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Invito alla rilettura dei  Sepolcri  foscoliani, di  Loris  Maria  Marchetti

Le 9 Muse

Il Carme Dei Sepolcri fu composto a Milano tra il maggio-giugno e l’agosto-settembre del 1806, forse inglobando materiali precedentemente elaborati, e fu pubblicato nella primavera del 1807 dall’editore Bettoni di Brescia. Foscolo aveva già dato alle stampe Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), le due Odi, i dodici Sonetti (1803). Nel 1806 tornava dalla Francia dove era stato due anni (dal maggio 1804 al marzo 1806) come capitano di fanteria al séguito di Napoleone che preparava l’invasione dell’Inghilterra.

L’occasione “civile” fu la cosiddetta polizia medica, cioè la questione igienica delle sepolture. Una disposizione del governo austriaco del 1768 prevedeva sepolcri solo nei cimiteri dei sobborghi (nel 1787 Milano contava quattro cimiteri). Con il decreto di St. Cloud, entrato in vigore nel Regno d’Italia il 5 settembre 1806 (ma a Verona già nel 1804), si intimava di erigere tombe fuori dai centri urbani, tutte uguali e tutt’al più recanti un epitaffio per i defunti illustri. Su questi temi eticamente e socialmente scabrosi e discutibili, assecondando in prospettiva un impetuoso impulso alla creazione e alla trasfigurazione poetica furono importanti le conversazioni e gli scambi di opinioni che, rientrato in Italia, Foscolo intrattenne con Isabella Teotochi Albrizzi a Venezia e con Ippolito Pindemonte a Venezia e a Verona.

Accademicamente, si suole accostare il Carme alla moda della poesia sepolcrale, filone tipico dell’Arcadia Lugubre e del Preromanticismo fiorito specialmente in Inghilterra ad opera della cosiddetta Scuola Cimiteriale che annoverò, tra gli esponenti più significativi, l’irlandese Thomas Parnell, Robert Blair, Edward Young e soprattutto Thomas Gray la cui Elegy Written in a Country Churchyard (1751; Elegia scritta in un cimitero campestre) ebbe una vastissima diffusione europea (pari a quella dell’opera in prosa Meditations Among the Tombs, 1746, del reverendo James Hervey).  Ma costoro, piuttosto filosofi o teologi in versi e in prosa o poeti di timbro elegiaco, sono abissalmente lontani dalle concezioni e dagli spiriti di Foscolo, appartenente peraltro alla generazione successiva. Per quanto concerne l’Italia, ricordando ai confini del genere il romanzo di Alessandro Verri Notti romane al sepolcro degli Scipioni (1782 – 1804), Ippolito Pindemonte (a cui è dedicato il Carme foscoliano) nello stesso periodo aveva concepito e iniziato la stesura di un poemetto in quattro canti in ottave dal titolo I Cimiteri, ma dopo la comparsa del capolavoro dell’amico rinunciò a elaborare  ulteriormente gli abbozzi, non senza pubblicare a Verona, sempre nel 1807, l’epistola sui Sepolcri in risposta all’opus di Ugo. 

Questo è costituito da 295 endecasillabi sciolti (i più perfetti – è stato scritto – della poesia italiana di ogni tempo), suddivisi in cinque sezioni tematiche esposte dal poeta stesso nel 1807 in una lettera aperta in replica all’abate francese Aimé Guillon, una sorta di italianista dell’epoca, che lo aveva criticatosul «Giornale Ufficiale di Milano» del 22 giugno:

«La morte e il tempo tutto distruggono; ma i monumenti, inutili a’ morti, giovano a’ vivi, perché destano vituosi affetti lasciati in eredità dalle persone dabbene; solo i malfattori, che si sentono immeritevoli di memoria, non li curano» (1-50).

«A torto dunque la legge accomuna la sepoltura de’ tristi e de’ buoni, degl’illustri e degl’infami; e le spoglie di G. Parini giacciono confuse con quelle del ladro» (51-90).

«Istituzione delle sepoltutre nata col patto sociale. Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche. Mausolei eretti dall’amor di patria agli Eroi. Morbi e superstizioni de’ sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche. Usi funebri de’ popoli celebri. Inutilità de’ monumenti alle nazioni corrotte e vili» (91-150).

«Le reliquie degli eroi destano a nobili imprese e nobilitano le città che le raccolgono. Firenze e S. Croce. V. Alfieri. Esortazione agli Italiani a venerare i sepolcri de’ loro illustri concittadini; quei monumenti ispireranno l’emulazione agli studi e l’amor della patria, come le tombe di Maratona nutriano nei Greci l’abborimento ai barbari» (151-212).

«Anche i luoghi, ov’erano le tombe de’ Grandi, sebbene non ve ne rimanga vestigio, infiammano la mente de’ generosi. Quantunque gli uomini di egregia virtù siano perseguitati vivendo e il tempo distrugga i lor monumenti, la memoria delle virtrù  e de’ monumenti  vive negli scrittori e si rianima negli ingegni che coltivano le Muse. Testimonio il sepolcro d’Ilo» (213-295).[1]

La poesia dei Sepolcri –  di intonazione classica (neo-classica, da un punto di vista strettamente formale, se proprio si vuol puntualizzare) – si nutre filosoficamente dei principi epicurei filtrati da Lucrezio e del più recente pensiero di Giambattista Vico, emotivamente e spiritualmente della poesia di Properzio e Catullo, ed esprime in sostanza una religiosità pagana di carattere prevalentemente greco, come attestano, in particolare, le presenze archetipiche e simboliche dell’acqua (il mare, l’Oceano) e del sole (la luce).  Il Carme si fonda sui tre pilastri concettuali o piuttosto su tre sfere di sentimenti/immagini: la natura, con il culto degli alberi, i fiori, l’acqua, le fontane, l’amore per gli animali, il tutto parificato universalmente all’uomo; la civiltà, con la tematica dei sentimenti pubblici e privati, il valore del diritto e della religione, l’amor di patria (in un certo senso i Sepolcri sono poesia patriottica, ma non nell’accezione diretta più comunemente intesa e attuata), gli affetti, la famiglia, l’amore, l’amicizia, la solidarietà, la fraternità (figura assai intensa è quella della donna, sposa, compagna, madre, mediatrice, profetessa); la morte, intesa come dissolvimento (secondo l’idea romana) a cui vichianamente fa séguito altra rinascita e ricreazione di vita.  

«Sinfonia di vita» definì Giovanni Getto la «suggestione definitiva [… che] scaturisce dai Sepolcri»[2], volgendo maggiormente in positivo il carattere, già delineato da Attilio Momigliano,  di «breve ed immensa sinfonia della vita e della morte» proprio del Carme nel suo «ritmo grandioso e mutevole»[3]. Non esistendo alcuna sopravvivenza trascendente dell’anima individuale, la vita continua comunque la sua presenza sulla Terra, sede di immortalità, per chi ha bene operato, affidata alla poesia, cioè alla bellezza e all’armonia, al di là delle sciagure umane: «Una cosa sopravvive immortale: la magnanimità dell’uomo, meglio – la poesia che canta la magnanimità dell’uomo». L’immortalità «non è la sopravvivenza individuale dell’anima in un mondo ignoto, ma il ricordo e la contaminazione di quanto di secolo in secolo hanno operato di memorando gli uomini». Sacerdotessa di questo culto è «la poesia che varca i millenni», la cui voce crea l’immortalità nel mondo.

Se Ultime lettere di Jacopo Ortis era l’espressione di un cupo pessimismo storico e politico, di una lacerante disperazione personale, il Carme Dei sepolcri neregistra il superamento psicologico e ideale con la sua fede quasi innodica nella forza dell’illusione, e da un certo angolo visuale anche si rivela come una sorta di confessione/liberazione, una specie di autobiografia traslata come del resto era il romanzo. Le incompiute Grazie. Carme ad Antonio Canova saranno l’apoteosi dello spirito nel segno della bellezza, dell’armonia, della luce.


[1]Si veda Ugo Foscolo, Poesie prose e lettere, a cura di Nunzio Vaccalluzzo, S. Lattes  & C. Editori, Torino 1958.

[2]Giovanni Getto, Grandezza dei «Sepolcri», in AA. VV., Scritti in onore di Franco Falletti, a cura di Egidio Del Boca, Collegio “Dal Pozzo”, Vercelli 1983, p. 42.

[3]Attilio Momigliano, La poesia dei «Sepolcri», in Introduzione ai poeti, Sansoni, Firenze 1979, p. 197 (le successive citazioni sono alle pp. 187, 188, 193; la prima pubblicazione del saggio risale al 1928).

11 Ottobre 2022/da user-pannunzio
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