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Esistono poeti, in varie letterature, la cui opera prima non soltanto può già essere considerata un capolavoro, ma addirittura è destinata a mutare quasi radicalmente il panorama o a dare svolte decisive e inattese alla storia letteraria ad essa contemporanea, talvolta anche attraverso nuove edizioni accresciute. Limitandoci alla letteratura italiana e ai tempi più recenti, pensiamo ad esempio a Myricae di Giovanni Pascoli (prima edizione 1891), a Il Porto sepolto (1916) di Ungaretti (poi confluito in Allegria di Naufragi, 1919). Così è per Montale, i cui Ossi di seppia uscirono in prima edizione nel 1925 (Piero Gobetti Editore,Torino) e in edizioni definitiva, accresciuta di sei componimenti, nel 1928 (Ribet Editore, ivi).

        Tanta è stata la fortuna del libro fin dal suo apparire che, antonomasticamente, Montale è passato nei decenni per essere l’autore di Ossi di seppia (un po’ come Moravia quello degli Indifferenti). Ma sarebbe del tutto assurdo valutare un gigante come Montale sull’esclusivo metro “innovativo” di questo libro. La storia di Montale, grande protagonista della poesia europea del Novecento, prosegue, come sappiamo, sui piani più alti con Le occasioni (1939), La bufera e altro (1956), Satura  (1971), Diario del ’71 e del ’72 (1973) ealcune pagine delle ultime cose.

        C’è, nel Montale degli Ossi, un dialogo a distanza con Leopardi per un’idea di poesia come strumento di investigazione  conoscitiva e suscitatore di pensiero e di energia vitale, come creatore di bellezza, sia pure incapace di ovviare all’infelicità del destino umano, sentimento ugualmente condiviso forse anche sul filo di una attenta lettura del Libro di Giobbe o dell’Ecclesiaste (secondo Giorgio Ficara quello di Montale è un leopardismo concettuale, filosofico, poeticamente e sentimentalmente Montale non amerebbe Leopardi) e c’è una inevitabile lotta più ravvicinata con d’Annunzio (gli Ossi di seppia come rovesciamento negativo del trionfalismo alcionio). Il poetare di questo primo Montale non è comunque privo di debiti e tangenze con la poesia italiana (gli Scapigliati, Pascoli, Gozzano [La via del rifugio,1907; I colloqui, 1911], i Crepuscolari, Ungaretti, Sbarbaro, Campana, d’Annunzio stesso) e straniera contemporanea: ma si avverta che Montale non è un simbolista (anche se ha letto e si è nutrito dei grandi simbolisti francesi e dei tardo-simbolisti belgi) e neppure un orfico, è semmai un metafisico, che deriva da Baudelaire l’istanza di una dizione ferma e ragionata e da Browning l’istanza di scomposizione e da entrambi il carattere di “prosa”, di concrezione oggettuale, di impurità  (elementi che condurranno diversamengte a un Pound e a un Eliot, poeti non a caso tanto familiari a  Montale). Come che sia, con gli Ossi Montale si proietta nel cuore della “modernità”, o meglio del panorama più significativo del Novecento, colto sul versante della più acuta crisi esistenziale, del “male di vivere” insomma, non senza risentire anche di determinati influssi filosofici, come si avrà modo di rilevare.

        In particolare, in questo librola chiave per l’interpretazione – di disagio e  dolore, se non talvolta tragica –  della realtà stilizzata è il contrasto dialettico tra il mare e la terraferma (nella fattispecie, il paesaggio ligure).

        Che cosa sono infatti gli ossi di seppia? Metafora della condizione esistenziale. Nella loro asciutta, ormai essiccata, scarnificata essenzialità, sono detriti, rimasugli, frammenti di infimo valore e consistenza gettati sulla spiaggia dalla potenza del mare. Ma il mare è la potenza della natura, è la forza primigenia, è la naturalità felice e priva di dolore, di sofferenza, di coscienza, di moralità: la terra, su cui sono stati sbattuti gli ossi (cioè gli uomini respinti dal mare, vale a dire esiliati dalla felicità naturale), è sede invece del rapporto sociale, del groviglio sentimentale, del momento etico, delle convenzioni, del sacrificio, di  tutti quei fenomeni – in parte creati dagli uomini sia pure necessariamente e rispondendo alla loro natura – in cui si può annidare (anzi si annida) il male, il dolore, la sofferenza, l’infelicità.

                                                                                                                                                                     In  limine                                         

Poesia messa in apertura degli Ossi di seppia come una prefazione in versi, composta                         

probabilmente poco prima dell’estate 1924. Prendendo spunto da promesse di rinascita spirituale legate al rinascere della natura (… «il vento ch’entra nel pomario / vi rimena l’ondata della vita»),

carica di pathos il dramma personale della donna a cui il poeta si rivolge (Paola Nicoli, bella attrice

di origine peruviana, la cui presenza aleggia in sei poesie della raccolta) e la cui sorte è legata a

quella di lui, che per lei desidera la salvezza più che per sé stesso: e il dono dell’ «avara speranza»

(in Casa sul mare) per la salvezza della donna sta in relazione con la preghiera contenuta

nell’ultima quartina: «Cerca una maglia rotta nella rete/ che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!/ Va, per

te l’ho pregato…».  Fin dal primo testo si palesano le suggestioni filosofiche operanti nella poesia di 

Montale: infatti il richiamo pirandelliano sulla scissione tra apparenza e realtà, tra finzione e verità

(un oltre che sta dietro le cose e la loro immagine) si salda con spunti del contigentismo di Emile

Boutroux, per il quale “contingente” vale “non-determinato”, imprevedibile, con

riferimento soprattutto a ciò che di libero in questo senso si trova o si può trovare nel mondo

naturale. Ma sentiamo Montale stesso: «Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con

la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella

disarmonia» (Sulla poesia, p. 570). Il poeta, di fronte all’insofferenza per la realtà concreta, scava,

scandaglia e spera che non tutto ciò che esiste appaia come è in sostanza, che il non essere

necessario dei fatti si sveli con un miracolo, un foro nel velo di Maya (secondo la concezione

schopenhaueriana del Mondo come volontà e rappresentazione), con un’apparizione, un fantasma,

un tassello che, cedendo, dimostri la vanità appunto del mondo come rappresentazione. Superato (e

forse   distrutto) il velo di Maya (cioè il fenomeno, l’apparenza), che cosa si trova? Il noumeno, cioè

il   non-essere, il vuoto, il nulla. Tuttavia di fronte all’insofferenza per la realtà sperimentabile (il

fenomeno), Montale scava, scandaglia, spera che tutto ciò che esiste non sia come appare, che il

non essere necessario dei fatti si sveli come un miracolo, cioè sia meglio dell’essere come appare,

grazie a un foro nel velo di Maya, a un tassello che cede nella catena della necessità, che consentano

un’apparizione che dimostri la vanità del mondo come rappresentazione e l’esistenza, dietro il velo

di Maya, di un possibile migliore.Insomma, secondo questa prospettiva (che troveremo ancora ne I

limoni  e, ad esempio, negativamente in Crisalide, «Forse tutto è fisso, tutto è scritto, / e non

vedremo sorgere per via / la libertà, il miracolo, / il fatto che non era necessario») c ‘è ancora la

rivendicazione della possibilità e del valore dell’eccezione entro la catena delle necessità

fenomeniche. Un impianto tematico simile a questo di In limine si ritroverà nella già citata e

stupenda Casa sul mare (1924), con esito tuttavia radicalmente più disperato per quanto riguarda la

sorte dell’io poetante.  

        I  limoni                                                                         

Poesia celeberrima, prima della sezione «Movimenti», solitamente considerata – anche seguendo

l’intenzione dell’autore – una  dichiarazione  di poetica, ma da usare con cautela in questo

senso, perché non esaurisce le valenze di poetica dell’intero  volume Ossi di seppia e meno che mai

dell’intera opera montaliana. Composta nel 1921 e rielaborata fino al novembre 1922, vi compare la

tipica tonalità colloquiale montaliana, col volgersi al proverbiale “tu” indeterminato a proposito del

quale, molti anni dopo, Montale scriverà in Il “tu” (in Satura, 1971): «I critici ripetono, / da me depistati, /che il mio tu è un istituto. / Senza questa mia colpa avrebbero saputo / che in me i tanti

sono uno anche se appaiono / moltiplicati dagli specchi». I «poeti laureati», che «si muovono

soltanto fra le piante / dai nomi poco usati: bossi, ligustri o acanti» sono i raccoglitori di

falsità scintillanti amate da coloro che intendono fare della poesia e nella poesia un discorso

solenne, una celebrazione sublime; ancora Montale stesso, in un articolo del 1925: «[…] i poeti

dell’ultima illustre triade, malati di furori giacobini, superomismo, messianismo ed altre bacature».

Nel paesaggio ligure a lui familiare, «scabro ed essenziale», Montale trova invece i segni di una

vita (o di una non-vita) più umile ma più autentica e celebra una pianta comunissima dal nome

conosciutissimo. È pur vero che in questo itinerario verso una poesia che reiventi la semplicità,

l’essenzialità il poeta genovese è stato preceduto dal Pascoli (che pure non ama), dai simbolisti

belgi, dai Crepuscolari (Gozzano, che tenne sempre in gran conto; Moretti, autore di quel libro

straordinario e non abbastanza valutato che è Poesie scritte col lapis [1910]; Corazzini), da altri

poeti e scrittori liguri (Roccatagliata Ceccardi, Boine, Sbarbaro soprattutto) – una nebulosa poetica

con cui non può non fare i conti – ma in Ossi di seppia per la prima volta nella poesia italiana (a

parte forse il Pascoli “georgico”) il paesaggio (quel paesaggio ligure, spoglio e arido) viene a

coincidere e a esprimere con ineguagliabile totale identificazione una visione del mondo, un

ventaglio di stati d’animo. 

        “Ora  sia  il  tuo passo…”                             

Secondo della serie dei tre «Sarcofaghi» composti negli ultimi mesi del 1923 e dedicati

originariamente allo scultore Francesco Messina, fautore di un rinnovamento del neoclassicismo in

forme moderniste e amico di Montale. La meditazione montaliana sul sepolcro non si rifà tanto a

Thomas Gray (che muove dalla tomba per approdare alla vita eterna ultraterrena) o a John Keats

(che alla morte contrappone come unico valore l’esaltazione della bellezza artistica), bensì, con un

occhio a Foscolo e al Leopardi “sepolcrale” (soprattutto), a un confronto tra la vita come immobilità (nella pietrificazione dei bassorilievi osservati) e la vita come movimento (il passo appunto del viandante che osserva). In particolare, in questo secondo frammento che non presenta figure umane nel bassorilievo, si può notare che gli elementi figurativi sono ridotti all’essenziale e assai intensa è

comunque l’atmosfera, sicché sembra più fittizia che reale la distinzione tra gli elementi figurativi

appunto (la «porta corrosa» chiusa per sempre, il cane «magro», la nuvola «grandiosa») e quelli

atmosferici, la «grande luce» diffusa e soprattutto il dominio di un silenzio attonito, stupito, che

genera un senso di disagio, di inquietudine, se non di angoscia. In questo senso alcuni critici hanno

ipotizzato la rappresentazione del difficile rapporto col sacro dell’uomo della modernità.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Vento  e  bandiere                              

Prima della sezione «Altri versi», composta nel 1926, la poesia è una delle sei che Montale aggiunse

alla seconda edizione del libro (1928). La figura di donna che vi compare è una delle ispiratrici

meno appariscenti ma più importanti della sua poesia, Annetta o Arletta, una villeggiante di

Monterosso che si chiamava Anna degli Uberti e che il poeta frequentò negli anni Venti. Il tema è la

memoria disperata (anticipazione de La casa dei doganieri nelle Occasioni). Ritornano nella natura

i fatti che hanno reso memorabile un istante, ma lontana irrimediabilmente è la donna per la quale

quei fatti si sono fissati nella vita del poeta come un evento. Il  tempo (a differenza che in Proust)

non consente ritorni per gli attimi significativi, il possesso della  memoria, che pur permette il

riconoscimento, si scontra con la dispersione del tempo discontinuo e lineare. La vita prosegue

dopo la fine delle cose care, ma ferita dalla perdita, inerme di fronte alla loro irripetibilità e costretta

a fare i conti con la trasformazione. Il contrasto tra l’ideale eleatico dell’immobilità e l’idea eraclitea

del flusso perenne della vita ha costantemente assillato il pensiero di Montale, qui arricchito da

derive sottilmente leopardiane e dalla filosofia di Henri Bergson.

        “Non chiederci la parola…”                                      

Prima poesia della sezione «Ossi di seppia», composti  tra il 1921 e il 1925. Poesia (datata 10 luglio

1923) divenuta emblematica, una sorta di “manifesto” della poesia di Montale,  per la esplicita 

dichiarazione dell’atteggiamento gnoseologico negativo dell’uomo, escluso dalle gestione della

realtà, dell’esistenza, della storia: la sola conoscenza concessa è per “negativi”, in una condizione

umana alienata, in balia della «divina Indifferenza» (“Spesso il male di vivere…”)  – anch’essa solo

intuita, perché  «forse tutto è fisso, è scritto», come afferma in Crisalide, e siamo «sballottati /

come l’osso di seppia dalle ondate» (Riviere) –  improvvida ed estranea alle vicende umane. L’unica

resistenza che vi si può opporre, non essendoci formule garantite di certezza e di salvezza, è

un’altrettanto umana indifferenza di fronte a questa condizione di desolata impotenza. Un

atteggiamento – è stato definito dalla critica – di aristocratico stoicismo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Meriggiare pallido e assorto…”                              

Forse la poesia più antica del libro, composta nel 1916 con una correzione nel 1922. Un paesaggio ligure pietrificato, arso dal sole, sotto una luce accecante che fissa gli oggetti in una sorta di immobilità fantasmatica. Prima del senso simbolico, tuttavia, si impone il gusto figurativo; e forse

più ancora una lucida percezione delle cose affidata all’occhio ma forse più ancora all’orecchio,

pronto a cogliere suoni disarmonici e secchi che si levano dalla terra riarsa come schiocchi di merli,

frusci di serpi, scricchi di cicale, quasi a esemplificare quello che Montale stesso dichiarerà molti

anni dopo: «La poesia è un mostro: è musica fatta con parole e persino con idee». (In un articolo del

1945 sul «Mondo» – non quello di Pannunzio – il poeta riferendosi a Theodore de Banville parla

della poesia come di qualcosa di «stregonesco»; ma si vedano anche d’Annunzio, quando, nella

Contemplazione della morte, celebrando il morto amico Pascoli designa l’arte come una «magia

pratica», e Gottfried Benn: «la poesia assoluta, la poesia senza fede, la poesia senza speranza, la

poesia fatta di parole che vengono messe insieme per affascinare»). Ma la novità tutta montaliana del testo sta nel fatto che la summa degli elementi particolari percepiti, sia visivi sia

uditivi (il muro dell’orto, la fila delle formiche rosse, le onde lontane, la muraglia con in cima – non

a caso –  cocci aguzzi di bottiglia, ecc.), non vale a costituire un insieme organico di significato

universale, denunciando la limitatezza conoscitiva del soggetto, la sua incapacità organizzativa,

quindi  il suo restare separato al di là della muraglia (Schopenhauer, Pirandello), l’incomunicabilità,

l’isolamento, la solitudine.

                                                                                                                                                                     “Mia vita, a te non chiedo…”                                   

In questo «osso», datato 11 dicembre 1923, l’io poetante denuncia una condizione di precarietà

esistenziale e di sospensione emotiva, confessa uno stato di indifferenza che rende quasi inafferrabile la realtà e gli fa sembrare uguali di sapore il miele e l’assenzio. Eppure, mentre tiene a

vile ogni moto (qui il pensiero non può che correre al Leopardi di A se stesso), il cuore è preso da

improvvise emozioni, non tanto gioiosi ritorni di vita quanto sussulti e smarrimenti, sigillati dal

colpo di fucile sparato in campagna. (Per l’incipit è stato rilevato un non casuale spunto ispiratore in

«Mia vita, amante inquieta…» dalla Tosca, Atto I, aria del tenore).      

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             “Portami il girasole…”                                         

Variazione (composta probabilmente nel giugno del 1923) sul tema della condizione umana alienata,

nella tonalità colloquiale dell’elegia e col volgersi al tu indeterminato tipico della poesia di Montale.

Negli Ossi l’atarassia è soprattutto un traguardo da raggiungere piuttosto che una situazione

consolidata e il diniego delle cose non è ancora assolutamente radicale, se esistono ancora oggetti

simbolici illusori di un’ansia come questo «girasole impazzito di luce» che si vuole trapiantare in un

arido «terreno bruciato dal salino» (che sarebbe poi l’esistenza, del poeta e di tutti). Ma già si fa

strada il sospetto che «la ventura delle venture» (il destino, ma anche l’azzardo, il rischio) possa

condurre e a un annullamento finale definitivo («svanire»): è naturalmente controversa (positiva o

negativa) l’interpretazione di questo verbo, quindi dell’intero componimento. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             “Spesso il male di vivere…”                               

Paesaggio meridiano arso dal sole, nel quale la vita appare come pietrificata secondo un tema

ricorrente negli Ossi (questo fu composto probabilmente nel 1924). Il rivo strozzato, la foglia

accartocciata, il cavallo stramazzato non sono – simbolisticamente – simboli del male di vivere,

sono il male di vivere in quanto, nominati (virtù della poesia!), rivestono tutta la loro vita psichica.

La statua, la nuvola, il falco – analogamente – non sono emblemi del bene, sono quel bene concesso

per prodigio dalla divina Indifferenza (tema del miracolo, dell’eccezione di salvezza, del fatto non

necessario) consistente unicamente nel loro essere. Leopardianamente, il bene è soltanto l’assenza

del male, il piacere la mancanza del dolore, la felicità della natura pura apparenza.

        “Gloria del disteso mezzogiorno…”                             

Di questo «osso», datato 19 novembre 1923, scrisse Montale in una lettera del 12 agosto 1924 ad

Angelo Barile: «Il migliore per me, l’unico che mi piaccia davvero». Apparentemente debitrice al

d’Annunzio alcionio e solare, la poesia, anziché la profusione descrittiva ed elencativa di cose e

colori del dettato dannunziano, presenta alberi che formano blocchi immobili come in un quadro di

Cézanne e descrive l’azione corrosiva della luce che annulla e consuma gli oggetti, toglie loro

consistenza corposa,  li muta in «parvenze… falbe» (cioè di colore giallo-rossiccio, ma nel nostro

caso quasi dorato: l’aggettivo è usato sia da Pascoli, a proposito però della capigliatura umana,  sia

da d’Annunzio con riferimento al pelo degli animali). L’atmosfera di questo meriggio, riarso e

abbacinante, sembra celare come altre volte un misterioso sentimento di inquietudine e di minaccia,

tuttavia ancora riscattato dall’attesa della pioggia e del tramonto come forieri di un altrettanto

misterioso sentimento di benessere e di felicità. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              “Forse un mattino andando…”                         

Tramata di echi tolstoiani (dal romanzo L’adolescente), del filosofo esistenzialista ucraino Lev

Šestov (1866 – 1938), di  Pirandello, di suggestioni di scrittori liguri come Boine e Sbarbaro (nonché

di possibili tangenze con la filosofia zen), la poesia, composta nel luglio del 1923, tematizza la

scoperta del nulla, ma con un’invenzione di straordinaria genialità: all’io che si volta a guardare

dietro le proprie spalle, per un bilancio o una verifica di natura esistenziale, come per miracolo (un

miracolo certo non beatificante) appare «il nulla», «il vuoto dietro / di me». Vuoto che poi si popola

di parvenze vane per «l’inganno consueto», quello cioè delle cose che si vedono, della realtà che si

crede esista. Ma l’io narrante, che ha scoperto la verità, proseguirà il suo cammino senza svelare il

segreto agli uomini «che non si voltano» perché persuasi, come Montale scrive in Vento e bandiere,

che «il mondo esiste». E immensa si profila la sofferenza di una solitudine a cui non è concesso

sottrarsi. Ci piace ricordare che su questa poesia Italo Calvino scrisse un saggio di

straordinaria finezza e intelligenza per gli ottanta anni di Montale, sottolineandone l’appartenenza

all’età del cinema  (proiezione su uno schermo sia pure alle spalle).

                                                                                                                                                                     Arsenio                                                  

Allegoria della condizione umana di solitudine, di incomunicabilità, di alienazione (luoghi topici e

mitologici della crisi esistenziale), illusa da apparenze ingannevoli (Schopenhauer) e qui

contemplata in un’allocuzione a un altro sé stesso, Arsenio appunto (non senza un gioco fonico

sapientemente allusivo, Arsenio-Eugenio). La metaforicità è affidata simbolicamente  (non

simbolisticamente) a un temporale estivo (anticipazione della futura, immane, catastrofica “bufera”)

che, in periodo di vacanza, colpisce un paese della costa ligure e distrugge o scompiglia gli oggetti

(globi accesi, palmizi, violini, tende…) considerati, secondo la concezione eliotiana del correlativo

oggettivo, segni ingannevoli di una compensazione sociale di illusoria felicità: compensazione

irreale e irrealizzabile proprio per la natura di mera inconsistenza  di quegli oggetti, di pura

apparenza di quei segni. Arsenio non può che tendere «a un vuoto risonante di lamenti / soffocati» e

non può salvarsi da «una / vita strozzata» che, in «una conclusione tragica nel registro del sublime»

(come scrive Pietro Cataldi), il vento porta «con la cenere degli astri». Composta a Firenze nella

prima metà del 1927 e ultima cronologicamente del volume degli Ossi di seppia nella seconda

edizione del 1928, la poesia è collocata al centro dell’ultima sezione «Meriggi e ombre». Subito

tradotta in inglese da Mario Praz, uscirà nel numero VII della prestigiosa rivista di Thomas Stearns

Eliot  «Criterion» nel 1928; Montale ricambiò pubblicando su «Solaria», IV, 12, dicembre1929, la

traduzione dell’eliotiano Canto di Simeone. Già prelude al clima formale e psicologico delle

Occasioni.