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Eccoci nuovamente a un altro appuntamento con “Cinema Tips”, la rubrica che potete leggere su Toscana Today e Pannunzio Magazine. Questa settimana è il momento di dare spazio a un film molto conosciuto e che ha avuto molto successo di pubblico. Il titolo del lungometraggio è “Il diavolo veste Prada”.

Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice Lauren Weisberger e sceneggiato dalla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, la regia è a cura di David Frankel. Su questo film, nell’immaginario collettivo, c’è la coppia di attrici Meryl Streep e Anne Hathaway, ma nel cast ci sono anche attori e attrici di alto calibro come Emily Blunt, Stanley Tucci e Simon Baker, per non parlare dei numerosi camei di varie modelle e dello stilista Valentino.

Dai nomi avrete sicuramente intuito che il film è ambientato nella moda, un mondo che a livello professionale risulta sin da subito spietato, impegnativo e stressante, specie per una neolaureata che arriva in una megalopoli come New York e si ritrova piombata in una redazione che punta sempre al massimo della qualità. Ci sono, tuttavia, molti aspetti di cui è bene parlare, per non far passare questo film come un semplice lavoro di intrattenimento da mandare in onda in tv in prima serata.

Innanzitutto si comprende, mentre la trama si sviluppa e le situazioni dei vari personaggi si intrecciano, che c’è un aspetto che a questi livelli il mondo della moda, così come credo quello del cinema o di qualsiasi altro settore in cui ci sono di mezzo tanta fama e molto denaro, viene a galla: la difficoltà di poter conciliare in maniera equilibrata la sfera professionale con quella personale e affettiva. Entrambe le protagoniste, infatti, soffrono molto nell’ambito affettivo, con problemi familiari e di coppia molto importanti. Non è una situazione nuova, ma già raccontata anche in altri film che trattano tematiche totalmente differenti: questo significa che forse è effettivamente reale la difficoltà di riuscire a conciliare famiglia e lavoro, perché da qualche parte bisogna sacrificare, indipendentemente dall’andamento che poi alla fine ha questo film analizzato oggi.

La gavetta e le difficoltà professionali che sopraggiugono nelle nostre vite quando iniziamo a lavorare in un ambiente molto prestante, dove sono richieste capacità pratiche che difficilmente nelle Università capita di affrontare è indubbiamente un altro tema qui presente, così come i possibili sorprusi che un datore di lavoro rivolge nei confronti di uno stagista o di un assistente appena arrivato. E su quest’aspetto mi rivolgo a tutti coloro che, anche dopo questa crisi economica del coronavirus stanno avendo le forze per mantenere i posti di lavoro: essere al comando non significa sottomettere, ma valorizzare chi lavora per voi. Rendete i vostri dipendenti orgogliosi e felici di lavorare per la vostra attività e sono sicuro che saranno in grado di dare il massimo anche in una situazione come questa, dove tutti quanti abbiamo meno soldi. Serve qualche sacrificio, ma bisogna cercare di recuperare i sorrisi e la gentilezza. Essere capi non significa comandare, ma guidare la vostra equipe verso il successo aziendale. E il personaggio interpretato da Meryl Streep deve proprio farci capire questo: lei è venerata in questo film, il suo giudizio è insindacabile ed è spietata. Ma davvero voi datori di lavoro volete essere così temuti? Forse è per questo che io non sarò mai un capo forse, ma voi che lo siete ricordatevi di sostenere i vostri dipendenti e venite incontro alle loro esigenze. In questo modo lavoreranno più sereni e sicuramente sapranno dare il massimo e la vostra azienda ne beneficierà.