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Gli 80 anni dalla morte del Duca Amedeo d’Aosta in prigionia  cadono in un momento particolare ,quello in cui sta divampando una guerra che potrebbe degenerare in una terza guerra mondiale. Lo storico, scrivendo di un personaggio vissuto nella prima metà del secolo scorso dovrebbe freddamente prescindere dal momento in cui vive. Ma, come sosteneva Croce, la storia è sempre contemporanea, un’affermazione che ha  costantemente suscitato in me, crociano di ferro, qualche perplessità perché ritengo che lo storico non debba lasciarsi condizionare dal presente che sta vivendo, ma debba cercare di capire il passato ancor prima di giudicarlo come diceva Bloch. Ma oggi sto vivendo per la prima volta nella mia vita, dopo due anni di pandemia, il pericolo reale di una possibile guerra nucleare che ci travolgerebbe tutti e non sarebbe neppure confrontabile con le prime due guerre mondiali che provocarono milioni di morti . E allora ,se penso al Duca d’Aosta che poco più che quindicenne chiese di partecipare come volontario alla Grande Guerra , non posso non vedere la distanza dal nostro modo di pensare, a meno di accomunarlo ai giovani ucraini partiti dall’ Italia per arruolarsi in difesa della loro Patria, un esempio anni luce distante dal comune sentire dei giovani d’oggi. Il Duca d’Aosta ha dedicato tutta la sua vita alla Patria, servendola in armi con una dignità e un rigore che fanno pensare ai cavalieri antichi. Carlo Delcroix, che lo conobbe di persona, mi raccontò di questo principe sabaudo coraggioso che amava sfidare il pericolo anche come intrepido aviatore e che sull’Amba Alagi resistette al nemico inglese con sovrumano eroismo ed ebbe l’onore delle armi quando rimasto senza munizioni, fu costretto alla resa. Morì a Nairobi il 3 marzo 1942 in prigionia insieme ai suoi soldati, devastato dalla malaria. Era figlio del comandante della III Armata nella prima guerra mondiale, quell’Emanuele Filiberto che venne considerato il Duca invitto. Mentre scrivo questi ricordi, penso all’accusa che potrebbe essermi rivolta di voler rievocare  fatti bellici che dovrebbero suscitare  solo orrore e non consentirci di definirli eroici. Ma se penso al Duca d’Aosta che aveva studiato non solo sui libri  i problemi africani (si laureò alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in diritto coloniale) e diede un volto umano al colonialismo italiano in Africa Orientale, non posso considerare la sua vita come una manifestazione di angusto nazionalismo, ma di autentico e sincero amor di Patria. La pace è il valore supremo a cui ispirarci, ma a volte guerra e pace non sono così distanti, a prescindere dal libro di Tolstoj, perché la storia dei popoli sono un misto di contrasti inestricabili e la guerra resta a volte l’ultima ratio quando  le diplomazie sono fallite. La vita del Duca d’Aosta fu esemplare perché ispirata a valori e doveri che sentì connaturati al suo essere principe senza privilegi. Da giovane si fece assumere per un anno come manovale sotto falso nome nel Congo Belga, per conoscere da vicino come sarebbe potuta essere la sua vita se non fosse stato un Savoia. Un esempio su cui occorre riflettere se vogliamo cercare di comprendere un personaggio che merita il rispetto e la gratitudine di tutti gli Italiani. Il poeta Nino Costa, all’annuncio della sua morte, scrisse una poesia che è degna di essere letta. Costa, che  era un uomo che sentiva profondamente il valore della pace e della fratellanza umana e cristiana, si sentì toccato profondamente dalla morte ad appena 44 anni di questo principe che visse il dovere di servire l’Italia con una passione civile e patriottica che è solo dei grandi spiriti. Se e quando i suoi resti mortali rientreranno in Italia,  essi non dovranno essere tumulati a Superga ma nel tempio di Santa Croce a Firenze a fianco dei grandi italiani perché le “sue ossa fremono amor di Patria”, come scrisse Foscolo di Vittorio Alfieri nei “Sepolcri“ .