

Chissà quante volte ci sarà capitato di ascoltare lezioni che mai avremmo voluto perderci, una lectio magistralis ad opera di intellettuali o esperti verso i quali nutriamo grande considerazione e rispetto, che ci hanno appassionato, che ci hanno coinvolto al punto da lasciarci con il fiato sospeso. Prendiamo appunti e tesaurizziamo stimoli e riflessioni per il nostro agire professionale, o per la nostra vita quotidiana e cogliamo tutta la passione riposta nella gioia di un incontro e in ogni parola pronunciata. Ne usciamo arricchiti, incuriositi, stimolati. Ecco: la lezione in classe può sortire gli stessi effetti sugli alunni quando “ben tenuta”, quando è vissuta come un rinnovato incontro che, nella reciprocità, ci fa dono di cose nuove e belle.

Ho sempre sostenuto la necessità e la preziosità di una didattica laboratoriale, la proficuità del cooperative learning, la ricchezza formativa della peer education, l’essenzialità di stabilire reti con il territorio, per citare solo alcune metodologie didattiche, ma considero altrettanto utile e fruttuosa la lezione, anche quella definita comunemente ˈfrontaleˈ. Piuttosto, ritengo necessario saper conciliare ora l’una ora l’altra modalità, alternativamente, in un crescendo di equilibrio e di armonia.

L’etimologia della parola “lezione”, che rimanda al latino legěre, leggere e al greco légō, raccogliere, mettere insieme, offre l’immagine della lezione come un tempo dinamico e di fermento cognitivo caratterizzato da un intramarsi disciplinare, o trasversalità, dal racconto, dalle domande, dalle ipotesi, dalle immagini. Tutt’altro che la staticità. Una lezione implica fare, provare e sperimentare, richiede naturali e spontanee interferenze che creano motivazione, stupore, curiosità, stimolo verso la ricerca, inter-esse ovvero quel prezioso legame che esiste tra me e il mondo, desiderio di saperne di più.

Preparare con cura una lezione è tanto doveroso, quanto appassionante. Si traccia una linea di lavoro, si raccolgono materiali, spunti per il dibattito e lo stesso argomento può essere oggetto di una lezione sempre diversa perché si creano movimento, motus e dinamicità del fare e pensare. In aula, può capitare che essa prenda tutta un’altra piega grazie alla circolarità del pensiero, alle inferenze, al dibattito, alla conversazione, al confronto, grazie soprattutto alla valorizzazione di ogni contributo. Una lezione siffatta spalanca le porte alla curiosità, all’autonomia della ricerca e arricchisce noi stessi. Resta intatto il canovaccio originario della lezione ma, alla fine, abbiamo realizzato le condizioni per una creazione nuova e originale. Questa è “una bella lezione”. Ne ricaviamo soddisfazione e gratificazione, abbiamo incentivato nei nostri alunni, e in noi stessi, il desiderio di comprendere ancora oltre, di andare alla scoperta dei saperi.  Così, la lezione è un tempo «fermentativo» (Florenskij).

L’ambiguità, circa il suo valore didattico, nasce presumibilmente dall’accompagnare la “lezione” alle parole “frontale” o “cattedratica”, parole che possono creare fraintendimento e rimandare all’immagine di una staticità monologante. La cattedra è un’effettiva barriera comunicativa tra me e l’altro, così come un docente seduttivo-narcisista, magari inconsapevole, per il quale la lezione è una sorta di esaltazione egotica del proprio sapere e della percezione di sé. In entrambi i casi l’alunno ricopre il ruolo di spettatore passivo e subentrano la noia, la distrazione e il disinteresse. Tuttavia, non è la regola.

Una buona lezione non è mai statica quando lo spazio fisico diventa laboratorio, quando lascia spazio al pensiero e alle domande legittime, quelle alle quali non c’è una risposta pre-definita, quando si prova interesse a guardare e a cogliere gli sguardi e le posture degli alunni, quando s’interpretano messaggi e feedback, quando si è capaci di ascoltare anche il silenzio “che fa rumore” (Lévinas).

Quando “faccio lezione” provo una gioia infinita, perché è un tempo di proficua circolarità, mi siedo in mezzo a loro, ai miei studenti e la cattedra è la base d’appoggio di libri, quaderni, materiali che ho raccolto per loro. Così tento di dar vita a una creazione sempre nuova e stimolante, ma soprattutto partecipata. Quando termina il tempo della lezione, qualcuno mi sente sbuffare “è già finita l’ora!”. Esco dall’aula e ascolto il brusio di un dibattito che continua, altre volte capita che qualcuno mi segua in corridoio per parlarne ancora. Siamo in tanti a provare la gioia di fare lezione, a considerare gli studenti come linfa vitale, protagonisti impazienti di sapere di più e di fare esperienza.

La crisi che attraversa il nostro millennio richiede un impegno epocale da parte di una società adulta e matura, all’insegna della corresponsabilità, della co-progettazione, della condivisione delle finalità. “Occorre un rinnovato assetto che possa restituire alla scuola dignità istituzionale e forte valenza pedagogica, dove docenti, alunni, operatori, dirigenti scolastici, siano posti nelle condizioni di cooperare, progettare, ideare, liberandosi da condizionamenti, pregiudizi e preconoscenze e dalla medicalizzazione, co-artefici di un cammino di scoperta”.[1] C’è molto lavoro da fare, le nostre energie non vanno disperse. Le critiche devono essere costruttive, il dialogo proattivo e sinergico. Infine, poniamoci domande, cerchiamo insieme le possibili risposte e proviamo a superare le sterili forme di individualismo. Non è più tempo di rigidi schieramenti che frammentano oltremodo un dibattito che, al contrario, richiede serietà, etica professionale, pensiero e volontà di costruire. A volte si deve demolire in toto, altre volte è necessario recuperare e conservare elementi preziosi di una storia.

Insieme dobbiamo capire come mai crescono le home schooling? perché le prove Invalsi hanno creato tanta conflittualità nella politica scolastica? perché nasce il bisogno di sperimentare e di affermare la scuola delle competenze, della cittadinanza, all’aperto, diffusa e via dicendo? la scuola non è semplicemente “scuola” che tutto contiene in quanto opportunità di esperienza, luogo di vita, di crescita, di occasioni, di incontri, di cultura?

Se difendiamo il pensiero plurale, in contrapposizione con il pensiero unico, perché non ascoltarsi per comprendere, accogliere, condividere, mediare, conciliare la molteplicità e la bellezza delle idee che caratterizzano l’essere umano? L’educazione è una cosa seria, la scuola è un impegno civile, le nuove generazioni attendono la maturazione di un mondo adulto che, purtroppo, ha ancora e sempre bisogno di urlare per affermare un pensiero. Reciprocità e solidarietà, corresponsabilità e coprogettazione, consapevolezza e responsabilità, appaiono ovvi principi per un’efficace azione didattico-educativa, eppure si ha come la sensazione di usare e di ascoltare parole vuote di significato.

Ciò detto, credo sia utile chiarirsi sull’uso che facciamo delle parole. Se in nome dell’innovazione si rifiuta la lezione ritenuta ormai obsoleta da molti, chiediamoci: che cos’è l’innovazione? Che cosa s’intende per modernizzazione della scuola? Sarebbe un tema interessante sul quale confrontarsi che rimando a un prossimo articolo. Per ora lascio spazio alle domande, quelle legittime che non hanno risposte scontate, quelle che richiedono il coraggio di riprendere a pensare, circolarmente, nel rispetto della dignità e delle idee di ciascuno, dal più piccolo al più grande.


[1] L’auspicio del cambiamento indispensabile viene affrontato, come ampia proposta formativa, nel saggio disponibile da settembre prossimo, dal titolo: “Prof, quanto mi ha dato? Etica e pedagogia della valutazione scolastica”, Golem, Torino 2021 di G. Landini Saba, L. Piarulli, I. Spano.

27 Luglio 2021/da user-pannunzio
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