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Sin dalla nascita o quasi l’uomo ha il problema della molteplicità: vede qualche cosa di diverso da lui e quindi categorizza il mondo secondo una coppia di binari. Io/Tu, Bene/Male, Vero/Falso, Spirito/Corpo, Intelletto/Istinto, Piacere/Dolore, e così via. Questo problema, detto della tragicità, viene risolto riconoscendo una unità che possa conciliare le diverse ambiguità della vita. La sintesi tra gli opposti viene operata da un principio trascendente che per molti è costituito dall’idea della divinità suprema. Per la nostra mente cosa è Dio se non quel grande essere che sta sopra il Bene e il Male e quindi dà a tutto un senso? La mente umana diviene matura nella misura in cui sa dare un senso alle ambiguità della vita in maniera autonoma. Il bambino si affida alla visione del genitore meglio funzionante, invece l’adulto concilia gli opposti mediante il bagaglio di esperienze e di senso che ha accumulato nella storia personale e unica che gli è concessa La mente umana sa quindi trarre la sintesi, ovvero un qualche cosa di positivo, anche da ciò che è in ultima istanza caotico, negativo, grezzo. Una pietra diviene squadrata solo dopo che ha passato lo stato in cui era grezza. I colpi di martello che squadrano una pietra sono quella sintesi che le persone devono operare conciliando gli opposti. La negatività dell’esistenza umana è il caos in cui tutto è indistinto. La mente umana, iniziata ai veri valori della vita, trae il senso dal magma dell’indistinto operando una sintesi di alto valore.  In ultima istanza è nella mente umana che poggia la dignità dell’uomo. La mente umana trascende la materia e il caos e opera una sintesi spirituale di ampio respiro dando valore e significato alla vita.

         Nella epistemologia contemporanea e quindi nella filosofia metafisica che ne scaturisce, esiste una differenza fondamentale tra Complicato e Complesso. Una cosa complicata si riferisce a un insieme i cui elementi si tengono in sé in maniera autoreferenziale. Una cosa complessa si determina quando il sistema di cui è costituita crea una “emergenza”, cioè diviene altro dalla semplice somma degli elementi di cui è costituita.

             Il corpo animale e umano, come tutti gli oggetti, è un insieme di elementi complicati, cioè il corpo si tiene in sé solo in base a quegli stessi elementi, i quali si giustificano da soli. È insomma la visione del corpo che aveva Cartesio. Cartesio paragonava il corpo umano a una macchina, cioè nello specifico a un orologio, il quale ha la virtù di muoversi da sé. Il corpo è costituito da un certo numero di membra, come l’orologio è costituito dai vari meccanismi: l’insieme delle membra, come dei meccanismi, forma il corpo, così come forma un orologio. Il corpo non va al di là delle membra di cui è composto, analogamente a una macchina che segna il passare del tempo.

          Il corpo, secondo la visione cartesiana, è determinabile dai suoi elementi costituenti secondo linee e cifre. Il corpo è costituito di piani matematici rispondenti a linee decifrabili secondo criteri numerici. Questa visione matematica del corpo umano, animale e poi dell’intero universo creato viene mutuata da Cartesio dalla teoria rinascimentale della prospettiva architettonica, che trae origine a sua volta da Platone e da Plotino.

          Ora, la persona umana non si identifica completamente con il corpo. Un essere umano non è solamente un corpo in quanto ha anche una mente. La mente umana non si ferma alla materia ma sa astrarsi da essa in quanto opera una sintesi a partire dagli elementi della materia per ottenere un risultato finale “emergente”. La visione soggettiva dell’adulto è un passo avanti rispetto alla natura materiale da cui nasce. L’adulto si stacca dai determinismi della natura e opera un passaggio trascendente nella costruzione di un senso ulteriore. Il bambino si ferma ai genitori, che sono la sua natura materiale, invece l’adulto diviene un principio auto-nomo, ha cioè una visione soggettiva della realtà, segno che si è staccato dalla natura.

          Secondo questa linea interpretativa, possiamo allargare il discorso dicendo che il corpo è la natura, invece la mente è il principio spirituale dell’uomo che lo fa staccare da essa. Ragion per cui il corpo è Complicato, invece la mente è Complessa. La mente è complessa in ragione del fatto che si stacca dalla materia per ottenere un risultato non del tutto determinabile in base agli elementi iniziali. La mente crea il nuovo, la mente crea quel quid di spirito libero che dà un senso originale all’esistere, quindi sta alla base dell’essere Persona. Anche Plotino asseriva che la nostra anima è dell’uomo “l’elemento principale, anzi l’uomo stesso”, to de kuriōtaton kai autos o anthrōpos (Enneadi IV, 7, 1).

            Come corollario di questo discorso, possiamo dire che la Persona non è mai qualcosa di esprimibile matematicamente sulla base degli elementi di cui è costituita. Invece la Persona, dato che crea il suo senso in maniera originale, è libera di autodeterminarsi e di acquisire espressione in maniera non determinabile in partenza. La Persona ha sempre una dignità che poggia nella sua originalità, nella sua libertà di essere sé stessa.

             Se abbiamo un corpo ammalato, ciò non lede la nostra dignità, noi siamo una mente che pensa e che crea il suo senso indipendentemente dagli elementi di cui è costituito il lato corporeo. La Persona, essendo mente, è complessa e non complicata. Quindi la Persona può staccarsi dal contesto e ottenere dignità mediante un atto originale di auto-determinazione.

              È questo il mistero e il paradosso della malattia e del trauma. Un corpo ammalato non lede la dignità della persona in quanto la mente continua a sussistere. Qualsiasi ammalato può sperimentare il mistero e il paradosso per i quali è possibile essere felici nonostante la lesione corporea. La felicità dell’uomo consiste nella sua capacità di amare e di dare. Anche su un letto di ospedale è possibile amare e dare, quando il corpo è leso ma la mente continua ad acquisire senso e dignità mediante ciò che fa.  

           Anche la mente può ammalarsi. Nella malattia mentale si squilibra il nostro essere più profondo, quello spirituale. È possibile sanare questi squilibri mediante una sana relazione con il terapeuta. La mente si ammala quando smette di dare e ricevere amore perché ha sofferto troppo. Vale a dire quando si lede la sua capacità di relazionarsi adeguatamente con il mondo circostante. Con lo psicoterapeuta il malato mentale impara di nuovo la giusta relazione da applicare nel mondo fuori dalla stanza dello psicoterapeuta.

          Certamente esistono diverse scuole di psicologia e di psicoterapia, ma come dice Cancrini la psicoterapia è una, i vari metodi hanno diverse grammatiche ma condividono una sola sintassi. La loro efficacia deriva dalla qualità della relazione terapeutica che si instaura tra paziente e terapeuta.

            È difficile studiare l’uomo perché la mente, essere complessa e non complicata, non può essere inquadrata in maniera matematica e riproducibile, cioè scientifica. La mente umana  è libera di essere sé stessa e quindi diversa dal prima in ogni momento. Per questo nelle scienze umane più si resta aperti meno errori si commettono. La Persona non è una macchina in quanto, in base alla mente, si evolve di continuo. Una macchina avanza per un algoritmo ma nessun algoritmo (ancora) sa aggiornarsi quando il nuovo si palesa. 

           Non dimentichiamo, inoltre, che la matematica, considerata da molti la scienza perfetta, è nata semplicemente dall’uomo, che di perfetto non ha nulla. Per di più i numeri come oggi li conosciamo sono stati inventati dai pitagorici, i quali formavano una setta che si occupava di esoterismo. I numeri quindi nascono dalla magia e non dall’osservazione oggettiva del mondo, se ha ancora senso parlare oggi di oggettività. Oggi la scienza sostiene che la natura sia casuale e non causale, è il principio della entropia. I numeri certamente servono a calcolare ma calcolano una realtà imprevedibile. Se noi calcoliamo 2+2, ci sfugge il resto del contesto, che è imprevedibile. Pertanto, in base ai numeri, voler attribuire un ordine geometrico a tutto quanto accade nel mondo fisico e corporeo e per di più nella mente umana, è una pretesa illusoria. 

           I filosofi antichi cercavano nella natura un ordine. E lo fanno tutt’oggi anche alcuni scienziati, anche se adesso è stato superato il positivismo. William James, uno dei fondatori della moderna psicologia, diceva che le persone cercano nel mondo esterno un ordine che non c’è, ma anelando ad esso ne sono rassicurati. Cercare di determinare una Persona secondo certi schemi rigidi serve senz’altro a rassicurarci, ma gli esseri umani sono in continua evoluzione. Il terapeuta che applica uno schema rigido nei pazienti è semplicemente un insicuro. Il malato mentale, inoltre, incarna la patologia psichiatrica in maniera del tutto soggettiva, e i modelli di malattia mentale sono grandi contenitori soggettivamente esprimibili in maniera diversissima. 

           È certamente difficile studiare anche il corpo, in quanto la scienza non è mai un dato assoluto. Non esiste, infatti, la Scienza come dogma in quanto essa si fonda sul dubbio, cioè su ipotesi che l’esperimento conferma in futuro però potrebbe anche smettere di confermare. Ma la mente non può essere studiata in senso razionale ma solo esperienziale. Il malato mentale quindi non va capito ma compreso nei suoi bisogni vitali di espressione unica nel mondo. Per di più la Persona vive solo quando si afferma sul dolore arrecatole dal passato. E come ci si adegua al dolore è quanto mai una cosa soggettiva che nessun altro può capire pienamente. E poi ci sono dei limiti anche nella ricerca psicologica legati proprio al dolore: oggi la comunità scientifica non fa esperimenti fisici e psicologici che prevedono dolore, è per questo che lo stress è poco studiato.

           La mente umana, nelle sue componenti cognitiva, emotiva e relazionale, è una continua ricerca di senso. Per di più il cervello parrebbe essere strutturato per risolvere problemi. Secondo Ogden, la nostra identità è un insieme di rappresentazioni psicologiche formato da pensieri, sentimenti, fantasie, ricordi, percezioni, e così via, spesso in forma diffusa, incompleta ed arcaica, che si organizzano intorno a gruppi di rappresentazioni del Sé e degli oggetti, saturi di affettività, che costituiscono il regno dell’esperienza sia conscia che inconscia. In questo modo tutto deve essere organizzato come in un grande disegno saturo di senso.

            Quando parliamo di emozioni, ci riferiamo a qualcosa di non razionale, quindi di non determinabile completamente da parte di un’altra persona. Questo vale anche per gli animali: tra uomo e animale le emozioni sono le stesse. Ma anche nella emozione la mente, umana e animale, trae un vantaggio enorme per capire il mondo che la circonda e lo fa in una maniera del tutto soggettiva.

          Si tratta di un processo e di un’esperienza che non sono omogenei dato che coinvolgono l’intero organismo, ossia processi neuropsicologici e psicofisiologici, processi cognitivi e sistemi di controllo del comportamento. Per Kleinginna l’emozione è un insieme complesso di interazioni tra fattori soggettivi e oggettivi, mediati dai sistemi neurali e ormonali.

          Dennett scriveva che l’emozione è una competenza senza consapevolezza. Da secoli siamo abituati a  guardare al mondo delle emozioni come a un mondo oscuro e privo di senso. In realtà oggi la scienza ha un altro tipo di approccio. Innanzitutto, come dimostrava il grande scienziato Christof Koch, circa l’80% dell’attività che svolge la mente umana è sotto il livello della coscienza. Ma questa parte inconsapevole è strutturalmente assai organizzata, e sono le emozioni. Oggi si ritiene che le emozioni dipendano strettamente da uno stimolo e che costituiscano una risposta rapida per gestire quello stimolo.

            Per Watson l’emozione è un  sistema reattivo ereditario che produce cambiamenti profondi nei meccanismi corporei intesi nel loro insieme. Per Cannon  la qualità peculiare di un’emozione si aggiunge alla semplice sensazione quando vengono attivati i processi talamici. Per Skinner un’emozione non è affatto una risposta, bensì un tipo di forza paragonabile per molti aspetti ad una pulsione, definiamo un’emozione come un particolare stato di forza o debolezza presente in una o più risposte indotte da ciascuna classe di operazioni. Le emozioni sono eccellenti esempi di cause fittizie a cui noi attribuiamo comunemente il comportamento.

             La maggioranza delle nostre azioni non è, come si pensa, guidata dal calcolo razionale, bensì da risposte profondamente emotive. Ad esempio, è stato dimostrato che le decisioni economiche vengono prese sulla base delle emozioni, non della razionalità. Daniel Kahneman parla di mente calda e mente fredda. Il premio Nobel Henri Bergson, già ai primi del Novecento, sosteneva che in realtà l’intelligenza molto frequentemente non è un pregio  che porta l’umano oltre il conoscibile, piuttosto è un limite. Infatti, l’intelligenza è fatta per calcolare, organizzare e schematizzare, mentre l’intuito è ciò che permette di anticipare certe cose, sentire e poi capire.

           Tuttavia anche nelle emozioni c’è sempre una parte influenzata dal contesto sociale e dalla consapevolezza. Pensiamo all’importanza che Andler attribuisce al contesto sociale che struttura l’esperienza individuale e produce quei valori che decidono della qualità di un’emozione e all’idea che l’esperienza emotiva non possa essere solo un processo inconscio ma richieda la consapevolezza da parte dell’individuo dei fattori che determinano il processo emotivo. Secondo la teoria della valutazione cognitive e delle tendenze all’azione, l’emozione è un fenomeno complesso perché coinvolge reazioni neurologiche, fisiologiche, espressive e psicologiche.

           Weiner collega la struttura delle emozioni alla struttura del pensiero causale e ritiene che le tre principali dimensioni della causalità (luogo, stabilità e controllabilità) siano anche elementi di valutazione capaci di caratterizzare alcune emozioni come rabbia, gratitudine, colpa, pietà, orgoglio, vergogna. Questo autore attribuisce un valore essenziale agli antecedenti cognitivi delle emozioni. Inoltre non postula che la relazione tra emozioni e attribuzione causale sia sempre necessaria ma piuttosto rileva e dimostra sperimentalmente che gli antecedenti causali sono spesso associati a certe emozioni. 

           Inoltre, la tesi di Harrè è che il linguaggio e la struttura dei valori di una società siano le vere determinati delle esperienze emotive individuali e che le variazioni di ordine storico e antropologico si osservano nel lessico delle emozioni stesse nelle rispettive culture.

            In ogni modo, sembra alla maggioranza degli psicologi che le emozioni siano soprattutto inconsapevoli. Sembra strano per la mente moderna, ma le emozioni non vanno controllate dalla mente razionale, bensì risolte con le stesse emozioni. Le emozioni hanno in sé stesse il senso ed è dalle emozioni stesse che bisogna partire per neutralizzarle se eccessive. Freud scoprì che la malattia mentale deriva dall’inconscio, Jung invece scoprì che per curarla bisogna partire dall’inconscio stesso.

            Facciamo un esempio. Nel 2003 alcuni studiosi americani hanno ricostruito per la prima volta, attraverso una tomografia, le attivazioni che innescano un attacco di panico, e tramite sperimentazione da laboratorio, hanno verificato quali sono le zone del nostro sistema nervoso che si attivano fino ad arrivare al panico. Seguendo le attivazioni viene fuori una conoscenza a dir poco sorprendente, soprattutto per quelli legati a un’idea molto razionale dei meccanismi mentali. Ovvero: quando una persona subisce uno stimolo di spavento, nel nostro organismo si attivano due meccanismi di informazione: il primo è che lo stimolo va direttamente al paleoencefalo, alla parte più antica del nostro cervello, che risponde immediatamente all’allarme attivando delle reazioni. Si dimostra che la paura ci fa reagire in millesimi di secondi perché la risposta parte dai centri più antichi. Ecco la competenza senza consapevolezza di cui parla Dennett. Nel frattempo, si attiva il secondo meccanismo che va verso la corteccia, ovvero il telencefalo, che cognitivamente riconosce lo stimolo, ma a questo punto l’organismo ha già risposto. La mente moderna (il telencefalo) non si spaventa del meccanismo a cui ha risposto, ma dell’attivazione stessa dell’organismo, temendone il collasso. Cercherà di fermarne la risposta, ma più la ferma, più l’attiverà creando un effetto di paradosso, fino a che si arriverà ad una sorta di tilt dato dall’attacco di panico: il blocco totale.

        L’uomo moderno si spaventa delle sue risposte: ha paura che il cuore esploda, che possa soffocare ed ha paura che questa esagitazione gli faccia perdere il senno. Per cui, cerca di reprimere questa sana risposta psicofisiologica cercando di reprimerla. La mente moderna combatte la mente antica. Tuttavia, proprio perché la mente antica si occupa della sopravvivenza, è più forte e quindi più la mente cerca di reprimere lo stimolo, più la risposta di attivazione si eleva. La persona, quando percepisce il suo organismo attivato, cerca di controllare il cuore e la respirazione e più cerca di avere il controllo, più lo perde. Nell’attacco di panico, per interrompe il meccanismo basta un semplice fattore che sposti l’attenzione. Quello che è stato sperimentato è che la paura, per essere controllata, deve essere portata alla sua saturazione per eccesso. In termini più concreti, significa che se voglio ricondurre la sensazione di paura a qualcosa che non mi spaventa, devo volontariamente cercare di incrementarla con il mio pensiero in modo che l’organismo saturi per eccesso quel tipo di emozione. Questo lo chiamano Effetto Transmarginale: superare la soglia per azzerare il tutto. Per fermare la paura dobbiamo imparare ad attivarla di più, non a razionalizzarla. 

            Secondo la Teoria Periferica di James, che è molto simile a quella di Lange, la sequenza che descrive un’emozione non è quella più familiare al senso comune, bensì questa: io non piango perché sono addolorato, ma vedo qualcosa che mi fa piangere, quindi la mia sensazione di piangere è il dolore; oppure vedo un orso, tremo, corro e le sensazioni di tremare e correre sono la paura. Secondo James le modificazioni viscerali e somatiche sono proprio un dato essenziale, ciò che rende emotiva la percezione di uno stimolo che diversamente sarebbe una constatazione cognitiva, un giudizio del tipo: c’è un orso, ritengo opportuno correre.

        Il primo studioso che si contrappose a James fu Cannon, il quale sulla base di dati sperimentali e clinici osservava che:

  • il comportamento emotivo non subisce alterazioni anche quando viene interrotta la comunicazione tra i visceri e il sistema nervoso centrale;
  • certe modificazioni viscerali sono le stesse per molte emozioni e anche per stati non emozionali;
  • i visceri sono strutture scarsamente innervate e le loro modificazioni hanno latenza troppo lunghe per poter essere la causa di risposte rapide come l’espressione e l’esperienza emotiva.  

            Gli stoici greci dicevano che le passioni dell’anima sono quattro: piacere, paura, dolore, desiderio. Esse dipenderebbero da una cognizione del bene e del male, quindi quando l’anima è sollecitata da beni presenti si ha il piacere, quando è oppressa da mali presenti si ha il dolore, quando è mossa da beni attesi si ha il desiderio, quando ci si aspetta un male si ha la paura.             

              Per la psicologia contemporanea le emozioni sembrano essere 4, le altre sono variazioni di questi modelli primari:

  • Piacere;
  • Paura;
  • Dolore;
  • Rabbia.

          Nel neonato compaiono in questo ordine. Egli, prima di nascere e poi subito dopo, ha piacere del contatto con la madre, poi inizia a distaccarsi da lei e prova paura, quindi dolore del distacco e infine rabbia.

          La paura crea una risposta immediata allo stimolo, molto più veloce rispetto alle altre tre emozioni di base. Il senso di ansia che ne deriva serve a salvarci la vita e a farlo quindi in maniera rapidissima. Però se la paura è eccessiva, superando la soglia ci fa congelare e bloccare ogni risposta.

          Didier Anzieu propone un costrutto denominato Io-Pelle, che sarebbe un involucro psichico che il bambino costruisce nelle fasi precoci dello sviluppo per rappresentare sé stesso. Vale a dire che l’Io del bambino diviene un contenitore di elementi psichici a partire dall’esperienza della pelle. È dalla manipolazione materna che il bambino inizia a percepirsi un Io autonomo, sebbene appena abbozzato, e da questa esperienza di contatto sulla pelle impara a sviluppare il proprio psichismo autonomamente. In questa esperienza precoce anche il suono svolge tale funzione: quando la madre chiama il bambino, esso impara a riconoscere sé stesso.     

         Quindi, secondo Anzieu, è dall’esperienza della manipolazione materna e del suo chiamare per nome, che si pongono le basi della mente delle persone. Ma giocoforza quel primo atto nel quale il bambino precocemente si concepisce come un Io autonomo è un atto di lotta e ribellione verso la natura materna che lo vorrebbe far persistere nella unione con lei. Pertanto l’essere umano impara fin da subito a confrontarsi e a lottare vincendo il dolore per affermare sé stesso.

           Non solo. In base alle ricerche di Rank, alla nascita il bambino subisce un trauma molto profondo, che inconsciamente lo accompagnerà per tutta la vita. Però possiamo dire che il dolore del trauma sarà però la sua forza in quanto, vincendolo, imparerà ad essere realmente sé stesso. Evidentemente, se si nasce soffrendo, si diviene uomini felici e appagati soltanto vincendo gradualmente quel disagio.  

          Byung-Chul Han osserva come la società di oggi sia terrorizzata dal dolore, ma ci si apre al mondo solamente attraverso il dolore.

           L’essere umano deve imparare a confrontarsi con il dolore per vincerlo e adattarsi al mondo che lo circonda. Quando è troppo, il dolore lo fa impazzire. Quando è poco, lo rende un inetto. Oggi assistiamo a un uso formidabile di antidolorifici prescritti da medici, anche molti sono usati proprio da medici su sé stessi. Ma il forte danno degli antidolorifici, soprattutto quelli a base oppiacea, è che non solo riducono il dolore ma danno anche piacere, così da instaurare dipendenza. Ma togliere dall’ambito della Persona il dolore significa condannarla al non senso. La vita è una prova continua, bisogna in ogni istante continuare a combattere.

           Quando proviamo dolore, dobbiamo fare il callo per sopportarlo e quindi diventiamo forti. Ma il dolore scatena anche la rabbia. La persona che soffre ha rabbia perché cerca di cambiare la sua situazione in meglio e non ci riesce. Questo meccanismo psicologico è evidente soprattutto nel bambino. Quando il bambino prova rabbia, si attiva per ottenere quello che gli manca. Guai se non esistesse la rabbia! È un attivatore delle nostre risorse. Quando si lavora con atleti che fano sport di grande agonismo, la rabbia può essere una grande risorsa: tira fuori elevate potenzialità.

         Bisogna anche dire che il male della vita non va sempre e solo combattuto. Molte volte è necessario cambiare con tutte le nostre forze per sopravvivere, altre volte, invece, le situazioni trovano da sole uno sbocco positivo, basta solo aspettare. Marie Louise von Franz, una celebre analista junghiana, osservava che quando le cose ci vanno un po’ male, ci affanniamo subito a fare qualcosa per risolverle: la conseguenza è che più ci affanniamo a risolverle, più accumuliamo del male, insoddisfazione, ansia, oscurità. Ma dovremmo chiederci: “E’ un male che, se tollerato, si equilibrerà da solo dopo un po’?”. In questo caso non si dovrebbe fare nulla.

          Il cuore dell’uomo non può essere inquadrato secondo schemi razionali validi per tutti. Se le cose vanno male, ci sono varie possibilità di risposta a seconda della nostra natura più intima. Con la mente umana generalizzare è sempre sbagliato.

        Non è detto, inoltre, che ciò che sembra male sia sempre un fattore negativo nella nostra vita. Lo abbiamo già detto, ma anche secondo un altro aspetto. Ci sono temperamenti di persone che hanno bisogno di dare e ricevere dolore per sentirsi appagate. Non parliamo del sadico o del narcisista, ma alcuni individui hanno un senso più spiccato di infliggere dolore per amare, cosa che in modo più attenuato avviene cin tutti. Non parliamo di un omicidio, ma anche della semplice competizione sul luogo del lavoro o tra fratelli. Tra fratelli ci deve essere sempre questo tipo di gioco, se non in casi rari nei quali una grossa angoscia a monte ha eliminato la rivalità. Nella coppia amorosa il litigo è spesso un grande collante in quanto permette di appianare le divergenze e risolvere le crisi che mano a mano si producono. Il bambino che non è sgridato quando sbaglia non si sente accudito adeguatamente dal genitore o dall’insegnante, che così non compie veramente il suo ruolo educativo.

         Nell’uomo esistono, quindi, due tipi di aggressività, come osservato da Fromm. C’è quella distruttiva, che crea disfacimento relazionale. È quella che sfocia nel crimine, nell’arroganza protratta. Ma tutti noi abbiamo anche una aggressività costruttiva, che serve ad avanzare nella vita, a stabilire le distanze, a mostrare la gerarchia. Secondo Ammon l’uomo ha in maniera innata l’aggressività costruttiva, poi può emergere anche quella distruttiva.

        Per Freud, l’uomo ha una pulsione di morte innata, accanto a quella di vita, la prima è aggressiva, la seconda è sessuale. Sono due pulsioni comprimarie presenti in ogni nostro agire. Non bisogna quindi vedere nell’aggressività sempre e solo una reazione disfunzionale. Essere aggressivi, entro certi limiti, è nella nostra natura. Poi Freud evidenziava un altro tipo di aggressività, che emerge con la civilizzazione: quella che viene prodotta dalla frustrazione.

         A questo punto è lecito chiederci cosa sia il crimine. Il crimine nasce dalla volontà di ledere gli altri. Tutti noi sappiamo la differenza tra il “mostrare i denti” a chi ci importuna per fargli capire l’invadenza e l’ammazzarlo. Le nostre esigenze interiori, tra cui l’aggressività, vanno controllate per una questione di amore fraterno che ci accomuna tutti. Far capire all’importuno la giusta distanza non deve spingersi oltre un certo limite che tutti sappiamo, sulla base delle giuste regole del vivere sociale apprese entro un certo ambiente normativo.

          L’educazione da noi ricevuta in famiglia e nella scuola e poi nella società più estesa, serve a farci interiorizzare il limite tra le nostre esigenze e quelle degli altri. E’ vero che l’educazione, come diceva Freud, rimuove parte delle nostre rappresentazioni pulsionali, determinando quella nevrosi di base che tutti abbiamo, ma, se la società non esercitasse questo dominio, il prezzo da pagare sarebbe la barbarie.

         In un primo momento, secondo quanto rilevava Jung, l’individuo deve assimilare le esigenze dei genitori e della società. Poi la persona deve allontanarsi dal collettivo per far esprimere quella cifra unica che la contraddistingue. Ma l’esito del processo di individuazione junghiano non è la asocialità, andare a vivere in una foresta isolati da tutti, bensì ritornare nella società dopo aver fatto pace con le nostre spinte più individuali. Solo così saremo in grado di dare il nostro apporto personale alla società.

          C’è un momento nel quale dobbiamo imparare dai vari maestri che circondano le nostre vite. Su questa terra il destino ci fornisce molte guide. In carne e ossa, come i genitori e gli insegnanti, oppure attraverso i libri. C’è chi ha un direttore spirituale, un psicoterapeuta, un maestro spirituale o chi si affida alla preghiera, pensiamo alle suore di clausura, specie quelle di clausura papale, cioè particolarmente stretta, che stanno sempre alla presenza di Dio. Ma tutto questo può averci impedito di esprimerci liberamente, anche se non sempre. Dobbiamo quindi imparare a far emergere il nostro vero Sé, Jung direbbe che dobbiamo abbandonare la Persona per far emergere l’Ombra. Solo dopo che abbiamo capito chi siamo realmente, possiamo ritornare nella società con occhi nuovi, cioè aderendo veramente, con tutto noi stessi, a quei valori che un tempo seguivamo senza averli profondamente capiti e accettati.

          Solo dopo essere stati preda nella foresta della verità, possiamo ritornare veri cittadini di quel mondo che ci ha accolti dall’inizio ma che non capivamo del tutto.

         Il mondo non va seguito acriticamente, la psicoanalisi parla in questo caso di “personalità come se”, che adempie ai doveri sociali per conformismo. Il mondo va invece accolto in tutte le sue istanze dopo aver avuto l’incontro con i nostri demoni interiori. Solo allora saremo in grado di amare e ricevere amore: può amare solo colui che ha compreso chi è, altrimenti si tratta solamente di una proiezione.

           L’amore deve essere rivolto verso il mondo, verso le persone e verso i principi spirituali che animano la nostra vita, siano essi religiosi oppure laici, come per esempio i valori di un partito politico che si prefigge la fratellanza tra i popoli.

           Non pensare alla sfera dei valori, cioè in senso generale dello spirito, può ingenerare anche delle malattie mentali, è stato questo il contributo anche di Frankl. Il senso di trascendenza è forte nell’uomo, ignorarlo equivale spesso ad ammalarci, a perdere la bussola. Da parte sua, Jung asseriva che gli dei sono diventati malattie: questo perché non li abbiamo accolti nel nostro orizzonte esistenziale.

          Jung stesso, benché protestante, consigliava di andare dal confessore. Jung diceva che la legge morale serve a coltivare l’Anima. Basilio Magno scriveva che il peccato è non pensare a Dio durante la giornata. E Paolo della Croce asseriva senza mezzi termini che non considerare la crocifissione di Cristo è alla base di tutti i nostri problemi.

        Noi nasciamo dall’amore: dei genitori certamente, ma prima ancora di Dio. Crescendo dobbiamo imparare a staccarci dai genitori e ad amare altre persone, oppure un ideale. Il senso della nostra vita scaturisce dall’amore. Non possiamo non amare, anche solo idealmente. Quando cominciamo a alienare dal nostro orizzonte l’amore, nasce la solitudine relazionale ma anche quella interiore. Cominciamo a non avvertire il senso delle nostre esistenze terrene. Iniziamo infine a soffrire.

           Solo l’amore guarisce e placa le ferite che la nostra mente produce lungo il cammino. Nessuno diventa solo se non lo vuole. Il mondo è grande, se uno decide di non stare isolato, non lo diventa. La solitudine è innanzitutto un limite mentale, una perdita di fiducia nell’amore, cosa che ci fa vedere un mondo senza affetti. Ma sono solo trappole mentali. Basta aprire gli occhi per scoprire che la fratellanza non è una pia illusione, ma una realtà nella quale siamo immersi tutti i giorni.

          Il cristianesimo si fa portavoce di questa consapevolezza tramandando da duemila anni che Dio si è incarnato per amore e per amore ha dato la vita per la nostra salvezza. La forza del cristianesimo, che attualmente è la religione più praticata al mondo, sta nella Buona Novella dell’amore di Dio per gli uomini. I santi rivelano che Dio è “pazzo di amore” per gli uomini. Se noi non crediamo alla Bibbia, dovremo almeno credere alle sue piaghe. Il crocefisso è il simbolo cristiano per eccellenza: Dio messo in croce per amore degli uomini. E la Parola di Dio va proclamata agli uomini, come diceva Francesco di Sales, “per emanazione”: deve prima essere interiorizzata e vissuta e solo dopo comunicata al mondo. Prima bisogna amarla e poi per amore deve essere annunciata. Ricordando che, come notava Girolamo, il grande traduttore in latino della Bibbia, chi ignora la Sacra Scrittura, ignora Gesù Cristo.

         Il messaggio evangelico contiene un Dio umilissimo, che nasce addirittura in una grotta. Vi era un decreto romano per il quale gli ebrei dovevano andare a Gerusalemme per farsi censire, quindi le case erano affollate dall’afflusso di tanta gente e non vi era posto per Maria e Giuseppe, che trovarono alloggio in una grotta. In Palestina le case delle persone non ricche, diremmo oggi “normali”, erano costruite davanti a una grotta e avevano tre ambienti: il grande atrio dove le persone vivevano di giorno, una parte in muratura nella quale dormivano e poi vi era quella caverna, dove c’erano animali, vettovaglie al fresco e le cose da custodire. Le persone venute per il censimento affollavano gli alberghi e, nelle case private, l’atrio e la parte in muratura, quindi Maria e Giuseppe furono sistemati nella caverna di una casa privata.

          Questo Dio talmente umile fu adorato per primo dai pastori, che vegliavano il gregge di notte, dice il testo evangelico. La società di allora era basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, quindi i pastori erano in realtà ricchi e di notte non stavano certamente fuori a parare le pecore. Quindi quelle persone che avvertite dall’angelo si recarono nella grotta, erano addirittura i servi dei pastori. Costituivano gli ultimi della società, che non potevano entrare nel Tempio in quanto impuri (uccidevano il bestiame quindi erano contaminati dal sangue) e non frequentavano le sinagoghe perché indaffarati con gli animali.   

         Dio si incarna tra gli ultimi e tra gli ultimi trova il suo trono. Gesù cristo poi viene crocifisso tra due ladroni e la crocifissione era la peggiore condanna del tempo, talmente infamante che i cittadini romani pur colpevoli di gravi delitti ne erano esentati. Nella croce Dio riserva a sé “trono, talamo e altare”, come dice la liturgia cattolica. Questa umiltà è per i teologi la dimostrazione del grande amore che Dio nutre verso gli uomini. È un messaggio stolto per i greci e scandaloso per gli ebrei, come scriveva Paolo di Tarso, ma che ha cambiato la storia della umanità perché l’amore è la scaturigine e la meta ultima dell’essere umano, il suo senso. Quindi le persone sono attratte dal messaggio evangelico dell’amore. 

        Solo l’immaturo è psicologicamente incapace di amare: la persona matura conosce sé stessa e quindi è in grado di dare e ricevere amore. Anche per essere amati è necessario essere psicologicamente cresciuti, questo perché bisogna eliminare le barriere che inconsciamente mettiamo tra noi e gli altri e che ci impediscono di ricevere il loro amore. 

          In realtà il messaggio evangelico per il quale gli uomini a loro volta devono dare agli altri l’amore con il quale sono amati da Dio, è metastorico, è un grande archetipo che brilla da millenni nelle menti degli uomini. Pensiamo alle grandi idee di Platone, del comunismo, alle idee di chi muore per la libertà e il benessere dei concittadini, il patriottismo, l’irredentismo, e così via.

          L’amore per essere praticato necessita di una grande consapevolezza. Come nasciamo fisicamente da un utero di donna, dobbiamo poi nascere psicologicamente ben due volte: la prima dobbiamo capire la nostra vera natura (cioè diventare maturi), la seconda dobbiamo evolverci nell’amore.

         L’amore maturo permette di operare quella sintesi tra gli opposti che ci accompagnano da quando nasciamo, come sosteneva Jung. Il grande psichiatra svizzero osservava che quando amiamo siamo al nostro meglio e al nostro peggio, per questo curiosamente a volte l’innamoramento si accompagna all’emergere di una malattia mentale. Nell’amore, infatti, si attiva il nostro inconscio, emergono archetipi antichissimi i quali vivono con lo scopo di conciliare gli opposti.